Archive for febbraio 2009

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Tutto il mio amore per “Tutti pazzi per amore”. Il bilancio finale. Emanuele e Cristina si amano, altro che fratelli.

25 febbraio 2009, mercoledì

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Accadono strane cose quando sei preso dall’entusiasmo per una serie televisiva. Perché la tv non è il cinema.
Sembra non possedere lo status sufficiente da poterne parlare in pubblico gratuitamente. La tua immagine dovrà pagarne il conto. Quando, poi, in casi come questo ti salta addosso insopprimibile la voglia di farlo, sembra quasi tu voglia promuovere il guardare la tv tout court, sembri uno che si accontenta, ti guardano come quando guardano le ragazzine entusiasmarsi per High School Musical.

Così, prima di vedere il mio Tutti pazzi per amore, la gente so già non capirà il mio entusiasmo. Come non capirà assolutamente la lunghezza sconsiderata di questo articolo. In effetti devo ammettere che faranno fatica a terminarlo anche i TPPA addicted. Quindi vi do un consiglio. Scorrete l’articolo e cercate i nomi degli attori di cui volete leggere. Sono scritti in grassetto. 😉

Comunque, nel corso delle mie perorazioni a favore di TPPA, chi non mi conosceva mi ha preso nei fatti per uno scalmanato teledipendente – e potrebbe pure starci che lo abbia pensato anche chi mi conosce -, ma non è questo il punto.
Un amico mi fa: “Marco, io ti ricordo critico, pignolo, schizzinoso. Non esagerare nell’altro senso. Sarà un buon prodotto con qualche bella battuta…”.

Che avrei dovuto rispondergli?
-“Guardalo. Almeno una volta guardalo!”
C’è chi mi risponde: “Ma c’è House!”
-“Fottitene della serialità di House! Non sarà nemmeno male, ma qui siamo due livelli sopra!”
Per qualcuno saprà di esagerazione, ma lo penso davvero.

Le puntate successive al mio primo articolo su Tutti pazzi ne sanciscono l’eccellenza degli standard recitativi e quella maturità e altezza della sceneggiatura e della regia di cui parlavo al tempo.
Ci sono stati – sì – fisiologici momenti di pausa nel ritmo serrato dello humour nell’ottava, nella nona e nell’undicesima puntata, ma si è trattato di pause legate più a un certo sviluppo della trama che ad altro. Il piacere, l’interesse e le tante invenzioni che abbiamo amato sin dal primo momento, quel flusso magico, quel miracolo che ci ha impedito di prendere impegni la domenica sera non si è mai interrotto.
In questo successo più di critica e di passione e fedeltà del pubblico che di indici auditel stratosferici, vista la concorrenza ingombrante, il cast ci ha davvero messo del suo.

Per Emilio Solfrizzi cominciano a scarseggiare gli aggettivi.
Ha più mestiere e mobilità facciale di chi fa il caratterista da una vita. Più presenza scenica e credibilità di chi è protagonista da una vita.
E’ un attore completo. E’ un attore che vorrei sempre con me mi capitasse di dirigere qualcosa in futuro. Una specie di Isabelle Huppert per Chabrol.
Non voglio essere condizionato dal fatto che abbia iniziato da attore comico e sia perfetto per ogni tipo di commedia.
Pensate che non reggerebbe un ruolo drammatico classico?
Certo che lo reggerebbe. Anche a non aver visto Agata e la tempesta oppure Liberate i pesci, osservatelo bene quando dialoga con Cristina, con Michele, e in genere quando non è richiesta la sua vena tragicomica. Ineccepibile.
E poi le sue mille reazioni da padre agitato?! “Chi vuole fare l’amore!?!” a letto con Laura preoccupato delle intenzioni di Cristina. Oppure le sue smorfie da compagno geloso dalle zie, quando morbosamente giuravano che Riccardo Balestrieri era bello quasi quanto Massimo Ranieri.
Ma in tutto quell’episodio è magnifico: “Non è un po’ presto per appendere le foto dei bonazzi al muro?”, e Nina: “ma quali bonazzi! Quello è mio padre!”, e via di facce.
O ancora la sua apprensione per il “terremoto” la prima notte a casa unita!
Una sicurezza.

Stefania Rocca conferisce alla sua Laura Del Fiore una grazia semidivina. Fa del suo personaggio il paradigma di comportamento e atteggiamento rispettoso, nessuna ipocrisia fra quel che pensa e quel che fa, madre dolcissima, coerente, il volto giusto, il sorriso giusto, il tono generale ideale, almeno per me.
L’ho vista – almeno fino alla gravidanza ( -_-.) – la reificazione laico-fictional del personaggio di Maria.
E sinceramente ci mancava.
La sua capacità di dialogo con i figli è esemplare e potenzialmente illuminante.
Impagabili tutte le sue espressioni nell’episodio del fantasma della moglie di Paolo: “Adesso ha cominciato anche a darmi i voti? Come… i voti!?”.
Credo che abbia davvero raggiunto un livello di eccellenza, che nella sua carriera da giovane e splendida ragazza non le riconoscevo, forse per pregiudizio, chissà.
Ad ogni buon conto quando ho voglia di un sorriso a comando mi basta pensare a Tutti pazzi, ai nostri la prima notte in casa di Laura. A Paolo che preoccupato le domanda se non fosse un po’ tardi per la lavatrice accesa e lei, serafica: “E’ Emanuele. Russa, piccolo amore mio”, ahah…
Deliziosa.

