Archive for gennaio 2009

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Chi immagina il “Punto di vista” del TG2 se va in scena un Craxi vs. Berlinguer?

24 gennaio 2009, sabato


Finisco di vedere credo l’ultima puntata di questa serie di Desperate Housewives, compiango la fine del personaggio della splendida attrice Justine Bateman che interpretava fino a venti anni fa Mallory Keaton in Casa Keaton, esclamo fra me e me un “Oh porc…” per un ultimo colpo di scena e per pigrizia me ne rimango a vedere la pubblicità prima di D’Alema a Malpensa, Italia.
E invece c’era lo spesso disturbante Tg2 Punto di vista.
Stasera davvero insopportabile.

In apertura una scheda ci presenta un Berlinguer filo sovietico, come se lo strappo del 1976 non fosse avvenuto, e si insiste sull’intervista concessa a Scalfari in risposta a un articolo di Craxi, intervista in cui si dice rivendichi la matrice marxista-leninista et voilà, il vetero-comunista è servito.
La stessa scheda ci racconta un Craxi sostenitore del socialismo liberale – praticamente l’inventore italiano -, e grande statista.
Nient’altro.

Si ritorna in studio e la conduttrice Daniela Vergara pone un quesito ai due politici ospiti, l’onorevole Cicchitto (ex socialista) e l’attuale segretario del PSI, Riccardo Nencini.

Una domanda che suona come un: “Per la storia, chi ha vinto dei due?”.
Beh, la loro faccia diceva tutto ancor prima di rispondere. Quasi un “A’ Daniè, ma stai a scherzà?”. Semplice, le loro parole poi ci chiariranno, il vincitore per la storia è Bettino Craxi, portatore di un socialismo in cui l’individuo non è sacrificato, eppure un socialismo solidale e portatore di istanze libertarie. Un genio. Un giusto.
Berlinguer era comunista, leninista, il comunismo ha perso, quindi anche lui ha perso rispetto a Bettino.
Sillogismo illogico. Non c’è che dire.

La contesa è bella che finita qua. In due minuti un massacro.
L’ultima domanda è un pro forma.
Serve a dimostrare al pubblico che è stata garantita l’imparzialità degli ospiti. Uno, infatti, crede che l’eredità delle idee di Craxi sia più presente nel centro-sinistra e l’altro nel centro-destra.

Voi penserete: cosa ti aspetti? La degna prosecuzione della puntata-santuario di Porta a porta su Craxi.
Puntata-monstre praticamente senza contraddittorio.
Eh sì, ho capito, ma io a queste schifezze ancora non mi ci sono abituato.

Qui tutto è dimenticato. La devastazione senza precedenti dei conti dello Stato che ha causato quell’uomo è quasi indicibile, irripetibile.
Dal 1983 al 1987, anni in cui è stato Presidente del Consiglio, siamo passati dal 73% al 92% come rapporto fra debito pubblico e Pil.
Come non bastasse, lo squallore etico diffuso nel Partito Socialista Italiano di quegli anni lo conosciamo tutti, e sebbene stiano cercando in ogni modo di insabbiarne il ricordo, rimane lì, nella storia.
Non si aspettino che la loro cronaca imposta riuscirà a sopravvivere alla morte di alcuni di loro. Di uno di loro.

Enrico Berlinguer non ha macchie sotto questo e mille altri lati, invece. Si è distinto in senso diametralmente opposto, piuttosto. Una personalità specchiata che ha un nome e aveva un progetto politico credibile e maturo, a cui avrei messo e metterei la firma pure ora, da liberale democratico molto di sinistra e assolutamente non comunista.
Dell’Eurocomunismo, della Terza via, della rottura col PCUS non si parla. Dimenticato.

Il grande vincitore Craxi, l’uomo di Stato Craxi – al contrario, quali che siano state le sue responsabilità -, è morto da latitante, ché in sfregio a tutto il Popolo Italiano ha deciso di non consegnarsi a un giudizio in Suo nome.
Dal “punto di vista” del Tg2, evidentemente, nemmeno questa cosa sono riusciti a vedere.
Boh! Saranno stati impallati.

