Archive for the ‘musica’ Category

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R.E.M. – Up (1998)

7 gennaio 2009, mercoledì


Che belle atmosfere in questo lavoro dei R.E.M.!
Up è un album molto particolare se confrontato al resto della loro produzione.
Ne ho letto una recensione pessima tempo fa, in un sito molto quotato, la cui accusa principale era che non avesse tante canzoni a cui affezionarsi profondamente: evidentemente tre pezzi “indiscutibili” [alla faccia del nome del mio blog] come i singoli Suspicion, At My Most Beautiful e Daysleeper non sono bastati. E non solo. Ce ne sono molti altri assolutamente unici.

Forse quel giornalista non era del mood giusto.
Questo è un album che aiuta a riflettere, a guardarsi dentro, stimola i bilanci personali. E non si può apprezzare se non se ne comprende la poetica.
E’ un album che un non musicista avrebbe potuto suonare tutto da solo.
E’ suonato facile, ma è ricco di invenzioni non convenzionali. Up è concettuale, non rock, non elettronico, non pop. A me sembra molto moderno.
Il basso, quando c’è, si sente pochissimo, viene praticamente sempre coperto dalle tastiere di vario tipo, che creano la base ritmica vera assieme alla batteria spesso elettronica.

Lo storico batterista Bill Berry, dopo i suoi problemi di salute non se la sente più di far parte del gruppo. I R.E.M. emotivamente accusano il colpo, ma alla fine decidono di andare avanti.
Il suono della batteria ora è cupo, predominano i muti. Le tastiere la fanno da padrone. L’arrangiamento è curato come piace a me. Attenzione al tono generale della canzone, all’idea.
Come dicevo prima, troverete poco niente di scontato, di pop, di rock, a parte qualche ballata pop sentimentale del genere Automatic For The People.
Alcune facili melodie si combinano con costruzioni rischiose e scelte coraggiose, come la lunghezza dei pezzi e in generale la lunghezza dell’album (più di 64 minuti!).

Ci sono solo tre canzoni “alla R.E.M.” in questo disco.

La splendida e serena Daysleeper, che sembra tratta veramente da Automatic For The People (chissà come l’avrebbe venata di amaro il sempre ottimo Michael Stipe se gli fosse capitato di scriverla quest’anno).
Quando ti sembra di aver avuto bisogno da sempre di una melodia, quando proprio non riesci a stabilire quale parte sia la più bella fra le varie che compongono una canzone, e non ti annoia mai, ecco, deve esserci qualcosa di magico. E non fa niente se l’arpeggio di ogni strofa ti sembra di averlo ascoltato da tutta la vita.

Un altro singolo è la ritmata Lotus, che non sarà Jangle pop, ma è l’unica canzone con chitarra appena un po’ rock.
Il ritornello a dirla tutta non mi è andato mai troppo giù.

E infine la molto romantica At My Most Beautiful. Sin dal primo ascolto mi ha ricordato Nightswimming per la parte preponderante del piano e la dolcezza sentita del cantato. La splendida intro semiorchestrale ci porta al ritornello dopo 35 secondi. E poi la strofa col cuore in mano. La chiusura in pratica richiama la intro/prechorus e dura – guarda caso – lo stesso numero di secondi, nonostante potesse essere interrotta molti secondi prima. Questione di poetica.

L’album apre con la meravigliosa Airport Man; entriamo subito in un mantra che getta uno sguardo sull’intero album. La voce sospirata di Stipe è accogliente nonostante la freddezza dell’ambientazione scelta e della batteria elettronica più o meno usata per tutto l’album (ma non vedo il problema), qui è un ritmo fisso da sintetizzatore (sembra il ritmo bossa della mia pianola Bontempi, se ricordo bene).

Poi Lotus come #2, e quindi Suspicion. Quando si parla di una canzone eterna, per temi, delicatezza, semplicità, bellezza, una di quelle a cui penso io è Suspicion, e poi termina con il minuto di chiusa che non ti aspetti, coi violini e coi dubbi che quello che hai ascoltato fino a quel momento non sia l’unica verità. Che quelle lunghe note quasi fisse di sintetizzatore al gusto di violino, quel ritmo bloccato, quello splendido mantra dondolante di batteria quattro quarti e tastiere e (probabilmente) basso e chissà cos’altro che caratterizzano le strofe e lo special non fosse il solo orizzonte della canzone. Che non avevamo capito niente, che era necessario sviluppare la parte terminale del ritornello.
La dolcezza con cui ti affascina, con cui sembra quasi volerti far apprezzare un momento tragico come la gelosia, come le paranoie dei sospetti, farti apprezzare tutto l’amore che provi o che hai provato o comunque la nostalgia di sentimenti così forti, cede invece il passo a un finale stridente con il testo. Dream, dream.