Il carattere del Michele di Neri Marcorè è un misto di etica della seduzione, amore per la donna e per la vita e charme dissimulato; si muove fra understatements e picchi di generosità, vertici culinari malcelati e classe da vendere.
L’amante ideale. Resta amico o si dimentica di te.
Decide la donna. E alla fine si innamora di una che – la Natoli mi scuserà – è più bruttina di quelle a cui era abituato.
Troppo perfetto? Forse. Il rischio dell’antipatia è dietro l’angolo.
Ho provato per un attimo a pensare tanti attori recitare quel ruolo al suo posto. Ho immaginato la sua nonchalance un po’ dandy addosso ad altri e non sono proprio riuscito a figurarmela così com’è ora, simpatica, “giusta”, coerente col benessere che infondono tutti – o quasi – i personaggi della serie.
Forse solo la maestria di un Christian De Sica o un Vittorio Gassman. Grande, Neri.

Devo dire che ho visto una Carlotta Natoli al di sopra delle righe, ma si vede anche che è stata “colpa”, necessità di un carattere funzionale allo sviluppo del rapporto particolare che ha avuto con Michele e con gli uomini in generale. Lei è comunque molto brava.
Magari andava contenuta di un venti-trenta per cento.
La scena della distruzione del locale di Michele è stata odiosa, eccessiva.
E quando si ha la fortuna di trovare una fiction televisiva che sembra partorita dalla luna tanto ti rasserena, il senso di fastidio è così facilmente evocabile – per contrasto a tanta grazia – che tutto deve contribuire all’incanto: ecco, il solo rammentare a tutti noi che donne così esistono davvero e vedranno premiato dall’amore il loro comportamento era cosa che andava evitata come la peste.
Un personaggio come quello di Michele avrebbe dovuto temere come la morte un’esagitata simile.
Concedo invece il suo non intervento durante quello sfogo devastatore. Nonostante lo spirito di autoconservazione tirasse dall’altra parte, è perfettamente nella sua natura il non toccare, né fermare una donna in modi che potrebbero sembrarle violenti. Noblesse oblige.
Una personale segnalazione al costumista: quelle scarpe e quelle calze colorate, unite alla gonna svolazzante e alla camminata ancheggiante la fanno troppo Paperina Disney.
Era proprio necessario?
No, dico, quelle scarpe color argento!
Ora, il Michele di Marcorè non sarà l’idiosincratico fobico Michele Apicella di Nanni Moretti in Bianca, ma perdio si dovrà pure innamorare di lei in maniera plausibile!

Passando oltre le sempre ottime Irene Ferri e quella gran donna di Francesca Inaudi (che cosa è stata per le mie coronarie la scena di Buonasera, dottore lo so solo io e quell’asservito di Riccardo Rossi*), arriviamo alla algida e sprezzante Lea di Sonia Bergamasco.
Il tradimento del marito interviene a mutare il rapporto con le altre – ehm, volevo dire gli altri – e quindi gli stessi estremi della sua recitazione. Il personaggio cambia molto per un breve periodo nel quale sarà molto lamentoso; torna poi subito ad essere sentenzioso, seppure con maggiori timidezze e spesso “in amicizia”. Far sentire gli altri inadeguati resta il suo marchio di fabbrica, anche se da lì in avanti lo farà con qualche remora.
Come dimenticare il sempreverde scambio di battute sulla cellulite con Monica e al contrario gli elogi ad un suo simile, la madre di Laura, venuta a trovarla sul luogo di lavoro?
Comunque pungente.

Corrado Fortuna (“Top 3” Elio) bene nella parte, così come Luca Angeletti (il povero Giulio).
Per Marina Rocco (Stefania) il discorso è più complicato.
Mi era sembrata brava, ma i ritrovati entusiasmo e sensibilità per un po’ non le hanno reso giustizia. Non era il suo registro migliore, diciamo.
Però ogni volta che è un po’ sulle spine è meravigliosa.
E infatti recita superbamente nella penultima puntata.
A proposito di Stefania, ci sono stati vari playbacks a non sembrarmi azzeccati; quelli che proprio avrei preferito non aver mai visto sono stati quelli della scena di gioia su La notte vola di Lorella Cuccarini fra Stefania e Giulio all’inizio del secondo episodio della settima puntata, mi pare, e quella di Emanuele a scuola sulle note di Più bella cosa di Ramazzotti.

