Archive for ottobre 2008

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“What’s up” spot per Obama

31 ottobre 2008, venerdì

Che cos’è questo spot!
Tiriamole fuori anche noi queste idee!
Il materiale non manca.

di marco dewey

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Supergrass – Road to Rouen (2005)

31 ottobre 2008, venerdì


Che amore con i Supergrass! Acquistati sin dal primo album.
C’è un’aria diversa in questo, ma a me sta bene così. Credo sia il loro migliore.
Devo ammettere che appena ascoltato la mia impressione non è stata granché bella.
E anche la seconda volta l’apprezzamento era decisamente parziale.
Mi ci è voluta un po’ di attenzione extra per superare, forse, quella fastidiosa impressione di cambiamento dal percorso fin lì fatto e che più amavo.

L’album parte alla grande.
L’intro strumentale di Tales of endurance (Parts 4, 5 & 6) ti conquista subito. Riff di chitarra ritmica, timbro brillante, a cui si aggiunge il piano come strumento dominante.
La vocazione epica del gruppo qui si fa sentire tutta. Compreso lo stacco di fiati che in compagnia del basso di Mickey Quinn e del piano di Robert Coombes annuncia altro. L’inizio del cantato. E’ breve e imponente, da grande orchestra che sembra immersa in una foresta. Che ci sia un corno o no, non importa; sembra l’inizio musicale di una caccia alla volpe. Perfetto.
Da qui in poi parte, per pochi secondi da solo, un piano che mi ha fatto venire alla mente Cannonball dei Supertramp, ma è tanto che non l’ascolto. A chitarra ritmica e piano, che seguono gli stessi giri dell’intro, si aggiungono basso, batteria e cantato. Altro stacco di fiati, che annuncia il nuovo cambio di carattere. La parte sei, evidentemente.
Qui mi sembra di ritornare indietro di trent’anni. Il riff dominante mi ricorda tantissimo Achilles Last Stand dei Led Zeppelin. Un giro insistente di chitarra elettrica, che evoca anche per timbro proprio la lunga canzone degli Zeppelin. Mentre scrivo non ho ancora letto altre recensioni di questo disco, e vi confesso che sono curioso di verificare se altri hanno avuto la stessa mia sensazione.
St. Petersburg è il primo singolo. Una ballata lenta in cui spunta sulle altre le note del piano di Robert Coombes. A me pare bellissima e in perfetto tono con il disco.
Bella, ma senza grandi spunti Sad girl, la cui parte centrale mi fa pensare ai Beatles, ma la butto lì. Insomma, visto che non ricordo la canzone potrei sbagliarmi.
Roxy è l’omaggio di Gaz Coombes alla mamma scomparsa da poco. Lo spirito musicale dei Supergrass, sempre pronto a volare alto colpisce ancora.
E’ splendida. E’ serena. Una ballata rock pronta a rinchiudersi e a ripartire.
Dopo due minuti e mezzo la parte cantata termina, dopo tre e mezzo comincia a cantare la sofferenza della chitarra di Gaz e poi quella di tutti gli altri strumenti come in un rincorrersi confuso ma deciso verso l’annullamento delle proprie capacità, verso l’oblio.
Coffee in the pot ? Una canzone strumentale e divertente che ci riproietta negli anni sessanta. Ora manca solo un video in Eastmancolor con una delle tettone di Russ Meyer. Cheddire, son tornati i Ventures. Una cosa fra le altre: identico suono di chitarra.
Road to Rouen proprio non mi cala. Sarebbe pure un pezzo pensato bene e suonato pure, ma la melodia è davvero inconsistente e abbastanza odiosa. Il risultato è che dura 3:51 e invece ne sembrano cinque e mezzo.

