Posts Tagged ‘marco dewey’

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Libertà e potere in politica. Il ruolo dell’intellettuale.

4 ottobre 2009, domenica

pasolini e mastroianni
Ogni elemento dal rimosso sembra concorrere involontariamente al nostro essere attuale.

C’è chi impegna una vita per essere qualcuno e noi non gli possiamo mica imputare debolezze umane e ipocrisie.
Non che non possiamo pensare che questi schiavi dei propri sogni siano – ad esempio, a volte – ipocriti. E’ che proprio non possiamo dirlo in pubblico, nemmeno quando molto selezionato, nemmeno girandoci attorno.
Neppure gli illuminati potrebbero farlo. Ci sono delle precise regole sociali che lo impediscono, soprattutto quando vivi una realtà associativa che è fatta di amicizie, legami, scopi più o meno comuni: persino nemmeno quando certi scopi ti possono sembrare più lontani e più difficili da raggiungere se tutti decidiamo di ammettere queste ipocrisie, che poi non sono altro che cattive pratiche a detrimento della società e dell’associazione stessa, nel mio particolare caso perché decisamente contrarie a quelli che sono i suoi fini.

L’intellettuale però ha dei compiti precipui. Deve cercare di cambiare la società nel senso che gli mostra la sua coscienza.
Quello che non deve mai fare è soffocare il proprio istinto critico in base a delle convenzioni che sono fatte proprie dalla grande maggioranza dei pares.
Il delitto che non deve mai commettere è soffocare il proprio istinto critico per raggiungere una posizione, nemmeno quando da quella posizione sembrerebbe poter influire ancora di più sulla società.

La corruzione dell’ethos pubblico e le scorrettezze per il potere sono attimi, una volta esperiti diventano luoghi dell’anima e da sottili diventano facilmente brecce; in giro mi accorgo che si è tentati spesso di autolegittimarli con scuse improbabili e non pertinenti, schegge di egocentrismo irrazionale.

Dobbiamo rifuggire da queste scuse, dobbiamo smetterla di tollerare l’intollerabile, ed essere pronti a vivere l’esclusione, perché le buone pratiche sono virulente, contagiano il mondo, e non dovremmo rinunciare mai a lottare per la loro attuazione solo per seguire logiche del “volemose bbene” o di buona creanza a tutti i costi.

Ben altra cosa è l’opportunità di manifestazioni esterne all’associazione, che – sempre nel mio caso – essendo molto più importante del sottoscritto, sono da censurare quasi sempre, soprattutto quando ispirate dalla vanità oppure poco lungimiranti.

Gli intellettuali lottano ogni giorno con la prassi umana più quotidiana di tutte, gli intellettuali quando rimangono tali dovrebbero lottare contro quell’istinto di sopravvivenza di secondo livello conosciuto col nome di “potere“. Non dovrebbero aver paura di non ottenerne alcuno.

Questa credo sia condizione necessaria alla libertà di giudizio e alla freschezza di pensiero e credo anche che un lavoro, una professione o un’idea concreta di futuro lontani dalle tentazioni del potere aiutino la libertà di azione.

I politici, che al potere sono costretti a dare del tu, dovrebbero sentire in loro la tensione dell’intellettuale, farla propria, lottare contro i propri istinti umani, perché la maniera in cui è promossa una rivoluzione etica, un nuovo sistema politico, una nuova società è fondante tanto quanto il sistema e gli esiti che ci si propone.

Io scelgo e invito a scegliere Ignazio Marino il 25 ottobre.

di marco dewey (marco gattafoni)

P.S.: Dopo ieri pomeriggio sento ancor più mio il motto del cardinal Martini, pro veritate adversa diligere.

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Non ci credo! Marx fatto passare per cattivo dallo spot Rai.

3 gennaio 2009, sabato


Buona la tv, buono anche tu.

Prima c’è Napoleone che ritarda la battaglia di Austerlitz, poi il sanguinario Robespierre che si fa blandire dalla buona Tv di Simona Ventura – complimenti per il coraggio che stavolta vira verso la sfacciataggine – e non fa decapitare Maria Antonietta.

Ora mi è capitato di vedere lo spot in cui “buono anche tu” è riferito a Karl Marx.

Potevo aspettarmi qualcosa di tanto diverso dal molto cattolico Alessandro D’Alatri. Uhm… no.
Che bello, eh? Il potere di far passare per rabbonibile uno che teorizzava la negatività delle religioni era troppo irresistibile per un irrazionale come lui.
Il grottesco non gli sarebbe ricapitato più.
Quale migliore occasione?