Le ziette, che all’inizio pensavo potessero rappresentare il “lato debole”, i personaggi meno credibili e in sostanza più fastidiosi perché troppo macchiettistici, mi paiono essere stati invece – fra le altre cose – elementi drammaturgici importanti, perfetti ad esempio per tirar fuori smorfie dallo straordinario Solfrizzi.

Eccellente Piera Degli Esposti nella parte di Clelia, una madre impicciona e insensibile, superficiale e cinica.
Fantastica nella scena dell’incontro preliminare per la separazione di Lea, quando si rifiuta categoricamente di accudire i gemelli e quando parla della fidanzata francese di suo marito, padre di Laura e Stefania, alla festa per il millesimo divorzio del suo studio legale: “Ma le francesi non dovrebbero essere sempre eleganti?! Un altro mito che crolla miseramente”.

Piacevole la breve parentesi col cioccolataio “ma chi cazz’è ‘sto Kavafis” Taricone (che non avrà detto così, ma è come l’avesse fatto), che è stato un gran bel personaggio. E il buon Pietro abile a renderlo. E’ un personaggio umile. E nei non-protagonisti questa dote la apprezzo molto.
Sarebbe stato facile sviluppare un bell’intreccio infilandoci dentro delle gran carogne o comunque caratteri improbabili che movimentano i giochi anche solo grazie alla naturale manifestazione del loro temperamento malevolo e invidioso, esagitato e poco comprensivo.
Con questa tecnica, tuttavia, si corrono dei gran rischi (vedi Monica): il rischio di rovinare l’armonia di partiture miracolose come questa, di creare delle discrasie di tono, che qui invece muove fra il lieve e il tragicomico, il delicato e il grottesco, ma quasi sempre velato di gioia, speranza, amore.
Il lunatismo e la misandria, cocktail micidiale per la libido e la nostra serenità lasciamoli da parte nella prossima serie. Spero che per le donne non sia davvero così facile, così come lo è stato per Monica, considerare un uomo un bastardo.
Non è che solo perché uno non si innamora di una donna e le dà poche spiegazioni in merito sia un bastardo. Spesso lo fa per salvare la sua autostima oppure per non essere odiato da lei fino alla fine dei suoi giorni.
E’ bastardo se le mente sui suoi sentimenti solo per arrivare a lei o peggio ad altro.
La distinzione non è affatto sottile.
Impariamo un po’ tutti ad accettare i rifiuti.

Tornando a noi, vi dicevo che affastellando l’impianto di caratteri difficili è facile creare una trama, ma altrettanto facile creare delle disarmonie.
Tutti pazzi per amore ne è praticamente alieno, esempio citato sopra a parte. Anche i tradimenti della penultima puntata, con l’eccezione della passione fra Emanuele e Cristina, non mettono mai in dubbio le coppie originarie e in generale gli esiti auspicati dallo spettatore.

Teniamo presente come fino a quell’arrivo ci sono state vendute le “ragazze cattive” della serie: mai elemento disturbante.
La bellezza imbarazzante e le svenevolezze adorabili della non protagonista Cinzia Fornasier (Natascia) evitano, almeno al pubblico maschile, il possibile malessere per l’insidia all’amore fra Paolo e Laura; le battute al vetriolo di Lea e Clelia, o anche l’ormai superato distacco fra lo svampito e l’apatico di Stefania ci hanno fatto apprezzare per un motivo o per l’altro i personaggi femminili “meno indulgenti” della serie.
Ora un altro esempio. Di segno opposto, ma decisamente limitato nel tempo.
Qualche settimana fa, quando mi si è parato dinanzi il direttore mandato da Milano, interpretato da Riccardo Rossi – lungi dal pregiudizio che potrei avere per l’attore* -, la sua voce e il suo modo di fare mi hanno provocato una certa tensione. La prima violazione alla regola del benessere sinestetico-mentale totale.
Lo so che sono virgole, ma le virgole nei miracoli contano.

Passiamo ai ragazzi.

Marco Brenno (Emanuele) è quasi sempre inattaccabile a parte quando si è strafogato con la parmigiana delle zie. Quella scena forse andava rifatta.
Il suo mono-tono anche in momenti in cui vuole essere ironico dice tutto del carattere di Emanuele.
Non so se risulterà fuori luogo o poco credibile quando in futuro sarà costretto a registri molto diversi, ma se dovessi scommettere ora sulla sua carriera non riesco a ipotizzare nient’altro che un discreto successo.
Insomma, bello è bello, e per ora sembra di talento.
Non è che brilli; è solo che ha una parte incredibilmente difficile e la rende funzionale e non odiosa. Non è poco.
Ha avuto la fortuna di raggiungere presto la popolarità in una fiction artisticamente di livello, che – ci scommetto – sarà vendutissima all’estero da mamma Rai, e per giunta in un ruolo che avrà fatto battere tanti cuori. Attendiamo, ripassando nella mente con piacere una scena fantastica come quella dell’audiocorso di lingua italiana pensato per stranieri donato con convizione a Cristina e tutte le sue cento e una uscite.