Da qui alla fine è tutto uno spettacolo.
Il ritmo e il giro di Kick in the teeth mi fa subito tornare indietro a In it for the money. Che grandi i Supergrass!
Low C è un’altra ballata lenta, intima ma di ampio respiro, in maggiore per intenderci. Uno dei tre singoli. La melodia, lo sviluppo della canzone, delle sue emozioni, unito al graffiato in post-produzione della voce di Gaz e al timbro brillante e naturale degli altri strumenti me la fanno adorare. E il video? Consigliatissimo. Quanto può essere simpatico Danny Goffey?
Fin, in analogia con Los Endos dei Genesis o The end dei Beatles, è il pezzo che porta a termine l’album come promette il nome. E lo fa altrettanto bene dei predecessori citati. Altro singolo, nell’ambito di un album complessivamente molto spartano, sembra il brano più lavorato in post. E’ splendido. Una ninna nanna a metà; non usabile come tale, purtroppo. Un arpeggio morbido, ma a volume troppo alto per rientrare nella categoria pratica, troppo alto anche il chorus. Il ritmo, però,  così come il testo ne tradisce la natura: “Leave your light on tonight”.

Qualcuno definirebbe Road to Rouen un disco intimista, riflessivo, soprattutto rispetto a come siamo abituati a considerare i Supergrass. Energetici, precisi, d’impatto immediato.
A me sembra soprattutto un album maturo e di gran classe.
Che ha un notevole pregio rispetto alle altre loro produzioni. Regge molto bene la prova del tempo e quella dell’ascolto ripetuto.
E conferisce al gruppo una nuova dimensione.

di marco dewey

PS: Ci si becca al concerto a Bologna il 5 novembre.
Anche il disco di quest’anno è splendido a parte le prime due canzoni, un po’ troppo White Stripes.

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Il ministro La Russa urla, zittisce e inveisce contro Concita De Gregorio a SkyTg24

29 ottobre 2008, mercoledì


Durante la trasmissione di Maria Latella a SkyTG24, Concita De Gregorio, direttrice de L’Unità, molto pacatamente e in risposta alla critica di La Russa a Veltroni, che non ha ricordato nella manifestazione del 25 ottobre i soldati morti nell’incidente di elicottero in Francia di due giorni prima:

“Mi sembra insolitamente in difficoltà dopo questa manifestazione anche il ministro La Russa che di solito è molto brillante. Credo che fare ricorso ai militari morti e ai punti dei sondaggi sia un segnale di difficoltà.”

La Russa [urlandole sopra da “sondaggi” in poi (gli urli sottolineati)]:

Ehi, signora Concita, io non faccio ricorso ai militari morti. Si vergogni! Con la sua faccina educata. Non parli dei militari morti con quel tono! Ha capito? Ignorante che non è altro! Ma vergognati, Concita! Con la sua faccettina così! Se lo doveva ricordare lei di dire di parlare dei morti durante la… ma si vergogni! Io, perché sono in difficoltà parlo dei militari morti!! Ma si tappi la bocca! Con un turacciolo se la tappi! Vergogna, Concitina! Vergogna! Non ne parli, guardi. Lei fa bene a non parlarne! Che su L’Unità… Non ne parli. Mi innervosisco quando lei dice cosa devo fare.
Ecco, allora. Questa signora ha già dato prova di sé.
Ma non faccio ricorso al lutto! Siete voi che vi siete dimenticati. Che vergogna. Guardi, se lei parla di questo io mi alzo e me ne vado!”

La De Gregorio continua a parlare lentamente e con lo stesso tono da “Ha capito?” in poi:

“E’ lei che ne ha parlato. Mi sembra che fare ricorso al lutto delle morti dei militari sia inappropriato, no? Mi sembra assolutamente inappropriata anche questa sua reazione. Gli spettatori giudicheranno. Ho detto che mi sembra in difficoltà qualcuno che fa ricorso al lutto dei militari quando si sta parlando d’altro. Si sta parlando di una manifestazione”.