Un abbraccio, Enrico.

di marco dewey

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Altro incidente sulla Castiglionese

19 gennaio 2009, lunedì

Questa volta è un pullman di studenti ad andarsene di sotto da qualche parte lungo la Castiglionese.

Oggi, attorno alle 14:30, una corriera che veniva giù da Fermo verso Porto San Giorgio si è ribaltata lateralmente, probabilmente fermata dalle numerose canne che sulla destra – per fortuna – salvano da scollinamenti ben più pericolosi (e credetemi, lo dico per esperienza: nello stesso tratto, diciassette anni fa, in una notte velata da una pioggerellina, un mio carissimo e neopatentato amico, ha pensato bene di immunizzarmi dalle future tentazioni di guida sportiva su strada provinciale. Risultato: ribaltamento con imprecazioni).

Ci sarebbero una quindicina di feriti lievi e un paio di codici gialli.

Queste cose succedono quando chi guida mezzi di quella grandezza e più in generale chi trasporta passeggeri o comunque guida un’auto, non è conscio dell’estrema pericolosità di quella discesa e più genericamente del trasporto su gomma.
A causa dei recenti lavori di manutenzione e “messa in sicurezza” della Castiglionese, la gente ha notevolmente velocizzato i tempi di percorrenza, ampliando così le occasioni di pericolo in una discesa molto stretta, tutta flessi e curve cieche, che ha già mostrato di nuovo quei segni di cedimento poco dopo Fermo, che ne avevano appunto imposto la miglioria del fondo stradale di cui sopra.

Mi arrivano notizie ufficiose proprio ora, 17:30, che al Torrette di Ancona sia andato solo un ferito, e che il Pronto Soccorso di Fermo sia ancora pieno di contusi, un trauma cranico, una frattura al braccio o alla spalla, un sospetto spappolamento della milza che sembra rientrato, una total body TAC da fare e, insomma, ancora tanto lavoro per i medici di Fermo, che sono ancora sotto allarme.
Allarme rientrato invece per gli infermieri fuori servizio, inizialmente fatti accorrere in ospedale a sostegno dei loro colleghi.

Sono ipersensibile al problema incidenti stradali, ché ho perso un amico e quasi perso la giovinezza sulla strada.
Ho provato per ben tre volte, da passeggero trasportato, la terribile emozione di un cappottamento. La vita davanti. Il dolore.
Vorrei che chiunque andasse per strada, con o senza passeggeri, fosse conscio di quanto potere ha. Potere di vita e di morte.
E di infelicità.

di marco dewey

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Lucia Annunziata ad Annozero si alza e se ne va. Meglio così.

16 gennaio 2009, venerdì


Capita su Raidue che Lucia Annunziata fa due pistolotti “live” – con una certa supponenza! – contro il modo di gestire la conduzione della trasmissione in cui era ospitata – Annozero -; il conduttore – Michele Santoro – la seconda volta non glielo concede senza colpo ferire e le ribatte piccato che non si aspettava da lei le stesse accuse di cui è fatto oggetto da molti fronti.

A questo punto lei si alza e se ne va.

Io posso capire che un giornalista scada nel brutto passo falso di criticare il lavoro di un conduttore in una trasmissione dal vivo, di farlo non in maniera ironica, ma diretta e pesante, fastidiosa e con ragioni dubbie.
Posso davvero capirlo. Per franchezza, perché crede fortemente a quel che dice o per amore della ribalta.

Ma farlo due volte è provocazione e maleducazione pura, anche per le esili ragioni che difendeva. Per il merito della questione.

La prima volta Santoro è stato accusato dalla Annunziata – e uso una perifrasi molto light – di non fornire un buon servizio (al buon esito della causa? agli italiani?) a lasciar dialogare le due ragazze, una israeliana e una palestinese, animatamente e su posizioni molto polarizzate. Lo afferma con decisione, con tono alterato e senza possibilità apparente di dialogo. Rivendica piuttosto lei la parola, un’intellettuale come lei, un’intellettuale italiana che conosce i fatti, che ha vissuto quei posti: come le due ragazze, ma con uno sguardo più finalizzato all’elaborazione di un’uscita dalla melma del conflitto, più ecumenico, più consapevole. E sostiene anche che l’Italia debba ascoltare le conclusioni di giornalisti italiani, non quelle di ragazzi che non sanno quel che dicono, con la ragione obnubilata da un odio atavico.