Devo dire che è il suo personaggio la vera intuizione comica della serie. E’ una sorta di Niles Frasier asociale italiano. Emanuele potrebbe in un certo senso impersonare l’alterità della spocchia di certa sapienza, di solito caratterizzata come pedante, mentre invece osservandolo meglio credo sia più lo specchio di certe solitudini create da quei sensi di superiorità che spesso guastano l’esistenza.
La sola percezione di un’essere molto diverso da lui, ma ugualmente permeato di dignità, gli regala in maniera naturale un nuovo punto di vista.
La presenza, la convivenza con Cristina aiuta la crescita emotiva e etica di Emanuele. E’ un ragazzo migliore ora e a volte si lascia andare perfino con trasporto, è meno timoroso dei giudizi degli altri, conserva il suo spirito critico e la sua vena sminuente, ma ha tanti momenti di ripensamento, di umanità.

E’ il turno di Nicole Murgia (Cristina).
Nel mio primo articolo, quello dopo le prime due puntate, esalto tanti degli attori, mancando – fra gli altri – di menzionare il lavoro di questa ragazza.
Non avevo ben compreso. La sua Cristina mi sembrava eccessiva nei momenti sbagliati (vi ricordate i primi giorni di scuola accanto ad Emanuele?) e poi troppo banale, troppo realistica. In un certo senso incongruente.
Ora vedo una splendida ragazza di sedici anni. Dolce, timida, orgogliosa, non convenzionale e coerente con l’età che deve impersonare.
Le conosco le ragazze di quell’età. Nonostante ogni loro personalissimo anticonformismo, al livello più istintuale sono così. Hanno quei vezzi, quelle uscite, quel modo di ragionare.
Tanti applausi per lei e un “bravo” a Riccardo Milani (regista della serie). Davvero.

Il ragazzo di Cristina, Davide, interpretato da Federico Lepera, non è male. Bellissimo, sorridente, gentile e persino attratto da una ragazza meno appariscente di altre. Insomma, un “tipo” che potenzialmente allarga il cuore di speranza a tanta tanta parte del pubblico femminile. Un po’ ipocrita nell’episodio dell’aereo regalatogli da Paolo, ma tant’è. Azzeccato, anche se predestinato.

A proposito dei due chissà prossimi fratellini, quanto lo stavamo aspettando il loro bacio? I loro baci? Quanto desideravamo il loro amore?
Quando oramai ci sembrava di dover aspettare un anno, eccolo lì, inaspettato, bellissimo, compreso il contorno, la mattina dopo, il sogno, il ritorno in autobus.
Ci voleva lo splendido gioco della bottiglia per ribaltare d’un colpo l’idea che ci eravamo fatti un po’ tutti.
Che avrebbero ritardato la loro storia direttamente alla seconda serie. E invece no.
Ma quanto sono carini?! Ma quanto erano carini mentre erano a scherzare con i gavettoni nel cortile della scuola poco prima del ritorno di Davide Palmieri?! Basta, sennò mi sbrodo.
O forse no. Cerchiamo di resistere ed analizzare la cosa con un minimo di razionalità.
Questo ritardare una situazione che agli inizi ritenevamo inevitabile ci regala alla fine questa sensazione: dolcezza infinita, ritorno con la mente a tanti, tanti anni fa (sigh), a quei baci rubati – come direbbe Truffaut -, alla promiscuità scolastica fuori dalla scuola che rende speciale e più vivo, intenso ogni momento, capace di renderci più chiara ogni relazione, di svelarci il desiderio.

Una puntata indimenticabile la penultima non solo per l’amore scoppiato – a questo punto improvvisamente – fra Cristina ed Emanuele, ma anche per la recitazione incredibile di Marina Rocco, e anche di Piera Degli Esposti direi, una marea di dialoghi scoppiettanti, la liason sessuale con relativi commenti da parte di Maya su Elio, i tradimenti, i pentimenti, insomma, una puntata di una densità assoluta. Ideale.
Anche stasera niente male.

Le invenzioni belle viaggiano per tutta la fiction a un gran ritmo: ricordate l’Inno alla gioia con sequenze di giubilo al rallenty alla caduta del Muro divisorio? Ricordate gli abbracci accennati dall’altra parte del Muro? Gli occhi della madre-Solfrizzi nella scena della carrozzina? Tutti i colori delle fisime di Emanuele per le dimostrazioni di affetto di Laura?
Quel suo “Hai presente quanti anni di analisi freudiana mi costerà questa frase?” alla domanda di sua madre “Tu, come donna […] come mi trovi?”.