E qualcosa d’altro dal questuante direttore generale della Rai, Cappon? Sono giorni che va in giro dicendo che la sua azienda non può andare avanti senza un aiuto dello Stato.
Claudio, vai tranquillo, Mediaset val ben più dell’anticomunismo e del clericalismo.
Non vi daranno mezzo euro in più.

Buone feste buone a tutti.

di marco dewey

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“Tutti pazzi per amore” è bellissimo. Ma perché ci piace?

15 dicembre 2008, lunedì


Vale tutti i film con Richard Gere o Julia Roberts messi insieme.
Cosa si può volere di più da una commedia romantica?
Io non saprei. Dico davvero.

Il soggetto ha un bell’appeal , multigenerazionale. E’ sopra tipo di tre livelli a I Cesaroni, che a voler fare un confronto rischia di sembrare davvero trash, banale.

La sceneggiatura qui è molto divertente, roba da due trovate al minuto. Il grande Ivan Cotroneo, già multi-premiato per varie sceneggiature e autore anche di vari spettacoli e programmi comici – molti di quelli con la Dandini, per esempio – è una sicurezza. E si vede. Speriamo solo che non scenda quando ci saranno le puntate di altri sceneggiatori.
L’architettura l’ha creata proprio Cotroneo. E’ solida. Credo che reggerà.

E’ girato bene – ottima la regia di Riccardo Milani -, belle trovate, gran ritmo, fotografia ineccepibile, personaggi credibili e interessanti, tutto viaggia che è una meraviglia. Non c’è una virgola di volgarità.

E poi un cast stellare. Devono averci creduto a questo prodotto. Avranno investito un botto solo per gli attori.
Tralasciamo per un attimo i due protagonisti.

Un Neri Marcorè che è sempre un piacere, Carlotta Natoli (Distretto di Polizia), la splendida Francesca Inaudi (La bestia nel cuore, L’uomo perfetto, 4-4-2), Irene Ferri, varie volte protagonista in fiction e film negli ultimi dieci anni, Sonia Bergamasco (La meglio gioventù), Corrado Fortuna (My name is Tanino), due grandi “vecchi” come Luigi Diberti e una odiosa riuscitissima Piera degli Esposti e poi tutti, ma proprio tutti bravi bravi.
Pensate c’è anche Carla Signoris e il grande Giuseppe Battiston che fanno un coro sui generis davvero centrato.
E vi assicuro che è un’impresa trovare un coro che non stia come i cavoli a merenda.

Ed Emanuele, il figlio del personaggio di Stefania Rocca, è un ruolo difficilissimo, a recitarlo si rischia davvero di cadere nel fastidioso, e invece Marco Brenno lo rende perfino interessante. Ci ho quasi creduto, ieri, che volesse una mamma nordeuropea, anaffettiva.

Ora mi spiace non citare tutti, ma è proprio un bel prodotto. Non sfigura nessuno.

Parlano tanto dell’elemento musical, ma una canzone in playback ogni ora non sposta di niente la natura piacevolmente grottesca, verde insistito della recitazione. E’ una virgola che fa scivolare ancor più nel sogno.
Vivono in un mondo di favola. E ci sono gli amori come dovrebbero essere. Ideali, sofferti, puliti, ingenui. E’ tutta fantasia, è fiction un po’ meno realistica del solito.
E’ tutto plausibile, ma assurdo. Un assurdo piacevole come in un film di Frank Capra.

E’ un inno all’amore (a trovarne di Laure Del Fiore libere!), e si parteggia per la coppia, per le coppie. Per le emozioni dei protagonisti.
Perché i caratteri dei personaggi protagonisti sono cosa rara.

Siamo noi. Sono quelli che vorremmo essere. L’identificazione è immediata, desiderata, necessaria.
Stefania Rocca – bravissima – è la fidanzatina di Peynet.
Vi ricordate un personaggio femminile più delizioso, più ineccepibile?
Sì, mi direte voi, ma vuoi mettere una donna con delle imperfezioni del carattere, con un fuoco dentro!?
E invece io insisto.
Colta, buona, calma, appassionata, timida, intelligente e bella per dire bella. E si innamora di un ideale di uomo.
Di un brutto bellissimo. Di pollicione!
Il personaggio di Emilio Solfrizzi è geniale.
Empatia a mille ieri sera (seconda puntata).
Mi ha fatto davvero impazzire. E’ stato proprio espressivo, mai banale.
Basta avere un Solfrizzi in cast e mezzo film lo porti a casa. Ma bisogna sceglierlo!