La seconda volta irrompe come farei io da casa quando critico Porta a Porta o Matrix parlandomi addosso incazzato. Molto in breve, protesta veramente accalorata frasi che possiamo riassumere così: “Michele, noi siamo amici, ma la trasmissione è fortemente squilibrata a favore delle ragioni dei palestinesi!”. Ci poteva stare, se non avesse già criticato aspramente l’impianto stesso dell’idea di Santoro. Se non avesse usato quella forza. E se per atteggiamento non si fosse già distinta come l’elemento indisciplinato dello studio, ponendo in atto un comportamento quantomeno irragionevole se consideriamo la natura stessa di Annozero, che è quella di controinformare. E lo è da sempre. E lei lo sapeva.

La situazione italiana è chiara.
Siamo forse l’ultimo sistema informativo nazionale che non critica profondamente le azioni di Israele (Rula Jebreal a riguardo cita – e non a caso – persino la posizione dell’ultraconservatrice Fox).
L’unico sistema informativo che in maggioranza difende “in qualche modo” le ragioni dell’attacco di Israele. Che le rende comprensibili sotto qualche punto di vista. E allora, se questo è vero, perché agitarsi in quel modo nell’unica occasione in cui si cerca il modo di far entrare lo sdegno, l’empatia umana profonda nel cuore degli italiani.
Mah, non sarà vero, o non vedrà quello che vedo io.

Questa è comunque una guerra schifosa. E allora, che prima di tutto la gente capisca quanto sia vigliacca, quanto sia più da considerare una strage velata di intenti preventivi, più da considerare una rappresaglia.
Avete presente le decimazioni? Quelle che i tedeschi ponevano in essere in Italia dopo il ’43  e gli italiani in Jugoslavia (deportazioni e stragi politiche mirate a parte) nel periodo immediatamente precedente?
Ecco, nella striscia di Gaza è in atto una centesimazione.
Un crimine compiuto per scopi politici infimi interni a Israele.

Una porcheria contro il genere umano, una porcheria contro i bambini palestinesi.

di marco dewey

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R.E.M. – Up (1998)

7 gennaio 2009, mercoledì


Che belle atmosfere in questo lavoro dei R.E.M.!
Up è un album molto particolare se confrontato al resto della loro produzione.
Ne ho letto una recensione pessima tempo fa, in un sito molto quotato, la cui accusa principale era che non avesse tante canzoni a cui affezionarsi profondamente: evidentemente tre pezzi “indiscutibili” [alla faccia del nome del mio blog] come i singoli Suspicion, At My Most Beautiful e Daysleeper non sono bastati. E non solo. Ce ne sono molti altri assolutamente unici.

Forse quel giornalista non era del mood giusto.
Questo è un album che aiuta a riflettere, a guardarsi dentro, stimola i bilanci personali. E non si può apprezzare se non se ne comprende la poetica.
E’ un album che un non musicista avrebbe potuto suonare tutto da solo.
E’ suonato facile, ma è ricco di invenzioni non convenzionali. Up è concettuale, non rock, non elettronico, non pop. A me sembra molto moderno.
Il basso, quando c’è, si sente pochissimo, viene praticamente sempre coperto dalle tastiere di vario tipo, che creano la base ritmica vera assieme alla batteria spesso elettronica.

Lo storico batterista Bill Berry, dopo i suoi problemi di salute non se la sente più di far parte del gruppo. I R.E.M. emotivamente accusano il colpo, ma alla fine decidono di andare avanti.
Il suono della batteria ora è cupo, predominano i muti. Le tastiere la fanno da padrone. L’arrangiamento è curato come piace a me. Attenzione al tono generale della canzone, all’idea.
Come dicevo prima, troverete poco niente di scontato, di pop, di rock, a parte qualche ballata pop sentimentale del genere Automatic For The People.
Alcune facili melodie si combinano con costruzioni rischiose e scelte coraggiose, come la lunghezza dei pezzi e in generale la lunghezza dell’album (più di 64 minuti!).