I sogni di prima mattina, le varie regole dell’amore, Maya a Elio: “Quello che stai pensando è vero. Ecrù lo dicono solo i gay”, “la vi-vicina, mi-mister”, “Sha-shan, sha-shan” di Giù la testa nell’episodio col fastasma della moglie di Solfrizzi, tutte – e dico tutte – le risposte “pensate” e non date nella realtà. Il “povero Giulio” in macchina ad aspettare addormentato e con due dita d’aria. “La famiglia Giorgi trionfa!” sulla macchinina in retromarcia. La classe di Michele. Alla lezione di yoga: “Ce la fa a chiudere la bocca per due minuti? Sennò alzo il volume dei delfini, eh?” -“No no…”. Il montaggio della scena in cui Paolo e Cristina si accordano mimando un incontro di riavvicinamento. Solfrizzi e il montaggio della scena Ed io tra di voi al ristorante subito dopo l’arrivo di Riccardo dagli States. L’infinita empatia che si prova per Cristina. Sempre. E tanto, troppo altro.

Qualche perla di stasera, ad esempio.
Maya:”Un buon amante va condiviso come un buon parrucchiere, una svendita in una profumeria”.
-Michele: “Quale donna ti dice che ti ha tradito la sera prima del giorno più bello della sua vita?”
-Paolo: “Quale donna? La mia!!”
Vacanze romane all’arrivo dello sposo. Paolo che si immagina la scena Per un’ora d’amore poco prima del no.
Laura: “Adesso sai guidare! Per scappare da me sai guidare!”
Paolo (le mani addosso all’agente): “Tu sei gay!? E allora perché devi venire a rompere le scatole a me!”

Ringraziamo poi Ivan Cotroneo ed eventualmente gli altri sceneggiatori anche per il dottor Freiss e Carla (Carla Signoris).
Già mi immagino il buon Battiston additato per strada dai ragazzi.
“Ciao Freiss!”, “Ma quello non è Freiss?”. Eh, Giuseppe, tanti anni di onorata carriera valsi agli occhi del grande pubblico poca cosa al confronto della paciosità sicura di Freiss.
Sei stato bravo, inappuntabile come sempre nella scelta del copione giusto. Hai davvero un grande intuito per le produzioni di qualità.
Ora ti tocca questo successo televisivo.

Tutti gli attori in questi episodi di stasera hanno dato il meglio, comunque, cesellando dialoghi, litigi, toni, tempi.
Ed era cosa difficile, perché la sutura di un vulnus drammatico è sempre il momento più difficile di un racconto per immagini. Il primo tempo è spessissimo il più bello. Ve ne sarete accorti, no?

Ebbene, Riccardo Milani (il regista) riesce in questa bell’impresa, compresa la scena più delicata, l’inattesa e ben recitata scena del ritorno alla “fratellanza” di Emanuele e Cristina.
Ma sono bastati gli ultimi pochi fotogrammi del suo volto per intuire i reali sentimenti di Cristina, vero?
Non vedo l’ora di vederli ancora assieme. E voi?

Concludo augurando un anno pieno di amore a tutti i lettori di questo articolo. Siete dei romantici, innamorati dei sorrisi e con un ottimo gusto per le fiction, credo.
Vedete di spendere nel miglior modo possibile l’anno che ci toccherà aspettare prima del prossimo tuffo in casa Giorgi-Del Fiore. Usate il vostro buon gusto per contaminare di pazzia per amore chi vi sta vicino.
E’ vero, la tv non è il cinema, ma a volte è solo un pregiudizio.
C’è tutto un mondo intorno

di marco dewey

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*: Scusandomi per la lunghezza davvero eccessiva dell’articolo, ricordo a tutti che nel 1995 Riccardo Rossi era tutto una comparsata a Mediaset durante la campagna per il referendum per l’abrogazione delle norme che consentono la concentrazione di tre reti televisive, invitando ovviamente a votare per il NO. Vi ricordate?
Un due di voto, per una volta, al responsabile casting. Consideratemi pure un bastardo, ma attori che si prestano a quel genere di iniziative vanno emarginati. Che lavori a Mediaset e non con i miei soldi! Una bel luogo comune, non c’è che dire. Ma stavolta lo sento proprio.
Che paghi con l’ostracismo nazionale l’uso ignobile del suo mestiere. Qualcun altro mi darà del comunista, ma non fa niente. Uno più, uno meno…
E’ che lui mi è rimasto più in mente di altri, dei soliti Raimondo Vianello e Sandra Mondaini, dei Mike Bongiorno, di tutti quanti gli impiegati a tempo inderminato del premier, insomma. Mi è rimasto più in mente di quelli lì che facevano tutti campagna per questo NO, che alla fine ha vinto con il 56%. Ce l’ho in testa Riccardo Rossi, perché spuntava fuori come un alieno, come un cavolo a merenda e introduceva, educava al convincimento per il NO, con la Rita Chiesa di turno.
E’ grazie anche a servi come lui viviamo questa Italia che come direbbe Masini, “ci ha rotto i coglioni”.