Tralasciando le questioni di merito, che hanno visto nel PD l’unico partito a compiere un atto ufficiale rispetto a quella situazione, questi i fatti: un ministro attacca ad alta voce, insulta, deride il nome di un giornalista in una trasmissione nazionale.
Anzi no. Un ministro attacca ad alta voce, insulta, intima di zittirsi e deride con un diminutivo il nome proprio di un direttore di giornale in una trasmissione nazionale.
Anzi no. Un ministro maschio inveisce ad alta voce contro una signora, direttrice di giornale, le intima di zittirsi, di tapparsi la bocca con un turacciolo, ne deride il nome proprio, il tutto urlando in una trasmissione nazionale.

Sì. E’ successo per davvero. E’ una cosa enorme. Una cosa da scuse ufficiali alla nazione. Una cosa per cui chiedere le dimissioni del ministro La Russa.
“Lo zeitgeist attuale” si dirà. “Te ne meravigli ancora?” mi chiederete. No. Non me meraviglio più. Faccio solo in modo di gridarlo al mondo quanto più posso.

Questo il comportamento dei giornali online. Commento pur senza video fra i giornali nazionali l’ho trovato con ragioni alterne solo su Il Messaggero e su L’Unità.
Repubblica e Corriere hanno il video già da un pezzo nell’archivio multimedia: Repubblica già fuori dalla homepage, entrambi senza articolo a commento.
Senza importanza, senza conseguenze! Giornali che invece ne hanno quante ne vogliono di “talking heads”. E’ una scelta politica? E’ un segnale di scoramento?
Per gli altri giornali, invece, solo vuoto spinto, solo una questione marginale evidentemente.

Nessuno dei nostri quotidiani nazionali, nella loro versione online, (solo velatamente L’Unità, che essendo parte in causa ha pensato di scegliere un profilo basso) ha voluto suggerire nel comportamento del ministro Ignazio Benito Maria La Russa, indegno della carica che rappresenta, i liquami di un maschilismo fascista malcelato intrinseco alla cultura di provenienza. L’arroganza del potere che non teme nulla, nemmeno quello di zittire volgarmente e in diretta nazionale una signora. La sfacciataggine e la prepotenza propria di chi è costretto a urlare sempre e comunque, che abbia ragione o no, ché anche solo accettare in parte l’assunto di una giornalista significherebbe essere deboli agli occhi del capo.
E in una compagine governativa che fa del mostrarsi più forte degli altri, più filoberlusconiano degli altri, più oltranzista degli altri, l’essenza del proprio fare politica, e dove un semplice segnale di moderazione e di accettazione delle ragioni dell’avversario non è contemplato, il ministro La Russa in questa occasione come in altre ha pensato bene di poter lasciare libero sfogo alla sua vera natura, di essere se stesso, di sembrare a molti un fascista per modi e atteggiamenti.

Anzi no. Non lo sa nessuno. Non ne scrive quasi nessun giornalista istituzionale. Perché? Non interessa a nessuno?
Cosa è più grave?
Cosa rende chiaro lo “spirito del tempo“: la manifestazione o il silenzio?
Ignazio Benito Maria La Russa che zittisce volgarmente una signora o Maria Latella che non trova di meglio da fare che, sorridendo, chiedere al ministro di non usare un tono che non appartiene alla trasmissione?

di marco dewey

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Gasparri:”Persone che si stanno rivelando pessimi politici e pessimi genitori”

27 ottobre 2008, lunedì


Gasparri dixit:

“Vorremmo che si sgombrasse il campo dalle menzogne che stanno diffondendo le varie centrali propagandistiche della sinistra manipolando soprattutto i bambini, ed è molto triste vedere bambini di sei e sette anni trascinati con riti di tipo maoista assorbire lezioni di non si sa chi e credo che questo dovrebbe essere evitato da persone che si stanno rivelando pessimi politici e pessimi genitori“.

I genitori che manifestano con i bambini al seguito, che vanno alle lezioni pubbliche in piazza sono pessimi genitori?
Ma ci rendiamo conto?!?

