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Sondre Lerche – Two Way Monologue (2004)

1 dicembre 2008, lunedì


Se un giorno voleste acquistare un salvavita vero, se un giorno voleste staccare completamente dallo stress che siete costretti a sopportare a casa o al lavoro, puntate su Two Way Monologue di Sondre Lerche.
Lui è un talento norvegese giovanissimo. Questo è il suo secondo album e qui aveva ventuno anni.
Impensabile questa maturità ed eleganza a quell’età. Incredibile anche il suo primo, Faces Down, del 2002. Consigliato.

Questo è un disco di arpeggi e melodie impeccabili, lente, sentimentali, pop, suonate onestamente, arrangiate e pensate proprio bene.
Un gran bel lavoro.

Love You è l’unico pezzo interamente strumentale.
E merita. Nonostante sia esattamente ciò che abbiamo pensato di comporre tutti le prime volte che abbiamo pestato con le dita i tasti della chitarra.

Track you down. Niente da dire, buon pezzo, bella costruzione dell’emozione, splendida melodia.
Il pregio di Sondre Lerche è quello di condurre bene ogni pezzo. Non rischia mai di strafare lui, la sua voce soave, le sonorità mai invadenti, le melodie levigate.
Il suo marchio di fabbrica è l’inizio lento e la fine appena più spinta, abbastanza lunga, ma mai stancante. Non raggiunge mai livelli parossistici. Le sue canzoni le si ascolta volentieri dall’inizio alla fine. Tracks You Down ne è un ottimo esempio.

Saltate On The Tower quando la capite; non è all’altezza del disco, ma la strofa è bella. Perché nessuno gli ha detto niente, quantomeno quanto fosse poco adatto quel pre-chorus? Opinione personale.

Più complicata delle altre Two Way Monologue, più spinta, con molte più variazioni, più lunga delle altre (5:43), la fine del ritornello mi ricorda tanto i suoni, le idee di un pezzo dei Cardigans che dovrei cercare. Molto bella.

Altissimo livello anche per Days That Are Over.
Ancora una volta le sonorità dei Cardigans di metà anni novanta.
La strofa è degna dei migliori classici del soft pop, dello swing, di Michael Bublé, Frank Sinatra. Immortale.
Ma tutto l’impianto della canzone regge alla grande.
Gran pezzo.

Wet Ground è una ballata lentissima. Ci sono anche i coretti alla Beach Boys, chissà, forse il titolo sarà stato un omaggio a Pet Sounds. Fra assonanza e stile questa possibilità ci sta tutta. E si sa, con i Beach Boys si vola alti.

Il paa-pa-pa-pa-paa-pa-pa-paa di Counter Spark, se non è un omaggio agli Ottavo Padiglione [e come possiamo dubitarlo], dovrebbe esserlo ancora per i Beach Boys.
Se lo fanno sfacciatamente i Tears for Fears per una tutta una canzone – Brian Wilson Said – in cui li esaltano saccheggiandone – o meglio citandone – gli stilemi, compresi cori e cantato pa-pa, potrà farlo pure Sondre Lerche per la seconda canzone consecutiva. Canzone onesta, comunque. Niente di più.

Con It’s Over torna la bella scrittura orchestrale. La sua capacità di inventare belle canzoni degne di violini, viole, fiati vari, legni, piano. La parte cantata in realtà è doppia. Le due partiture vocali sono identiche, registrate sui due canali destro e sinistro e quindi sovrapposte conferendo un timbro sabbioso sussurrato molto naturale. Ah, è anche il titolo di una canzone di Brian Wilson. E siamo a quota tre canzoni consecutive. E chissà quali altre chicche mi sarò perso.

Di Stupid Memory adoro fra le altre cose i salti di nota della strofa. Che bella melodia! Già ascoltata non so dove, ma bellissima.
A pensarci meglio contiene varie sonorità country – una chitarra e il ritmo della batteria – ma non lo dite in giro: sorprendere un norvegese immaginare suoni country, ancorché improbabile è quantomeno poco spendibile come idea. Niente da dire, comunque. Proprio bella.

It’s Too Late potrebbe fare da manifesto all’intero album.
Dolcezza del cantato, ritmi lenti con accelerazioni evidenti che non si discostano mai troppo dai ritmi della ballata pop, cura per gli arrangiamenti – che in questo disco sembrano sempre necessari -, ottimo uso dell’orchestra a disposizione.

It’s Our Job è canzoncina lenta che non mi diceva molto all’inizio e invece ora sì, in cui ho “scoperto” una citazione, stavolta molto diretta, note identiche e in gran parte testo simile a Add Some Music dei Beach Boys da 1:35 a 1:42. Qui sembra di vedere in suoni il bianco e nero dei vecchi flashback tanto è evidente questa cornice, questo aparte. Il testo di Lerche recita: “I think you’re in my soul”; il testo corrispondente di Add Some Music invece fa: “Music is in my soul”.
Quattro coincidenze costituiscono varie prove. Per la serie, “ci mancava solo che lo scrivesse pure nei ringraziamenti”, oppure “quesito per i più piccini”.

Maybe You’re Gone è una bella pausa, da non perdere.
Un avvicinamento a grandi passi alla vera tranquillità.
Gli ultimi due minuti di questa canzone sono un momento strumentale delicatissimo che riprende il tema lasciato in eredità dai primi tre minuti della canzone. L’arpeggio leggero della sua chitarra, una fisarmonica e fiati in un sussurrato che sa tanto di orchestrina di paese francese degli anni cinquanta, ma di gran classe.

Cosa dire ancora di questo album?
Se volete andare sul sicuro fa proprio per voi. Se dovete fare un bel regalo a una tipa su cui fare colpo e non ha più di tre piercings o più di tre tatuaggi (potrebbe avere gusti musicali differenti), con questo disco le dimostrerete che avete a cuore il suo stato emotivo, che la volete calma, romantica, sensibile e affettuosa.
Altro che fiori.
Parlatele con un disco.

di marco dewey

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