Peace.

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Benigni a Sanremo smerda Berlusconi e Povia. E difende la libertà di tutti recitando Oscar Wilde. Perfetto.

17 febbraio 2009, martedì


Ancora una volta Roberto Benigni ci ha reso orgogliosi di essere italiani. Maledizione! Lo ha detto proprio ora anche Bonolis!!! Che banale che sono. Non fa niente. Lo lascio.

In molti volevamo tanto sbeffeggiasse il nostro odiato presidente del consiglio – possibilmente fornendo spunti di riflessione ai più deboli di spirito – e lui lo ha fatto, volevamo ci sollevasse un po’ dalla giornata pessima in cui siamo precipitati sin dalle prime ore e lui lo ha fatto con uno dei suoi stilemi classici, la commistione potere e vizio, potere e umanità – però infima -, il tutto raccontato con la massima serietà, e lui ci ha sollevato, e infine volevamo che gridasse a quel laido di Povia il nostro disprezzo per le idee sottese nella sua Luca era gay, e lui lo ha fatto sussurrando con voce ferma tutto l’amore di Oscar Wilde.

Sveglia, Italia.
Ti meriteresti giusto il deputato Barbareschi e invece hai Benigni.
Una speranza c’è ancora.

Viva gli Afterhours.

di marco dewey

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Finalmente Eluana è morta, libera dalle parole di Berlusconi, che sabato passando sul suo corpo insulta Beppino Englaro e la Costituzione.

9 febbraio 2009, lunedì


Eluana finalmente libera dal suo corpo.
Ora ci toccherà assistere a questi supremi difensori della vita che ci faranno la morale. Non importa.
Il mondo ci guarda e ha pietà di noi per tutto il populismo e l’ingerenza del Vaticano che opprimono da troppo il nostro miserabile paese.

Berlusconi sabato ha sfruttato questa tragedia per della bassa politicaccia. Lo stesso schifoso sciacallaggio a cui assisteremo in questi giorni.

Quando Berlusconi si permette di dire: “A me pare solo che [Beppino Englaro (ndr)] si voglia togliere di mezzo una scomodità”, questo non è il suo solito spostamento di attenzione dalle magagne economiche, o dalla prossima ignobile legge sulle intercettazioni.
E’ un insulto a un padre, un’illazione intollerabile, uno sfregio a un uomo talmente corretto da non aver mai sfruttato – per rendere giustizia alla verità di questi diciassette anni – l’attuale immagine di Eluana, non certo più quella che conosciamo tutti di splendida ragazza nel fiore dei suoi ventuno anni; un uomo che per principio si impone di non fare una cosa che non ritiene giusta anche se probabilmente è conveniente, spendibile: un homo non meramente economicus, insomma, un personaggio inconcepibile per il Silvio.

In merito poi al decreto legge non controfirmato da Napolitano per tornare ad alimentare Eluana, decreto che avrebbe inibito varie decisioni della ancora libera magistratura, Berlusconi sabato ha anche sostenuto che una modifica della Costituzione (nel senso di un maggiore potere al presidente del consiglio) “è necessaria perché è una legge fatta molti anni fa sotto l’influsso di una fine di una dittatura e con la presenza al tavolo di forze ideologizzate che hanno guardato alla Costituzione russa come un modello”. Certo, e le componenti cristiana e liberale facevano numero.

Non bastasse, sempre sfruttando il caso Eluana Englaro, ancora in Sardegna afferma: “Sono due culture che si confrontano, da un lato la cultura della libertà e della vita, dall’altro quello dello statalismo e della morte. […] Noi siamo per la cultura della vita”. Gli altri sono dei vetero comunisti tipo DDR che uccidono i loro vecchi e i loro malati quando questi danno loro fastidio, sembra dire.

Credo che la ragione di queste scandalose invettive fosse che, visto che oggi o nei prossimi giorni Eluana sarebbe morta, il moto di emozione e retorica del cinismo avrebbe catturato i consensi dell’elettorato cattolico meno consapevole.
Ora, sposterà consensi in Sardegna in vista della prossima tornata elettorale? Sarà stato per munirsi di una scusa per mettere mano a certe prerogative del Colle? A proposito, prima si pone al di fuori della legge in molti modi nei vari anni del suo potentato, ora si vuole (auto)conferire maggiori poteri. Un bel percorso.

Allora, dicevo, quale che sia la vera ragione di questa blitzkrieg, quel che è certo è che anche solo guardando con occhio vergine ai fatti che vengono fuori dalla tv, osservandoli solo per quanto riguarda il primo livello delle cose, come se non esistessero ragioni nascoste, il suo comportamento ha dell’incredibile. La cosa grave non è che abbia ceduto alle pressioni del Vaticano o che B creda che sia, politicamente parlando, una bella mossa.
L’assurdo è che abbia perseguito certi scopi usando degli insulti a un padre, alla carta costituzionale e alla maggioranza degli italiani, che secondo lui apparterrebbe alla cultura della morte.
Frasi che se non le avesse pronunciate proprio lui, così in grado di muovere i fili dell’informazione per placare, sviare, minimizzare, sarebbero frasi da suicidio politico.