Non hanno più nessun pudore. Cercano lo scontro. Provocano. Spostano l’attenzione solo sulle università che probabilmente diventeranno fondazioni e sul maestro “unico”, il tempo pieno. Sui grembiuli e sui voti decimali.
Sembra che questa legge non contenga nient’altro!

Ma avete presente quante scuole elementari chiuderanno?
E che tipo di ridimensionamento avranno le scuole medie superiori?

“6-bis. I piani di ridimensionamento delle istituzioni scolastiche, rientranti nelle competenze delle regioni e degli enti locali, devono essere in ogni caso ultimati in tempo utile per assicurare il conseguimento degli obiettivi di razionalizzazione della rete scolastica previsti dal presente comma, già a decorrere dall’anno scolastico 2009/2010 e comunque non oltre il 30 novembre di ogni anno. Il Presidente del Consiglio dei Ministri, con la procedura di cui all’articolo 8, comma 1, della legge 5 giugno 2003, n. 131, su proposta del Ministro dell’economia e delle finanze, di concerto con il Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca, sentito il Ministro per i rapporti con le regioni, diffida le regioni e gli enti locali inadempienti ad adottare, entro quindici giorni, tutti gli atti amministrativi, organizzativi e gestionali idonei a garantire il conseguimento degli obiettivi di ridimensionamento della rete scolastica. Ove le regioni e gli enti locali competenti non adempiano alla predetta diffida, il Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro dell’economia e delle finanze, di concerto con il Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca, sentito il Ministro per i rapporti con le regioni, nomina un commissario ad acta. Gli eventuali oneri derivanti da tale nomina sono a carico delle regioni e degli enti locali.» Legge 133, aggiornamento del 07-10-08.

Qui ci smantellano tutto. Quattromila scuole elementari a rischio chiusura. Tempo pieno come progetto pedagogico lasciato a caro prezzo ai buoni propositi di regioni ricche e illuminate.
Istituti superiori che verranno privati di tecnici e fondi per laboratori e chissà cos’altro. Altro che lotta alle baronie.
Pensano che i baroni che comandano nelle Università non comanderanno nelle fondazioni? Che taglieranno i posti conquistati dai loro parenti per esigenze di razionalizzazione?
E la ricerca: finanziate solo le ricerche con maggiori possibilità di ritorno economico. Senza parlare del blocco del turn-over.

Con queste leggi e decreti legge Berlusconi ha deciso di concludere l’opera che ha iniziato venticinque anni fa con le sue televisioni.
La scuola pubblica, l’ultima agenzia a cui ci possiamo affidare per una democrazia più compiuta, è sotto attacco.
E invece a Domenica In lanciano un sondaggio telefonico.
Monica Setta: “Premete UNO se pensate siano più giuste “le riforme” per la scuola, DUE se pensate siano meglio gli scioperi”.
E al termine invece: “Il 59% degli italiani è favorevole alla riforma Gelmini!”

Questo è lo stato della democrazia in Italia.
Sempre meno attenzione per chi ha nella scuola l’unica possibilità di avanzamento sociale.
Sembra quello il loro fine.
Lasciare indietro per sempre chi non si può permettere una scuola privata, delle lezioni private, un’università di grido; chi non può contare sulla tradizione, sulle competenze e sulle finanze della propria famiglia.
Lasciare indietro chi non ha risorse e maturità personali per competere alla pari nel mondo del lavoro, chi non ha alcuna possibilità di colmare autonomamente quel gap culturale che inevitabilmente lo divide dai ragazzi cresciuti in ambienti familiari più evoluti.
Questo governo sta mettendo in pratica una cesura definitiva fra le classi sociali.
E’ semplicemente vergognoso e comincia a finirmi lo sdegno. Ché a forza di urlare e ricevere solo frustrazioni dai sondaggi e dal sistema informativo, m’è salito uno scoramento senza fine.
E mi sono rotto di non scrivere perché ce n’è sempre una che supera in gravità le vergogne appena subite. E’ un incubo. E come se non bastasse, persino vilipeso dal presidente del consiglio per la mia partecipazione alla manifestazione di Roma.
Un dannato incubo.

