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Paul McCartney – Chaos and creation in the backyard (2005)

23 ottobre 2008, giovedì


Amo i Beatles. Conosco i Beatles.
E affermo che secondo me questo album vale i migliori dei Beatles.
Ve lo dice uno che ama molto Ram (1971) e molto una trentina pezzi della produzione del baronetto, ma mai davvero gli altri suoi dischi.
C’è stata credo in McCartney la tentazione in questi trentacinque anni di affastellare un po’ troppo le sue produzioni. Conosce molto bene lo zoccolo duro del suo pubblico e per motivi discografici probabilmente ha tracciato la linea di chiusura dei suoi lavori un po’ troppo spesso in anticipo.
I suoi banchieri e i suoi eredi saranno stati molto contenti dei risultati.
La critica lo ha giustamente punito con continuità quasi costante.

Poi succede che per sfornare un nuovo piccolo si prende una pausa di quattro anni, e decide di farlo assieme al produttore Nigel Godrich, che -udite udite- ha prodotto e/o mixato e/o fatto da ingegnere del suono o addirittura suonato in alcuni dei miei dischi preferiti degli ultimi dieci anni.
Fra gli altri, un po’ tutta la discografia dei Radiohead, non per altro lo chiamano “il sesto dei Radiohead”, molti degli ultimi album di Beck -Sea Change fra questi-, l’ultimo dei Pavement, e poi R.E.M., Zero 7 e non mi dilungo perché sennò non la finisco più. Deve essere un grande questo qua, perché costringe Paul perfino a suonarsi il disco tutto da solo (a parte qualche percussione e qualche assolo di chitarra e ovviamente archi e fiati).
Il risultato è che non si trova un passo falso e anche la parte del disco che sin da subito sembra attentare alla salute dei nostri denti e si candida a diventare zona salto ancor prima che termini di girare, conserva invece una freschezza inaspettata alla lunga. Mi riferisco al terzetto di canzoni Friends to go, il fra-minuetto-e-marcetta English tea e Too much rain. Fin troppo ascoltabili e facili, sembrano poter davvero scadere nel banale molto presto. E invece no.
La pulizia formale assieme alla mancanza di eccessi di spontaneità e ingenuità maccartiane – evidentemente bloccate da Godrich – , appunto, riescono nell’impresa di consegnare tutto un disco di livello, maturo, riflessivo come mai lo era stato uno di McCartney. Il disco ideale da ascoltare in Inghilterra, passeggiando sotto la loro perenne pioggerellina. E ve lo dico per esperienza. Anzi, vi consiglio anche di dare una scorsa ai testi, che danno il giusto tono ad ogni pezzo.
Si parte con la spumeggiante Fine line, ineccepibile più di un teorema. Il singolo perfetto per attirare il suo pubblico variegato.
How kind of you,  una delle mie due preferite, scorre tutta su un tappeto di tastiere e piano e davvero tocca il cuore.
Con Jenny Wren e il suo arpeggio di chitarra, Paul ci ricorda di essere stato anche quello di Junk, Blackbird, Mother Nature’s son e I’m carrying. E poi la ben costruita At the mercy, con le sue splendide chiusure in minore. A seguire il terzetto di cui sopra e l’adattissimo arrangiamento latin soft di Certain softness.
Pienamente inserite nel tono dell’album Follow me e Riding to Vanity Fair, probabilmente dedicata a Heather Mills, che incurante di tutti gli sforzi del nostro stava già “correndo verso la fiera delle vanità”.
Da qui alla fine è tutta una meraviglia. Promise to you girl è allegra, ottimista e per me deliziosa. This never happened before e Anyway sono altre due ballate ineccepibili.
A parte la bella ghost track strumentale il disco ufficiale finisce qui. Io ho la versione con due bonus tracks in più, però. E cosa sono!
Comfort of love scorre via che è un piacere, ma è Growing up falling down, la vera chicca di Chaos and creation in the backyard. Già presente nel singolo Fine line, è un pezzo autunnale, notturno, sussurrato, su una base di valzer lento in qualche modo velata dalle atmosfere che sin dalle prime note abbozzate e tremolanti rendono il carattere caduco, transitorio delle cose umane.
Splendida l’orchestrazione degli inserti di chitarra classica e piano e tutta la copertura sonora del brano.

Non so quanto sia credibile questa recensione, perché il mio rapporto con quest’opera va molto al di là di una normale fruizione.
Per capirci: se trovate uno che ama questo album più di me gli faccio un monumento.
Se trovate uno che l’abbia ascoltato più di me, pure.
Per darvi solo un’idea dell’importanza che ha avuto e continua ad avere nella mia vita, vi posso dire che dagli inizi del 2006 (diconsi duemilaesei) è rimasto ininterrottamente nel mio lettore mp3.
Ha superato sereno le decine di cambi fisiologici che ognuno di noi effettua nel corso degli anni.
Io semplicemente non ce la faccio. E se nei nuovi ascolti non trovassi più la serenità, la gioia e l’amore per il mondo e per la vita che mi dà questo disco?

Beati i poveri che non lo conoscono ancora.
Buon ascolto.

di marco dewey

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