Sabato siamo tornati al Berlusconi da battaglia, da campagna elettorale, quello senza scrupoli, quello che ha imparato a solleticare le paure più intime dell’ignoranza umana, quello che passa sopra il dolore di un padre che vede violentare il corpo della figlia da diciassette anni, sopra il giudizio infimo e scontato che gli riserverà la storia umana, sopra l’odio che una metà di paese non può altro che provare per lui.

A Berlusconi dico che c’è un limite all’ignoranza degli italiani.
E poi stavolta B ha toccato un tasto che non c’entra con la consapevolezza. Ha a che fare con l’empatia.
E empaticamente gli italiani stanno con Beppino Englaro.
Un padre.

E anche se siete fra quelli che – al contrario della giustizia italiana – non credono che lei gli abbia espresso chiaramente il suo punto di vista in situazioni limite come quella, un padre in certi casi sa cosa è meglio per la figlia. Questo gli italiani lo sanno.

Finalmente lo spirito di Eluana è libero.
Se solo sapesse quali e quanti avvoltoi si sono avventati sul suo corpo, certo non riposerebbe in pace.

A noi che non crediamo all’anima spiace un’altra cosa.
Io desidererei che da morto il mio pensiero venisse rispettato fino in fondo.
A me non cambierà nulla se mi faranno un funerale triste o cattolico, ma io vorrei una bella festa molto laica.
Se arriverò a punti simili a quello di Eluana, senza possibilità di risveglio fra i vivi di mente, io non vorrei altro che la mia libertà di morire. Per me e per la mia famiglia.
Se me lo impedissero, pur da incosciente il mio spirito sarebbe imprigionato.
Vivevo il dramma della famiglia Englaro come un mio dramma. Ora che Eluana è morta devo ammettere che mi sento più libero.

Chiudo con una curiosità sullo spirito dei tempi che corrono.
Stamane mi sveglio con Bruno (in cerca di “credibilità” politica) Mobrici, che a Uno Mattina chiede al rabbino capo di Roma se dopo la morte di Eluana l’Italia sarà un paese migliore.
Noi non sapremmo cosa rispondere. Di sicuro lo sarebbe se non esistessero giornalisti che fanno domande tendenziose e non molto congruenti come Mobrici.

di marco dewey

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Il cittadino Tabucchi ad Annozero ci regala un po’ di libertà e verità sulla necessità delle intercettazioni

6 febbraio 2009, venerdì


Un grazie a Santoro per la sua trasmissione. Ultimo spazio in cui viene fuori esattamente la vera natura degli ospiti.

Si parla di intercettazioni. Quanto cambierà dalla legge che sta per essere approvata in Parlamento: l’avvocato e consigliere giuridico di Berlusconi, il parlamentare Niccolò Ghedini, e Marco Travaglio a difendere idee opposte. Secondo il primo cambierà poco ma in senso garantista. Secondo Travaglio verrà trionfalmente scolvolto il più grande strumento che ha la magistratura per indagare e quindi reprimere i reati e inoltre verrà vessato il mondo dell’informazione oltre il consentibile.

A Gioacchino Genchi, un consulente della Procura che Berlusconi temeva tanto, per tutta la puntata Ghedini e Martelli contestano in pratica nient’altro che il fare il suo lavoro: il senso delle accuse di Ghedini si potrebbero sostanziare in un ipotetico “figuriamoci se non ha conservato nessun tabulato per poter ricattare il potente di turno!”. Quante battutine odiose e vergognose ha fatto Ghedini stasera. Ma tutto quel viscido non passa dallo schermo? Mah. E poi Martelli, ex ministro della Giustizia: “Lo capisce che è questo che è grave? Che lei che è un privato cittadino venga chiamato a fare quel lavoro “sensibile”!”
Peccato che in tutto il mondo i consulenti tecnici vengano chiamati a fare lo stesso.

Ma torniamo alla ragione dell’articolo.
Durante la trasmissione il vicedirettore de Il Corriere Pierluigi Battista giudica fuori controllo la quantità delle intercettazioni che si ha in Italia. Un numero tale da porci in contrasto per enormità coi numeri delle più importanti nazioni al mondo. Vogliamo che l’Italia sia un paese a statuto speciale?