“Facciamo l’ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuole fare la marcia su Roma e trasformare l’aula in un alloggiamento per manipoli; ma vuole istituire, senza parere, una larvata dittatura.
Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di stato hanno il difetto di essere imparziali. C’è una certa resistenza; in quelle scuole c’è sempre, perfino sotto il fascismo c’è stata. Allora, il partito dominante segue un’altra strada (è tutta un’ipotesi teorica, intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia perfino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di stato. E magari si danno dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece cha alle scuole pubbliche alle scuole private. A “quelle” scuole private. Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata. Il partito dominante, non potendo apertamente trasformare le scuole di stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di stato per dare la prevalenza alle sue scuole private. Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tenere d’occhio i cuochi di questa bassa cucina. L’operazione si fa in tre modi, ve l’ho già detto: rovinare le scuole di stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. Dare alle scuole private denaro pubblico”.   Piero Calamandrei in Scuola Democratica, 20 marzo 1950

Impressionante, vero?
La mia amica Monica [myspace.com/monicache], che me l’ha fatto conoscere venti minuti fa, ne è rimasta pietrificata. Anche io. Ammutolito.

Buona fortuna, compagni. Forza!

di marco gattafoni.

Articolo è pubblicato su Micromega online e su Megachip col titolo L’incubo Gelmini e la “profezia” di Calamandrei

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Paul McCartney – Chaos and creation in the backyard (2005)

23 ottobre 2008, giovedì


Amo i Beatles. Conosco i Beatles.
E affermo che secondo me questo album vale i migliori dei Beatles.
Ve lo dice uno che ama molto Ram (1971) e molto una trentina pezzi della produzione del baronetto, ma mai davvero gli altri suoi dischi.
C’è stata credo in McCartney la tentazione in questi trentacinque anni di affastellare un po’ troppo le sue produzioni. Conosce molto bene lo zoccolo duro del suo pubblico e per motivi discografici probabilmente ha tracciato la linea di chiusura dei suoi lavori un po’ troppo spesso in anticipo.
I suoi banchieri e i suoi eredi saranno stati molto contenti dei risultati.
La critica lo ha giustamente punito con continuità quasi costante.

