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R.E.M. – Up (1998)

7 gennaio 2009, mercoledì


Che belle atmosfere in questo lavoro dei R.E.M.!
Up è un album molto particolare se confrontato al resto della loro produzione.
Ne ho letto una recensione pessima tempo fa, in un sito molto quotato, la cui accusa principale era che non avesse tante canzoni a cui affezionarsi profondamente: evidentemente tre pezzi “indiscutibili” [alla faccia del nome del mio blog] come i singoli Suspicion, At My Most Beautiful e Daysleeper non sono bastati. E non solo. Ce ne sono molti altri assolutamente unici.

Forse quel giornalista non era del mood giusto.
Questo è un album che aiuta a riflettere, a guardarsi dentro, stimola i bilanci personali. E non si può apprezzare se non se ne comprende la poetica.
E’ un album che un non musicista avrebbe potuto suonare tutto da solo.
E’ suonato facile, ma è ricco di invenzioni non convenzionali. Up è concettuale, non rock, non elettronico, non pop. A me sembra molto moderno.
Il basso, quando c’è, si sente pochissimo, viene praticamente sempre coperto dalle tastiere di vario tipo, che creano la base ritmica vera assieme alla batteria spesso elettronica.

Lo storico batterista Bill Berry, dopo i suoi problemi di salute non se la sente più di far parte del gruppo. I R.E.M. emotivamente accusano il colpo, ma alla fine decidono di andare avanti.
Il suono della batteria ora è cupo, predominano i muti. Le tastiere la fanno da padrone. L’arrangiamento è curato come piace a me. Attenzione al tono generale della canzone, all’idea.
Come dicevo prima, troverete poco niente di scontato, di pop, di rock, a parte qualche ballata pop sentimentale del genere Automatic For The People.
Alcune facili melodie si combinano con costruzioni rischiose e scelte coraggiose, come la lunghezza dei pezzi e in generale la lunghezza dell’album (più di 64 minuti!).

Ci sono solo tre canzoni “alla R.E.M.” in questo disco.

La splendida e serena Daysleeper, che sembra tratta veramente da Automatic For The People (chissà come l’avrebbe venata di amaro il sempre ottimo Michael Stipe se gli fosse capitato di scriverla quest’anno).
Quando ti sembra di aver avuto bisogno da sempre di una melodia, quando proprio non riesci a stabilire quale parte sia la più bella fra le varie che compongono una canzone, e non ti annoia mai, ecco, deve esserci qualcosa di magico. E non fa niente se l’arpeggio di ogni strofa ti sembra di averlo ascoltato da tutta la vita.

Un altro singolo è la ritmata Lotus, che non sarà Jangle pop, ma è l’unica canzone con chitarra appena un po’ rock.
Il ritornello a dirla tutta non mi è andato mai troppo giù.

E infine la molto romantica At My Most Beautiful. Sin dal primo ascolto mi ha ricordato Nightswimming per la parte preponderante del piano e la dolcezza sentita del cantato. La splendida intro semiorchestrale ci porta al ritornello dopo 35 secondi. E poi la strofa col cuore in mano. La chiusura in pratica richiama la intro/prechorus e dura – guarda caso – lo stesso numero di secondi, nonostante potesse essere interrotta molti secondi prima. Questione di poetica.

L’album apre con la meravigliosa Airport Man; entriamo subito in un mantra che getta uno sguardo sull’intero album. La voce sospirata di Stipe è accogliente nonostante la freddezza dell’ambientazione scelta e della batteria elettronica più o meno usata per tutto l’album (ma non vedo il problema), qui è un ritmo fisso da sintetizzatore (sembra il ritmo bossa della mia pianola Bontempi, se ricordo bene).

Poi Lotus come #2, e quindi Suspicion. Quando si parla di una canzone eterna, per temi, delicatezza, semplicità, bellezza, una di quelle a cui penso io è Suspicion, e poi termina con il minuto di chiusa che non ti aspetti, coi violini e coi dubbi che quello che hai ascoltato fino a quel momento non sia l’unica verità. Che quelle lunghe note quasi fisse di sintetizzatore al gusto di violino, quel ritmo bloccato, quello splendido mantra dondolante di batteria quattro quarti e tastiere e (probabilmente) basso e chissà cos’altro che caratterizzano le strofe e lo special non fosse il solo orizzonte della canzone. Che non avevamo capito niente, che era necessario sviluppare la parte terminale del ritornello.
La dolcezza con cui ti affascina, con cui sembra quasi volerti far apprezzare un momento tragico come la gelosia, come le paranoie dei sospetti, farti apprezzare tutto l’amore che provi o che hai provato o comunque la nostalgia di sentimenti così forti, cede invece il passo a un finale stridente con il testo. Dream, dream.

