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Supergrass – Road to Rouen (2005)

31 ottobre 2008, venerdì


Che amore con i Supergrass! Acquistati sin dal primo album.
C’è un’aria diversa in questo, ma a me sta bene così. Credo sia il loro migliore.
Devo ammettere che appena ascoltato la mia impressione non è stata granché bella.
E anche la seconda volta l’apprezzamento era decisamente parziale.
Mi ci è voluta un po’ di attenzione extra per superare, forse, quella fastidiosa impressione di cambiamento dal percorso fin lì fatto e che più amavo.

L’album parte alla grande.
L’intro strumentale di Tales of endurance (Parts 4, 5 & 6) ti conquista subito. Riff di chitarra ritmica, timbro brillante, a cui si aggiunge il piano come strumento dominante.
La vocazione epica del gruppo qui si fa sentire tutta. Compreso lo stacco di fiati che in compagnia del basso di Mickey Quinn e del piano di Robert Coombes annuncia altro. L’inizio del cantato. E’ breve e imponente, da grande orchestra che sembra immersa in una foresta. Che ci sia un corno o no, non importa; sembra l’inizio musicale di una caccia alla volpe. Perfetto.
Da qui in poi parte, per pochi secondi da solo, un piano che mi ha fatto venire alla mente Cannonball dei Supertramp, ma è tanto che non l’ascolto. A chitarra ritmica e piano, che seguono gli stessi giri dell’intro, si aggiungono basso, batteria e cantato. Altro stacco di fiati, che annuncia il nuovo cambio di carattere. La parte sei, evidentemente.
Qui mi sembra di ritornare indietro di trent’anni. Il riff dominante mi ricorda tantissimo Achilles Last Stand dei Led Zeppelin. Un giro insistente di chitarra elettrica, che evoca anche per timbro proprio la lunga canzone degli Zeppelin. Mentre scrivo non ho ancora letto altre recensioni di questo disco, e vi confesso che sono curioso di verificare se altri hanno avuto la stessa mia sensazione.
St. Petersburg è il primo singolo. Una ballata lenta in cui spunta sulle altre le note del piano di Robert Coombes. A me pare bellissima e in perfetto tono con il disco.
Bella, ma senza grandi spunti Sad girl, la cui parte centrale mi fa pensare ai Beatles, ma la butto lì. Insomma, visto che non ricordo la canzone potrei sbagliarmi.
Roxy è l’omaggio di Gaz Coombes alla mamma scomparsa da poco. Lo spirito musicale dei Supergrass, sempre pronto a volare alto colpisce ancora.
E’ splendida. E’ serena. Una ballata rock pronta a rinchiudersi e a ripartire.
Dopo due minuti e mezzo la parte cantata termina, dopo tre e mezzo comincia a cantare la sofferenza della chitarra di Gaz e poi quella di tutti gli altri strumenti come in un rincorrersi confuso ma deciso verso l’annullamento delle proprie capacità, verso l’oblio.
Coffee in the pot ? Una canzone strumentale e divertente che ci riproietta negli anni sessanta. Ora manca solo un video in Eastmancolor con una delle tettone di Russ Meyer. Cheddire, son tornati i Ventures. Una cosa fra le altre: identico suono di chitarra.
Road to Rouen proprio non mi cala. Sarebbe pure un pezzo pensato bene e suonato pure, ma la melodia è davvero inconsistente e abbastanza odiosa. Il risultato è che dura 3:51 e invece ne sembrano cinque e mezzo.

Da qui alla fine è tutto uno spettacolo.
Il ritmo e il giro di Kick in the teeth mi fa subito tornare indietro a In it for the money. Che grandi i Supergrass!
Low C è un’altra ballata lenta, intima ma di ampio respiro, in maggiore per intenderci. Uno dei tre singoli. La melodia, lo sviluppo della canzone, delle sue emozioni, unito al graffiato in post-produzione della voce di Gaz e al timbro brillante e naturale degli altri strumenti me la fanno adorare. E il video? Consigliatissimo. Quanto può essere simpatico Danny Goffey?
Fin, in analogia con Los Endos dei Genesis o The end dei Beatles, è il pezzo che porta a termine l’album come promette il nome. E lo fa altrettanto bene dei predecessori citati. Altro singolo, nell’ambito di un album complessivamente molto spartano, sembra il brano più lavorato in post. E’ splendido. Una ninna nanna a metà; non usabile come tale, purtroppo. Un arpeggio morbido, ma a volume troppo alto per rientrare nella categoria pratica, troppo alto anche il chorus. Il ritmo, però,  così come il testo ne tradisce la natura: “Leave your light on tonight”.

Qualcuno definirebbe Road to Rouen un disco intimista, riflessivo, soprattutto rispetto a come siamo abituati a considerare i Supergrass. Energetici, precisi, d’impatto immediato.
A me sembra soprattutto un album maturo e di gran classe.
Che ha un notevole pregio rispetto alle altre loro produzioni. Regge molto bene la prova del tempo e quella dell’ascolto ripetuto.
E conferisce al gruppo una nuova dimensione.

di marco dewey

PS: Ci si becca al concerto a Bologna il 5 novembre.
Anche il disco di quest’anno è splendido a parte le prime due canzoni, un po’ troppo White Stripes.

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