Ci sono solo tre canzoni “alla R.E.M.” in questo disco.

La splendida e serena Daysleeper, che sembra tratta veramente da Automatic For The People (chissà come l’avrebbe venata di amaro il sempre ottimo Michael Stipe se gli fosse capitato di scriverla quest’anno).
Quando ti sembra di aver avuto bisogno da sempre di una melodia, quando proprio non riesci a stabilire quale parte sia la più bella fra le varie che compongono una canzone, e non ti annoia mai, ecco, deve esserci qualcosa di magico. E non fa niente se l’arpeggio di ogni strofa ti sembra di averlo ascoltato da tutta la vita.

Un altro singolo è la ritmata Lotus, che non sarà Jangle pop, ma è l’unica canzone con chitarra appena un po’ rock.
Il ritornello a dirla tutta non mi è andato mai troppo giù.

E infine la molto romantica At My Most Beautiful. Sin dal primo ascolto mi ha ricordato Nightswimming per la parte preponderante del piano e la dolcezza sentita del cantato. La splendida intro semiorchestrale ci porta al ritornello dopo 35 secondi. E poi la strofa col cuore in mano. La chiusura in pratica richiama la intro/prechorus e dura – guarda caso – lo stesso numero di secondi, nonostante potesse essere interrotta molti secondi prima. Questione di poetica.

L’album apre con la meravigliosa Airport Man; entriamo subito in un mantra che getta uno sguardo sull’intero album. La voce sospirata di Stipe è accogliente nonostante la freddezza dell’ambientazione scelta e della batteria elettronica più o meno usata per tutto l’album (ma non vedo il problema), qui è un ritmo fisso da sintetizzatore (sembra il ritmo bossa della mia pianola Bontempi, se ricordo bene).

Poi Lotus come #2, e quindi Suspicion. Quando si parla di una canzone eterna, per temi, delicatezza, semplicità, bellezza, una di quelle a cui penso io è Suspicion, e poi termina con il minuto di chiusa che non ti aspetti, coi violini e coi dubbi che quello che hai ascoltato fino a quel momento non sia l’unica verità. Che quelle lunghe note quasi fisse di sintetizzatore al gusto di violino, quel ritmo bloccato, quello splendido mantra dondolante di batteria quattro quarti e tastiere e (probabilmente) basso e chissà cos’altro che caratterizzano le strofe e lo special non fosse il solo orizzonte della canzone. Che non avevamo capito niente, che era necessario sviluppare la parte terminale del ritornello.
La dolcezza con cui ti affascina, con cui sembra quasi volerti far apprezzare un momento tragico come la gelosia, come le paranoie dei sospetti, farti apprezzare tutto l’amore che provi o che hai provato o comunque la nostalgia di sentimenti così forti, cede invece il passo a un finale stridente con il testo. Dream, dream.

Hope è una bella chicca. Il pezzo più elettronico e più strutturato dell’album.
E’ un lungo testo, senza strofa né ritornello, quasi senza interruzioni, sempre il solito ritmo e procede per aggiunte di strumenti, una gran confusione ordinatissima che diventa suono quasi indistinto a trenta secondi dalla fine per poi bloccarsi all’improvviso, come se il rumore cadesse.

Adoro The Apologist istintivamente.
Prima di tutto per il refrain che ti resta in testa tutta la vita.
Il primo attacco dalla strofa recita:
I wanted to apologize for everything I was,
so I’m sorry, so sorry…
Ma tutto il testo è incredibile, sembra un personaggio dei fratelli Cohen, ti ci immergi e chiedi a scusa al mondo ancor più di quanto facessi già.
E’ una canzone di odio e di amore. Uno spettacolo.

Altra sorpresa Sad Professor, strofa mai sentita, modo di cantare mai sentito, assolutamente innaturale; sembra gli manchi il fiato. E’ fantastico Michael Stipe qui. Uno può pensare che da un momento all’altro vada in iperventilazione o in apnea. Chitarra ritmica morbida fino al chorus, quando arriva un mini accompagnamento molto leggero di chitarra elettrica, ma a gran volume. Strano effetto in una canzone sostanzialmente lenta.