Hope è una bella chicca. Il pezzo più elettronico e più strutturato dell’album.
E’ un lungo testo, senza strofa né ritornello, quasi senza interruzioni, sempre il solito ritmo e procede per aggiunte di strumenti, una gran confusione ordinatissima che diventa suono quasi indistinto a trenta secondi dalla fine per poi bloccarsi all’improvviso, come se il rumore cadesse.

Adoro The Apologist istintivamente.
Prima di tutto per il refrain che ti resta in testa tutta la vita.
Il primo attacco dalla strofa recita:
I wanted to apologize for everything I was,
so I’m sorry, so sorry…
Ma tutto il testo è incredibile, sembra un personaggio dei fratelli Cohen, ti ci immergi e chiedi a scusa al mondo ancor più di quanto facessi già.
E’ una canzone di odio e di amore. Uno spettacolo.

Altra sorpresa Sad Professor, strofa mai sentita, modo di cantare mai sentito, assolutamente innaturale; sembra gli manchi il fiato. E’ fantastico Michael Stipe qui. Uno può pensare che da un momento all’altro vada in iperventilazione o in apnea. Chitarra ritmica morbida fino al chorus, quando arriva un mini accompagnamento molto leggero di chitarra elettrica, ma a gran volume. Strano effetto in una canzone sostanzialmente lenta.

You’re In The Air. Un altro di quei pezzi che ti fanno capire quanto la presenza forte delle tastiere stravolga il modo di comporre di una band pop-rock. Nonostante qui le chitarre si sentano molto rispetto al resto del disco, i rumori di fondo di questa come di tante nel disco sono voluti caratteristici, come se per ogni pezzo si volesse inquadrare un ambiente, spesso con suoni lunghi, anche per le chitarre, fiati e archi simulati e via discorrendo. Tutto molto artificioso concettualmente. Tutto pensato, tutto nuovo, e non importa se non tutti possano apprezzarlo.
Questo è davvero un disco coraggioso.

Walk Unafraid non è il pezzo migliore. Si salva per il bel ritmo del ritornello, per delle percussioni interessanti e sulla bella uscita.

Why Not Smile fa paura! Sembra iniziare con un clavicembalo, e ricorda e procede come Hope con aggiunte di strumenti sempre diversi. La adoro. La chitarra elettrica suona velocemente la stessa nota, riprendendo così ancora una volta uno degli stilemi dell’album.

Passata Daysleeper, approdiamo a una nuova fase dell’album, decisamente la meno riuscita, la meno ricca di spunti. Il tono generalmente introverso da qui in poi tocca i suoi vertici. Diminished ancora riesco a capirla, ma non è che la apprezzi troppo: la strofa sì.

Parakeet suona come un inno funebre, non di quelli lirici, di quelli patetici, e Stipe non fa nulla per cantarla in maniera diversa da come farebbe in chiesa.
E purtroppo continua così per tutto il tempo.
Non mi va giù. Ce la potevano risparmiare. O no?

Melodia a parte, decisamente meno anonima, Falls To Climb sembra riprendere il testimone dal pezzo precedente, gettando un’ombra sulla chiusa di quest’album.
Per caso – cerco di non leggere recensioni prima di scriverle io – ho letto anche di gente entusiasta di questo pezzo, ma sinceramente fatico a capirne le ragioni.

Siamo arrivati alla fine. Vi assicuro, è difficile scrivere di Up, difficile da ricordare canzone per canzone tante sono le evasioni, tante le anomalie, tanto è poco convenzionale per essere una produzione di una band incredibilmente famosa e che non ha mai brillato per innovazione, per gli azzardi.
Però anche quando il risultato non è dei migliori, questo album conserva una dote rara: quella di stupire.
Uno pensa per tutto il tempo che da una lagna come Parakeet non potrà mai trovare un momento degno di nota, poi ti dimentichi che la stai ascoltando e d’improvviso ti rendi conto che è interessante, se non vai lì ad analizzarla è originale e oserei dire – a tratti – piacevole.

Buon viaggio comunque la pensiate.

di marco gattafoni

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