Poi succede che per sfornare un nuovo piccolo si prende una pausa di quattro anni, e decide di farlo assieme al produttore Nigel Godrich, che -udite udite- ha prodotto e/o mixato e/o fatto da ingegnere del suono o addirittura suonato in alcuni dei miei dischi preferiti degli ultimi dieci anni.
Fra gli altri, un po’ tutta la discografia dei Radiohead, non per altro lo chiamano “il sesto dei Radiohead”, molti degli ultimi album di Beck -Sea Change fra questi-, l’ultimo dei Pavement, e poi R.E.M., Zero 7 e non mi dilungo perché sennò non la finisco più. Deve essere un grande questo qua, perché costringe Paul perfino a suonarsi il disco tutto da solo (a parte qualche percussione e qualche assolo di chitarra e ovviamente archi e fiati).
Il risultato è che non si trova un passo falso e anche la parte del disco che sin da subito sembra attentare alla salute dei nostri denti e si candida a diventare zona salto ancor prima che termini di girare, conserva invece una freschezza inaspettata alla lunga. Mi riferisco al terzetto di canzoni Friends to go, il fra-minuetto-e-marcetta English tea e Too much rain. Fin troppo ascoltabili e facili, sembrano poter davvero scadere nel banale molto presto. E invece no.
La pulizia formale assieme alla mancanza di eccessi di spontaneità e ingenuità maccartiane – evidentemente bloccate da Godrich – , appunto, riescono nell’impresa di consegnare tutto un disco di livello, maturo, riflessivo come mai lo era stato uno di McCartney. Il disco ideale da ascoltare in Inghilterra, passeggiando sotto la loro perenne pioggerellina. E ve lo dico per esperienza. Anzi, vi consiglio anche di dare una scorsa ai testi, che danno il giusto tono ad ogni pezzo.
Si parte con la spumeggiante Fine line, ineccepibile più di un teorema. Il singolo perfetto per attirare il suo pubblico variegato.
How kind of you,  una delle mie due preferite, scorre tutta su un tappeto di tastiere e piano e davvero tocca il cuore.
Con Jenny Wren e il suo arpeggio di chitarra, Paul ci ricorda di essere stato anche quello di Junk, Blackbird, Mother Nature’s son e I’m carrying. E poi la ben costruita At the mercy, con le sue splendide chiusure in minore. A seguire il terzetto di cui sopra e l’adattissimo arrangiamento latin soft di Certain softness.
Pienamente inserite nel tono dell’album Follow me e Riding to Vanity Fair, probabilmente dedicata a Heather Mills, che incurante di tutti gli sforzi del nostro stava già “correndo verso la fiera delle vanità”.
Da qui alla fine è tutta una meraviglia. Promise to you girl è allegra, ottimista e per me deliziosa. This never happened before e Anyway sono altre due ballate ineccepibili.
A parte la bella ghost track strumentale il disco ufficiale finisce qui. Io ho la versione con due bonus tracks in più, però. E cosa sono!
Comfort of love scorre via che è un piacere, ma è Growing up falling down, la vera chicca di Chaos and creation in the backyard. Già presente nel singolo Fine line, è un pezzo autunnale, notturno, sussurrato, su una base di valzer lento in qualche modo velata dalle atmosfere che sin dalle prime note abbozzate e tremolanti rendono il carattere caduco, transitorio delle cose umane.
Splendida l’orchestrazione degli inserti di chitarra classica e piano e tutta la copertura sonora del brano.

Non so quanto sia credibile questa recensione, perché il mio rapporto con quest’opera va molto al di là di una normale fruizione.
Per capirci: se trovate uno che ama questo album più di me gli faccio un monumento.
Se trovate uno che l’abbia ascoltato più di me, pure.
Per darvi solo un’idea dell’importanza che ha avuto e continua ad avere nella mia vita, vi posso dire che dagli inizi del 2006 (diconsi duemilaesei) è rimasto ininterrottamente nel mio lettore mp3.
Ha superato sereno le decine di cambi fisiologici che ognuno di noi effettua nel corso degli anni.
Io semplicemente non ce la faccio. E se nei nuovi ascolti non trovassi più la serenità, la gioia e l’amore per il mondo e per la vita che mi dà questo disco?

Beati i poveri che non lo conoscono ancora.
Buon ascolto.

di marco dewey

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The Black Crowes – Amorica (1994)

13 ottobre 2008, lunedì


La prima volta che l’ho messo su -che pivello che sono! – Amorica ha dovuto scontare il confronto inevitabile con l’immediatezza dei loro primi due album, che definirei un southern rock potente e semplice, con accenni di blues e funk, di cui personalmente faccio fatica ad inquadrare precedenti significativi.
Due album, Shake your money maker (1990) e The Southern Harmony and musical companion (1992), diretti, davvero facili all’ascolto. Di sicura presa.