Hope è una bella chicca. Il pezzo più elettronico e più strutturato dell’album.
E’ un lungo testo, senza strofa né ritornello, quasi senza interruzioni, sempre il solito ritmo e procede per aggiunte di strumenti, una gran confusione ordinatissima che diventa suono quasi indistinto a trenta secondi dalla fine per poi bloccarsi all’improvviso, come se il rumore cadesse.

Adoro The Apologist istintivamente.
Prima di tutto per il refrain che ti resta in testa tutta la vita.
Il primo attacco dalla strofa recita:
I wanted to apologize for everything I was,
so I’m sorry, so sorry…
Ma tutto il testo è incredibile, sembra un personaggio dei fratelli Cohen, ti ci immergi e chiedi a scusa al mondo ancor più di quanto facessi già.
E’ una canzone di odio e di amore. Uno spettacolo.

Altra sorpresa Sad Professor, strofa mai sentita, modo di cantare mai sentito, assolutamente innaturale; sembra gli manchi il fiato. E’ fantastico Michael Stipe qui. Uno può pensare che da un momento all’altro vada in iperventilazione o in apnea. Chitarra ritmica morbida fino al chorus, quando arriva un mini accompagnamento molto leggero di chitarra elettrica, ma a gran volume. Strano effetto in una canzone sostanzialmente lenta.

You’re In The Air. Un altro di quei pezzi che ti fanno capire quanto la presenza forte delle tastiere stravolga il modo di comporre di una band pop-rock. Nonostante qui le chitarre si sentano molto rispetto al resto del disco, i rumori di fondo di questa come di tante nel disco sono voluti caratteristici, come se per ogni pezzo si volesse inquadrare un ambiente, spesso con suoni lunghi, anche per le chitarre, fiati e archi simulati e via discorrendo. Tutto molto artificioso concettualmente. Tutto pensato, tutto nuovo, e non importa se non tutti possano apprezzarlo.
Questo è davvero un disco coraggioso.

Walk Unafraid non è il pezzo migliore. Si salva per il bel ritmo del ritornello, per delle percussioni interessanti e sulla bella uscita.

Why Not Smile fa paura! Sembra iniziare con un clavicembalo, e ricorda e procede come Hope con aggiunte di strumenti sempre diversi. La adoro. La chitarra elettrica suona velocemente la stessa nota, riprendendo così ancora una volta uno degli stilemi dell’album.

Passata Daysleeper, approdiamo a una nuova fase dell’album, decisamente la meno riuscita, la meno ricca di spunti. Il tono generalmente introverso da qui in poi tocca i suoi vertici. Diminished ancora riesco a capirla, ma non è che la apprezzi troppo: la strofa sì.

Parakeet suona come un inno funebre, non di quelli lirici, di quelli patetici, e Stipe non fa nulla per cantarla in maniera diversa da come farebbe in chiesa.
E purtroppo continua così per tutto il tempo.
Non mi va giù. Ce la potevano risparmiare. O no?

Melodia a parte, decisamente meno anonima, Falls To Climb sembra riprendere il testimone dal pezzo precedente, gettando un’ombra sulla chiusa di quest’album.
Per caso – cerco di non leggere recensioni prima di scriverle io – ho letto anche di gente entusiasta di questo pezzo, ma sinceramente fatico a capirne le ragioni.

Siamo arrivati alla fine. Vi assicuro, è difficile scrivere di Up, difficile da ricordare canzone per canzone tante sono le evasioni, tante le anomalie, tanto è poco convenzionale per essere una produzione di una band incredibilmente famosa e che non ha mai brillato per innovazione, per gli azzardi.
Però anche quando il risultato non è dei migliori, questo album conserva una dote rara: quella di stupire.
Uno pensa per tutto il tempo che da una lagna come Parakeet non potrà mai trovare un momento degno di nota, poi ti dimentichi che la stai ascoltando e d’improvviso ti rendi conto che è interessante, se non vai lì ad analizzarla è originale e oserei dire – a tratti – piacevole.