You’re In The Air. Un altro di quei pezzi che ti fanno capire quanto la presenza forte delle tastiere stravolga il modo di comporre di una band pop-rock. Nonostante qui le chitarre si sentano molto rispetto al resto del disco, i rumori di fondo di questa come di tante nel disco sono voluti caratteristici, come se per ogni pezzo si volesse inquadrare un ambiente, spesso con suoni lunghi, anche per le chitarre, fiati e archi simulati e via discorrendo. Tutto molto artificioso concettualmente. Tutto pensato, tutto nuovo, e non importa se non tutti possano apprezzarlo.
Questo è davvero un disco coraggioso.

Walk Unafraid non è il pezzo migliore. Si salva per il bel ritmo del ritornello, per delle percussioni interessanti e sulla bella uscita.

Why Not Smile fa paura! Sembra iniziare con un clavicembalo, e ricorda e procede come Hope con aggiunte di strumenti sempre diversi. La adoro. La chitarra elettrica suona velocemente la stessa nota, riprendendo così ancora una volta uno degli stilemi dell’album.

Passata Daysleeper, approdiamo a una nuova fase dell’album, decisamente la meno riuscita, la meno ricca di spunti. Il tono generalmente introverso da qui in poi tocca i suoi vertici. Diminished ancora riesco a capirla, ma non è che la apprezzi troppo: la strofa sì.

Parakeet suona come un inno funebre, non di quelli lirici, di quelli patetici, e Stipe non fa nulla per cantarla in maniera diversa da come farebbe in chiesa.
E purtroppo continua così per tutto il tempo.
Non mi va giù. Ce la potevano risparmiare. O no?

Melodia a parte, decisamente meno anonima, Falls To Climb sembra riprendere il testimone dal pezzo precedente, gettando un’ombra sulla chiusa di quest’album.
Per caso – cerco di non leggere recensioni prima di scriverle io – ho letto anche di gente entusiasta di questo pezzo, ma sinceramente fatico a capirne le ragioni.

Siamo arrivati alla fine. Vi assicuro, è difficile scrivere di Up, difficile da ricordare canzone per canzone tante sono le evasioni, tante le anomalie, tanto è poco convenzionale per essere una produzione di una band incredibilmente famosa e che non ha mai brillato per innovazione, per gli azzardi.
Però anche quando il risultato non è dei migliori, questo album conserva una dote rara: quella di stupire.
Uno pensa per tutto il tempo che da una lagna come Parakeet non potrà mai trovare un momento degno di nota, poi ti dimentichi che la stai ascoltando e d’improvviso ti rendi conto che è interessante, se non vai lì ad analizzarla è originale e oserei dire – a tratti – piacevole.

Buon viaggio comunque la pensiate.

di marco gattafoni

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Non ci credo! Marx fatto passare per cattivo dallo spot Rai.

3 gennaio 2009, sabato


Buona la tv, buono anche tu.

Prima c’è Napoleone che ritarda la battaglia di Austerlitz, poi il sanguinario Robespierre che si fa blandire dalla buona Tv di Simona Ventura – complimenti per il coraggio che stavolta vira verso la sfacciataggine – e non fa decapitare Maria Antonietta.

Ora mi è capitato di vedere lo spot in cui “buono anche tu” è riferito a Karl Marx.

Potevo aspettarmi qualcosa di tanto diverso dal molto cattolico Alessandro D’Alatri. Uhm… no.
Che bello, eh? Il potere di far passare per rabbonibile uno che teorizzava la negatività delle religioni era troppo irresistibile per un irrazionale come lui.
Il grottesco non gli sarebbe ricapitato più.
Quale migliore occasione?

E qualcosa d’altro dal questuante direttore generale della Rai, Cappon? Sono giorni che va in giro dicendo che la sua azienda non può andare avanti senza un aiuto dello Stato.
Claudio, vai tranquillo, Mediaset val ben più dell’anticomunismo e del clericalismo.
Non vi daranno mezzo euro in più.

Buone feste buone a tutti.

di marco dewey