Davvero di un altro livello Amorica. Subito mi sono piaciute quattro canzoni, ma rimanevano dei dubbi sul suo valore assoluto.
Il rock di ampio respiro di A Conspiracy. Il riff funk di Rich Robinson a tratteggiare la prima strofa, aiutato dai wah della chitarra solista di Marc Ford nella seconda, ci portano deliziati al pre-chorus, che ha funzione ritardante all’esplosione controllata del ritornello. Il bridge ha sapori veramente da anni Settanta, comprese le sonorità vintage del sintetizzatore. La canzone non ha davvero una nota o un suono fuori posto e rimane piacevole fino al termine. Un classico.
High head blues è un blues mascherato molto molto bene da un ritmo caraibico, che il giro della chitarra ritmica e poi anche delle tastiere e le percussioni richiamano per tutta la canzone, tranne nei pre-chorus e nell’assolo di chitarra molto blues rock di fine canzone.
Ballad in urgency e Wiser time sono canzoni legate l’una all’altra nel disco, le uniche due non separate da una pausa, come se la seconda dovesse concedere il respiro musicale che alla bella melodia un po’ frustrante della prima è negato. In Wiser time ci sono infatti cento secondi di libero e tranquillo sfogo strumentale che riappacificherebbero chiunque con la musica.
Ora parliamo del resto del disco.
Gone
(track #01) potrei definirla un frammentato ma organico ensemble sincopato un po’ angosciante. Una di quelle canzoni che ti fa pensare che tu non ci saresti mai arrivato. Musica.
Cursed diamond è un altro blues crescente nei toni [ma non vi dovete spaventare di tutti questi blues, perché se piacciono a me che notoriamente odio il blues old style, chitarra e armonica, che trovo insopportabile e palloso alquanto, piaceranno anche a voi]. Questa è una band rock che ama suonare, che le invenzioni sembra le trovi suonando, che ama sovrapporre. E le melodie restano splendide.
Nonfiction toglie di colpo la rabbia e l’urlo straziante della canzone precedente. La adoro.
Altra esplosione di musica anche se più spensierata in She gave good sunflower.
Scorrevole e piacevole la ballata Descending.
Anche la bonus track Tied up and swallowed merita attenzione. Può essere accostata per il ritmo frammentato con Gone; bella, ma forse sarebbe stata meglio negli album precedenti.
Downtown money waster è roots-rock, o forse meglio dire southern rock alla vecchia maniera, e proprio non riesco a mandarla giù anche se suonata bene.
P. 25 London la cancellerei dal disco. Mi chiedo, ma non bastavano 55 minuti?
Rob de matt.

Ultimi consigli. Tranquilli, questo non è un disco che si apprezza subito come si deve. Con un po’ di fiducia al terzo, quarto ascolto comincerete a goderne la ricchezza sfacciata. Perché questo è un disco ricco, opulento. E solido nel tempo.

di marco dewey

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Beck – Sea change (2002)

6 ottobre 2008, lunedì

Molti di voi conosceranno già l’estro postmoderno di Beck Hansen, probabilmente la ragione principale per cui lo abbiamo amato sin dal suo esordio.
Agli inizi degli anni novanta ci ha stupito con uno stile tutto suo, riconoscibile dopo pochi secondi – “Questo è Beck!” – .
Proprio quando il massimo della commistione ci sembrava potesse essere quella fra due o tre stili, lui ci ha sorpreso con la ricchezza della sua partitura.
La musica elettronica spesso a fare da sfondo o da legante in quelle variazioni che spesso aprivano la strada a quei repentini cambi di atmosfera, anche due o tre in mezzo minuto. Ballate rock, funk, rock duro, musica dance, rap, country, blues, che si incontrano nello stesso album.
Uno di quegli album è Odelay (1996) ed Euterpe mi ha costretto a comprarlo, così come nel 1999 mi ha imposto di scaricare Loser da Napster.
Se si scorre la sua discografia ci si accorge che di solito alterna album ritmati ad altri un po’ più riflessivi.
Sea change è uno di quelli più interiori, più “normali”.
Di quegli album che si reggono sulle melodie, sugli stati d’animo che evoca, sugli accordi impensati. Immaginare un disco così è ancor più complicato che giocare con la sua fantasia e impressionarci per gli accostamenti azzardati.
Qui si mette in gioco con la storia della musica.
Il risultato è che più lo ascolto e più lo apprezzo.
Trovare difetti a questo album è questione ardua.
Provateci un po’ voi. Per me è un capolavoro.

di marco dewey