Buon viaggio comunque la pensiate.

di marco gattafoni

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Sondre Lerche – Two Way Monologue (2004)

1 dicembre 2008, lunedì


Se un giorno voleste acquistare un salvavita vero, se un giorno voleste staccare completamente dallo stress che siete costretti a sopportare a casa o al lavoro, puntate su Two Way Monologue di Sondre Lerche.
Lui è un talento norvegese giovanissimo. Questo è il suo secondo album e qui aveva ventuno anni.
Impensabile questa maturità ed eleganza a quell’età. Incredibile anche il suo primo, Faces Down, del 2002. Consigliato.

Questo è un disco di arpeggi e melodie impeccabili, lente, sentimentali, pop, suonate onestamente, arrangiate e pensate proprio bene.
Un gran bel lavoro.

Love You è l’unico pezzo interamente strumentale.
E merita. Nonostante sia esattamente ciò che abbiamo pensato di comporre tutti le prime volte che abbiamo pestato con le dita i tasti della chitarra.

Track you down. Niente da dire, buon pezzo, bella costruzione dell’emozione, splendida melodia.
Il pregio di Sondre Lerche è quello di condurre bene ogni pezzo. Non rischia mai di strafare lui, la sua voce soave, le sonorità mai invadenti, le melodie levigate.
Il suo marchio di fabbrica è l’inizio lento e la fine appena più spinta, abbastanza lunga, ma mai stancante. Non raggiunge mai livelli parossistici. Le sue canzoni le si ascolta volentieri dall’inizio alla fine. Tracks You Down ne è un ottimo esempio.

Saltate On The Tower quando la capite; non è all’altezza del disco, ma la strofa è bella. Perché nessuno gli ha detto niente, quantomeno quanto fosse poco adatto quel pre-chorus? Opinione personale.

Più complicata delle altre Two Way Monologue, più spinta, con molte più variazioni, più lunga delle altre (5:43), la fine del ritornello mi ricorda tanto i suoni, le idee di un pezzo dei Cardigans che dovrei cercare. Molto bella.

Altissimo livello anche per Days That Are Over.
Ancora una volta le sonorità dei Cardigans di metà anni novanta.
La strofa è degna dei migliori classici del soft pop, dello swing, di Michael Bublé, Frank Sinatra. Immortale.
Ma tutto l’impianto della canzone regge alla grande.
Gran pezzo.

Wet Ground è una ballata lentissima. Ci sono anche i coretti alla Beach Boys, chissà, forse il titolo sarà stato un omaggio a Pet Sounds. Fra assonanza e stile questa possibilità ci sta tutta. E si sa, con i Beach Boys si vola alti.

Il paa-pa-pa-pa-paa-pa-pa-paa di Counter Spark, se non è un omaggio agli Ottavo Padiglione [e come possiamo dubitarlo], dovrebbe esserlo ancora per i Beach Boys.
Se lo fanno sfacciatamente i Tears for Fears per una tutta una canzone – Brian Wilson Said – in cui li esaltano saccheggiandone – o meglio citandone – gli stilemi, compresi cori e cantato pa-pa, potrà farlo pure Sondre Lerche per la seconda canzone consecutiva. Canzone onesta, comunque. Niente di più.

Con It’s Over torna la bella scrittura orchestrale. La sua capacità di inventare belle canzoni degne di violini, viole, fiati vari, legni, piano. La parte cantata in realtà è doppia. Le due partiture vocali sono identiche, registrate sui due canali destro e sinistro e quindi sovrapposte conferendo un timbro sabbioso sussurrato molto naturale. Ah, è anche il titolo di una canzone di Brian Wilson. E siamo a quota tre canzoni consecutive. E chissà quali altre chicche mi sarò perso.

Di Stupid Memory adoro fra le altre cose i salti di nota della strofa. Che bella melodia! Già ascoltata non so dove, ma bellissima.
A pensarci meglio contiene varie sonorità country – una chitarra e il ritmo della batteria – ma non lo dite in giro: sorprendere un norvegese immaginare suoni country, ancorché improbabile è quantomeno poco spendibile come idea. Niente da dire, comunque. Proprio bella.