In collegamento da Parigi lo scrittore Antonio Tabucchi, che dovrebbe parlare della stranezza di cui è stato protagonista – citato in giudizio civile per diffamazione per 1,3 milioni di euro dalla seconda carica dello stato Presidente del Senato, dal lodo Alfano in poi ormai “intoccabile Schifani“, oppure per giudizio lesivo della propria immagine, non ho ben capito -, ci parla invece per qualche minuto con la voce dei nostri pensieri, tira fuori l’anima ferita dell’Italia più informata, della parte ancora non rosa dall’ignavia, di tutti quelli che ancora resistono e che soffrono per la degradazione etica e l’umiliazione nel mondo a cui stanno sottoponendo il nostro paese.
Lo ha detto con una retorica asciutta e un vigore calmo.

Informa Battista che “l’Italia è un paese a statuto speciale!”
Quando abbiamo così tanti parlamentari indagati, – da studio gli si ricorda abbiamo anche tanti condannati in via definitiva – questo ci rende un paese a statuto speciale.
Un presidente del consiglio padrone di un po’ tutta l’informazione non è un argomento passato di moda nei paesi di piena democrazia e non lo è né in Francia, né in Inghilterra, né in Portogallo, né in tutti i paesi in cui abbiamo la possibilità di muoverci liberamente: noi che possiamo (lasciando intendere che gli ultimi provvedimenti esatti dalla Lega sui clandestini lo hanno già raggiunto).

Quando si pongono quattro italiani al di fuori della legge, questo ci rende un paese a statuto speciale (si riferisce al lodo Alfano, altrimenti conosciuto “salva Berlusconi+3”).

E che l’Italia, che ha una Costituzione perfetta, debba tollerare dei cambiamenti che la portano fuori dall’Europa è un fatto molto grave.

Un bel respiro, non c’è che dire. Fa sempre piacere quando un grande intellettuale grida di dolore così serenamente, non replicando certi toni scomposti che sembrano andare per la maggiore ultimamente.
Ne avevo proprio bisogno stasera.

Alle 23:25 viene chiamato a chiudere e ci parla della Storia. Un’immagine che mi è molto cara perché la uso spesso. Il fiume della Storia porterà via questi governanti.

Mi permetto di aggiungere molto umilmente: molto prima di quanto questi signori possano immaginare.
Il sonno della “parola che esplode” durerà fino a quando ci sarà regime mediatico oppure vera convenienza. Ora ci sono entrambe. Ma la morte di una persona spazzerà le remore dei giornalisti. Che apriranno la via alla loro coscienza.
La coscienza di Paolo Guzzanti ad esempio è esplosa all’improvviso, voglio immaginare adiuvata dal silenzio e dallo sdegno dei suoi tre figli.

di marco gattafoni

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Monica Setta a Domenica In Politica ha sempre la marchetta pronta.

1 febbraio 2009, domenica


Sarebbe la prima volta che vedo Monica Setta a Domenica In Politica (parte di Domenica Insieme) e non la trovo sfacciatamente di parte.
Sarebbe.

Insomma, sì, ogni tanto invece di fare una domanda lineare ci dona uno dei suoi preamboli che non c’entrano niente e che attribuiscono i problemi dell’Italia solo alla crisi internazionale o al passato, oppure mette in luce ammirandoli i grandi sforzi del governo.
Oggi, domenica 1 febbraio, l’ha fatto solo una volta, però.
Si è contenuta, no?

Tuttavia c’era qualcosa che mi disturbava.
Alle prime non capivo.
Poi mi accorgo che il Silvio era in tv.

Cioè, non lui: una sua dichiarazione di non so quando e il suo nome.
Avete presente i titoli scorrevoli modello CNN, Al Jazeera e Tg2? Ecco. Oggi c’era una dichiarazione che Monica Setta non poteva celare agli italiani. E allora ha pensato di farla scorrere in loop semicontinuo per circa il 30% della trasmissione.

In pratica sono stato costretto a leggere per una quindicina di minuti questa frase:

60 giorni per superare la crisi? Il premier Silvio Berlusconi: “Tutti insieme ce la faremo”.

Forse non avete presente quanto possa essere assurda questa cosa. Ho buttato lì un 30% di loop, ma potrebbe essere benissimo di più. Era davvero ossessiva.
Mi chiedo se ciò sia normale.

Insomma, non era necessario, non apparteneva alla categoria breaking news e non la si stava commentando.

Milioni di italiani si sono involontariamente e immotivatamente letti – per molti minuti, una domenica pomeriggio su Raiuno – l’invito del premier Silvio Berlusconi (epiteto, nome e cognome) a non rompere le uova nel paniere, magari a non seguire l’invito allo sciopero generale della Cgil, e a non mettere i bastoni fra le ruote.
A starsene buoni e calmi. Ad avere pazienza.
A seguire la linea Cisl-Uil. A piegarsi a come viene gestita per loro la crisi.
Certamente a non criticare il Governo, ché bisogna stare “tutti insieme” perlomeno per i prossimi due mesi.

Allora, fiducia a te, reo Silvio.
La prenderemo in quel posto, sì, però silenziosamente.
Poi si vedrà.

di marco dewey