It’s Too Late potrebbe fare da manifesto all’intero album.
Dolcezza del cantato, ritmi lenti con accelerazioni evidenti che non si discostano mai troppo dai ritmi della ballata pop, cura per gli arrangiamenti – che in questo disco sembrano sempre necessari -, ottimo uso dell’orchestra a disposizione.

It’s Our Job è canzoncina lenta che non mi diceva molto all’inizio e invece ora sì, in cui ho “scoperto” una citazione, stavolta molto diretta, note identiche e in gran parte testo simile a Add Some Music dei Beach Boys da 1:35 a 1:42. Qui sembra di vedere in suoni il bianco e nero dei vecchi flashback tanto è evidente questa cornice, questo aparte. Il testo di Lerche recita: “I think you’re in my soul”; il testo corrispondente di Add Some Music invece fa: “Music is in my soul”.
Quattro coincidenze costituiscono varie prove. Per la serie, “ci mancava solo che lo scrivesse pure nei ringraziamenti”, oppure “quesito per i più piccini”.

Maybe You’re Gone è una bella pausa, da non perdere.
Un avvicinamento a grandi passi alla vera tranquillità.
Gli ultimi due minuti di questa canzone sono un momento strumentale delicatissimo che riprende il tema lasciato in eredità dai primi tre minuti della canzone. L’arpeggio leggero della sua chitarra, una fisarmonica e fiati in un sussurrato che sa tanto di orchestrina di paese francese degli anni cinquanta, ma di gran classe.

Cosa dire ancora di questo album?
Se volete andare sul sicuro fa proprio per voi. Se dovete fare un bel regalo a una tipa su cui fare colpo e non ha più di tre piercings o più di tre tatuaggi (potrebbe avere gusti musicali differenti), con questo disco le dimostrerete che avete a cuore il suo stato emotivo, che la volete calma, romantica, sensibile e affettuosa.
Altro che fiori.
Parlatele con un disco.

di marco dewey

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Supergrass – Road to Rouen (2005)

31 ottobre 2008, venerdì


Che amore con i Supergrass! Acquistati sin dal primo album.
C’è un’aria diversa in questo, ma a me sta bene così. Credo sia il loro migliore.
Devo ammettere che appena ascoltato la mia impressione non è stata granché bella.
E anche la seconda volta l’apprezzamento era decisamente parziale.
Mi ci è voluta un po’ di attenzione extra per superare, forse, quella fastidiosa impressione di cambiamento dal percorso fin lì fatto e che più amavo.

L’album parte alla grande.
L’intro strumentale di Tales of endurance (Parts 4, 5 & 6) ti conquista subito. Riff di chitarra ritmica, timbro brillante, a cui si aggiunge il piano come strumento dominante.
La vocazione epica del gruppo qui si fa sentire tutta. Compreso lo stacco di fiati che in compagnia del basso di Mickey Quinn e del piano di Robert Coombes annuncia altro. L’inizio del cantato. E’ breve e imponente, da grande orchestra che sembra immersa in una foresta. Che ci sia un corno o no, non importa; sembra l’inizio musicale di una caccia alla volpe. Perfetto.
Da qui in poi parte, per pochi secondi da solo, un piano che mi ha fatto venire alla mente Cannonball dei Supertramp, ma è tanto che non l’ascolto. A chitarra ritmica e piano, che seguono gli stessi giri dell’intro, si aggiungono basso, batteria e cantato. Altro stacco di fiati, che annuncia il nuovo cambio di carattere. La parte sei, evidentemente.
Qui mi sembra di ritornare indietro di trent’anni. Il riff dominante mi ricorda tantissimo Achilles Last Stand dei Led Zeppelin. Un giro insistente di chitarra elettrica, che evoca anche per timbro proprio la lunga canzone degli Zeppelin. Mentre scrivo non ho ancora letto altre recensioni di questo disco, e vi confesso che sono curioso di verificare se altri hanno avuto la stessa mia sensazione.
St. Petersburg è il primo singolo. Una ballata lenta in cui spunta sulle altre le note del piano di Robert Coombes. A me pare bellissima e in perfetto tono con il disco.
Bella, ma senza grandi spunti Sad girl, la cui parte centrale mi fa pensare ai Beatles, ma la butto lì. Insomma, visto che non ricordo la canzone potrei sbagliarmi.
Roxy è l’omaggio di Gaz Coombes alla mamma scomparsa da poco. Lo spirito musicale dei Supergrass, sempre pronto a volare alto colpisce ancora.
E’ splendida. E’ serena. Una ballata rock pronta a rinchiudersi e a ripartire.
Dopo due minuti e mezzo la parte cantata termina, dopo tre e mezzo comincia a cantare la sofferenza della chitarra di Gaz e poi quella di tutti gli altri strumenti come in un rincorrersi confuso ma deciso verso l’annullamento delle proprie capacità, verso l’oblio.
Coffee in the pot ? Una canzone strumentale e divertente che ci riproietta negli anni sessanta. Ora manca solo un video in Eastmancolor con una delle tettone di Russ Meyer. Cheddire, son tornati i Ventures. Una cosa fra le altre: identico suono di chitarra.
Road to Rouen proprio non mi cala. Sarebbe pure un pezzo pensato bene e suonato pure, ma la melodia è davvero inconsistente e abbastanza odiosa. Il risultato è che dura 3:51 e invece ne sembrano cinque e mezzo.

Da qui alla fine è tutto uno spettacolo.
Il ritmo e il giro di Kick in the teeth mi fa subito tornare indietro a In it for the money. Che grandi i Supergrass!
Low C è un’altra ballata lenta, intima ma di ampio respiro, in maggiore per intenderci. Uno dei tre singoli. La melodia, lo sviluppo della canzone, delle sue emozioni, unito al graffiato in post-produzione della voce di Gaz e al timbro brillante e naturale degli altri strumenti me la fanno adorare. E il video? Consigliatissimo. Quanto può essere simpatico Danny Goffey?
Fin, in analogia con Los Endos dei Genesis o The end dei Beatles, è il pezzo che porta a termine l’album come promette il nome. E lo fa altrettanto bene dei predecessori citati. Altro singolo, nell’ambito di un album complessivamente molto spartano, sembra il brano più lavorato in post. E’ splendido. Una ninna nanna a metà; non usabile come tale, purtroppo. Un arpeggio morbido, ma a volume troppo alto per rientrare nella categoria pratica, troppo alto anche il chorus. Il ritmo, però,  così come il testo ne tradisce la natura: “Leave your light on tonight”.

Qualcuno definirebbe Road to Rouen un disco intimista, riflessivo, soprattutto rispetto a come siamo abituati a considerare i Supergrass. Energetici, precisi, d’impatto immediato.
A me sembra soprattutto un album maturo e di gran classe.
Che ha un notevole pregio rispetto alle altre loro produzioni. Regge molto bene la prova del tempo e quella dell’ascolto ripetuto.
E conferisce al gruppo una nuova dimensione.

di marco dewey

PS: Ci si becca al concerto a Bologna il 5 novembre.
Anche il disco di quest’anno è splendido a parte le prime due canzoni, un po’ troppo White Stripes.

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Paul McCartney – Chaos and creation in the backyard (2005)

23 ottobre 2008, giovedì


Amo i Beatles. Conosco i Beatles.
E affermo che secondo me questo album vale i migliori dei Beatles.
Ve lo dice uno che ama molto Ram (1971) e molto una trentina pezzi della produzione del baronetto, ma mai davvero gli altri suoi dischi.
C’è stata credo in McCartney la tentazione in questi trentacinque anni di affastellare un po’ troppo le sue produzioni. Conosce molto bene lo zoccolo duro del suo pubblico e per motivi discografici probabilmente ha tracciato la linea di chiusura dei suoi lavori un po’ troppo spesso in anticipo.
I suoi banchieri e i suoi eredi saranno stati molto contenti dei risultati.
La critica lo ha giustamente punito con continuità quasi costante.

Poi succede che per sfornare un nuovo piccolo si prende una pausa di quattro anni, e decide di farlo assieme al produttore Nigel Godrich, che -udite udite- ha prodotto e/o mixato e/o fatto da ingegnere del suono o addirittura suonato in alcuni dei miei dischi preferiti degli ultimi dieci anni.
Fra gli altri, un po’ tutta la discografia dei Radiohead, non per altro lo chiamano “il sesto dei Radiohead”, molti degli ultimi album di Beck -Sea Change fra questi-, l’ultimo dei Pavement, e poi R.E.M., Zero 7 e non mi dilungo perché sennò non la finisco più. Deve essere un grande questo qua, perché costringe Paul perfino a suonarsi il disco tutto da solo (a parte qualche percussione e qualche assolo di chitarra e ovviamente archi e fiati).
Il risultato è che non si trova un passo falso e anche la parte del disco che sin da subito sembra attentare alla salute dei nostri denti e si candida a diventare zona salto ancor prima che termini di girare, conserva invece una freschezza inaspettata alla lunga. Mi riferisco al terzetto di canzoni Friends to go, il fra-minuetto-e-marcetta English tea e Too much rain. Fin troppo ascoltabili e facili, sembrano poter davvero scadere nel banale molto presto. E invece no.
La pulizia formale assieme alla mancanza di eccessi di spontaneità e ingenuità maccartiane – evidentemente bloccate da Godrich – , appunto, riescono nell’impresa di consegnare tutto un disco di livello, maturo, riflessivo come mai lo era stato uno di McCartney. Il disco ideale da ascoltare in Inghilterra, passeggiando sotto la loro perenne pioggerellina. E ve lo dico per esperienza. Anzi, vi consiglio anche di dare una scorsa ai testi, che danno il giusto tono ad ogni pezzo.
Si parte con la spumeggiante Fine line, ineccepibile più di un teorema. Il singolo perfetto per attirare il suo pubblico variegato.
How kind of you,  una delle mie due preferite, scorre tutta su un tappeto di tastiere e piano e davvero tocca il cuore.
Con Jenny Wren e il suo arpeggio di chitarra, Paul ci ricorda di essere stato anche quello di Junk, Blackbird, Mother Nature’s son e I’m carrying. E poi la ben costruita At the mercy, con le sue splendide chiusure in minore. A seguire il terzetto di cui sopra e l’adattissimo arrangiamento latin soft di Certain softness.
Pienamente inserite nel tono dell’album Follow me e Riding to Vanity Fair, probabilmente dedicata a Heather Mills, che incurante di tutti gli sforzi del nostro stava già “correndo verso la fiera delle vanità”.
Da qui alla fine è tutta una meraviglia. Promise to you girl è allegra, ottimista e per me deliziosa. This never happened before e Anyway sono altre due ballate ineccepibili.
A parte la bella ghost track strumentale il disco ufficiale finisce qui. Io ho la versione con due bonus tracks in più, però. E cosa sono!
Comfort of love scorre via che è un piacere, ma è Growing up falling down, la vera chicca di Chaos and creation in the backyard. Già presente nel singolo Fine line, è un pezzo autunnale, notturno, sussurrato, su una base di valzer lento in qualche modo velata dalle atmosfere che sin dalle prime note abbozzate e tremolanti rendono il carattere caduco, transitorio delle cose umane.
Splendida l’orchestrazione degli inserti di chitarra classica e piano e tutta la copertura sonora del brano.

Non so quanto sia credibile questa recensione, perché il mio rapporto con quest’opera va molto al di là di una normale fruizione.
Per capirci: se trovate uno che ama questo album più di me gli faccio un monumento.
Se trovate uno che l’abbia ascoltato più di me, pure.
Per darvi solo un’idea dell’importanza che ha avuto e continua ad avere nella mia vita, vi posso dire che dagli inizi del 2006 (diconsi duemilaesei) è rimasto ininterrottamente nel mio lettore mp3.
Ha superato sereno le decine di cambi fisiologici che ognuno di noi effettua nel corso degli anni.
Io semplicemente non ce la faccio. E se nei nuovi ascolti non trovassi più la serenità, la gioia e l’amore per il mondo e per la vita che mi dà questo disco?

Beati i poveri che non lo conoscono ancora.
Buon ascolto.

di marco dewey

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The Black Crowes – Amorica (1994)

13 ottobre 2008, lunedì


La prima volta che l’ho messo su -che pivello che sono! – Amorica ha dovuto scontare il confronto inevitabile con l’immediatezza dei loro primi due album, che definirei un southern rock potente e semplice, con accenni di blues e funk, di cui personalmente faccio fatica ad inquadrare precedenti significativi.
Due album, Shake your money maker (1990) e The Southern Harmony and musical companion (1992), diretti, davvero facili all’ascolto. Di sicura presa.

Davvero di un altro livello Amorica. Subito mi sono piaciute quattro canzoni, ma rimanevano dei dubbi sul suo valore assoluto.
Il rock di ampio respiro di A Conspiracy. Il riff funk di Rich Robinson a tratteggiare la prima strofa, aiutato dai wah della chitarra solista di Marc Ford nella seconda, ci portano deliziati al pre-chorus, che ha funzione ritardante all’esplosione controllata del ritornello. Il bridge ha sapori veramente da anni Settanta, comprese le sonorità vintage del sintetizzatore. La canzone non ha davvero una nota o un suono fuori posto e rimane piacevole fino al termine. Un classico.
High head blues è un blues mascherato molto molto bene da un ritmo caraibico, che il giro della chitarra ritmica e poi anche delle tastiere e le percussioni richiamano per tutta la canzone, tranne nei pre-chorus e nell’assolo di chitarra molto blues rock di fine canzone.
Ballad in urgency e Wiser time sono canzoni legate l’una all’altra nel disco, le uniche due non separate da una pausa, come se la seconda dovesse concedere il respiro musicale che alla bella melodia un po’ frustrante della prima è negato. In Wiser time ci sono infatti cento secondi di libero e tranquillo sfogo strumentale che riappacificherebbero chiunque con la musica.
Ora parliamo del resto del disco.
Gone
(track #01) potrei definirla un frammentato ma organico ensemble sincopato un po’ angosciante. Una di quelle canzoni che ti fa pensare che tu non ci saresti mai arrivato. Musica.
Cursed diamond è un altro blues crescente nei toni [ma non vi dovete spaventare di tutti questi blues, perché se piacciono a me che notoriamente odio il blues old style, chitarra e armonica, che trovo insopportabile e palloso alquanto, piaceranno anche a voi]. Questa è una band rock che ama suonare, che le invenzioni sembra le trovi suonando, che ama sovrapporre. E le melodie restano splendide.
Nonfiction toglie di colpo la rabbia e l’urlo straziante della canzone precedente. La adoro.
Altra esplosione di musica anche se più spensierata in She gave good sunflower.
Scorrevole e piacevole la ballata Descending.
Anche la bonus track Tied up and swallowed merita attenzione. Può essere accostata per il ritmo frammentato con Gone; bella, ma forse sarebbe stata meglio negli album precedenti.
Downtown money waster è roots-rock, o forse meglio dire southern rock alla vecchia maniera, e proprio non riesco a mandarla giù anche se suonata bene.
P. 25 London la cancellerei dal disco. Mi chiedo, ma non bastavano 55 minuti?
Rob de matt.

Ultimi consigli. Tranquilli, questo non è un disco che si apprezza subito come si deve. Con un po’ di fiducia al terzo, quarto ascolto comincerete a goderne la ricchezza sfacciata. Perché questo è un disco ricco, opulento. E solido nel tempo.

di marco dewey

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Beck – Sea change (2002)

6 ottobre 2008, lunedì

Molti di voi conosceranno già l’estro postmoderno di Beck Hansen, probabilmente la ragione principale per cui lo abbiamo amato sin dal suo esordio.
Agli inizi degli anni novanta ci ha stupito con uno stile tutto suo, riconoscibile dopo pochi secondi – “Questo è Beck!” – .
Proprio quando il massimo della commistione ci sembrava potesse essere quella fra due o tre stili, lui ci ha sorpreso con la ricchezza della sua partitura.
La musica elettronica spesso a fare da sfondo o da legante in quelle variazioni che spesso aprivano la strada a quei repentini cambi di atmosfera, anche due o tre in mezzo minuto. Ballate rock, funk, rock duro, musica dance, rap, country, blues, che si incontrano nello stesso album.
Uno di quegli album è Odelay (1996) ed Euterpe mi ha costretto a comprarlo, così come nel 1999 mi ha imposto di scaricare Loser da Napster.
Se si scorre la sua discografia ci si accorge che di solito alterna album ritmati ad altri un po’ più riflessivi.
Sea change è uno di quelli più interiori, più “normali”.
Di quegli album che si reggono sulle melodie, sugli stati d’animo che evoca, sugli accordi impensati. Immaginare un disco così è ancor più complicato che giocare con la sua fantasia e impressionarci per gli accostamenti azzardati.
Qui si mette in gioco con la storia della musica.
Il risultato è che più lo ascolto e più lo apprezzo.
Trovare difetti a questo album è questione ardua.
Provateci un po’ voi. Per me è un capolavoro.

di marco dewey