E’ il suo solito personaggio, questo sì, ma sembra più curato, più denso.
E metteteci pure che in questo lavoro fa il figo. Una brava persona che piace alle donne. Proprio fiction, mi direte.
Ma sì, sogniamolo la domenica sera.

E’ buono, è rispettoso, è passionale, è cauto, si imbarazza a guardare la figlia senza reggiseno e di spalle, cosa che non avrei mai pensato mi avrebbe emozionato: ma questo Tutti pazzi per amore è così.
Una sorpresa dopo l’altra.

Una risata, un sorriso, un colpo al cuore, un ricordo che ti prende durante la puntata e non ti lascia più.
-_-.

di marco dewey

E voi che ne pensate?

Tutto il mio amore per “Tutti pazzi per amore”. Il bilancio finale. Emanuele e Cristina si amano, altro che fratelli.
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Castelli ad Annozero cambia discorso spesso e volentieri non entra nel merito

12 dicembre 2008, venerdì

Inutile rammentare a me e a voi il comportamento da bauscia che per tutta la serata ha tenuto il sottosegretario alle infrastrutture l’ingegner Roberto Castelli ad Annozero ieri sera.

Solo due episodi.

1)Contrasta con una bella faccia di tolla – questa a lui non manca mai –  e poco altro i due economisti in studio, professori rispettivamente a Harvard e alla Bocconi, Alberto Alesina e Francesco Giavazzi, che imputavano al Governo a cui lui appartiene di aver aumentato – sbagliando – la spesa pubblica in un quinquennio (2001-2006) in cui era possibile abbassarla e di tenere troppo d’occhio il debito pubblico – sbagliando ancora – nel bel mezzo di una crisi così grave, una crisi che meriterebbe ben altri interventi.

2)La dirigente CGIL Susanna Camusso, che lo massacra tutto il tempo citando la verità sulla manovra per i più deboli, verso la fine gli imputa – fra le altre cose – l’assurdità di due fra le prime mosse del governo in carica, la cancellazione di due leggi del governo Prodi: l’abrogazione della norma che impediva le firme in bianco delle dimissioni (in pratica si rendeva impossibile a un datore di lavoro far firmare – per esempio – a una donna le proprie dimissioni al momento dell’assunzione, per poi utilizzarle nel caso le venisse l’insana idea di voler mettere al mondo un bimbo) e soprattutto l’abrogazione della legge che obbligava i datori di lavoro ad assumere una persona il giorno prima dell’entrata al lavoro (per contrastare il lavoro nero: se più della metà degli infortuni riguarda persone assunte lo stesso giorno dell’incidente, evidentemente trattasi di lavoratori in nero).
Al buon Roberto non è venuto niente di meglio che definire quest’ultima legge approvata dal governo Prodi un mostro, non ricordo se burocratico o legislativo, ma un mostro.
E in due secondi netti, ignorando letteralmente le proteste circostanziate della sindacalista e l’importanza delle accuse rivoltegli, abbozza una cosa tipo “era una norma complicata per l’imprenditore”, fa un 360, cambia discorso, sposta la discussione, questa come varie altre, e al volo, quando proprio non c’entrava niente, colpevolizza una disoccupata con un figlio e laureata in lettere – che aveva risposto a un annuncio per laureati in lettere, e che si era vista opporre un “perché ha fatto un figlio?” e anche un commento sulla propria laurea – e più in generale colpevolizza il percorso formativo di quasi tutti i disoccupati, sostenendo che in realtà c’è molto lavoro per certi ingegneri. Sì, Roberto. Mi sta bene. Non ora, però. Non ora che abbiamo un numero spropositato di cassaintegrati in continuo aumento!
Una specie di “Ci potevate pensare prima!”: bello, molto costruttivo, Roberto.
Complimentoni.

Sì, lo so. Senza parole. Un po’ di vergogna, no? Mai?
Beh, in effetti, da un ex Ministro della Giustizia che ha firmato tutto quello che ha firmato lui certi pudori non me li aspetto.

Peccato che Santoro non abbia insistito su quel punto.
Che non lo abbia costretto a dire la verità. Che le hanno tolte per lasciar mano libera agli imprenditori senza scrupoli, quelli che come dice un imprenditore mio amico percorrono la tangenziale, la via a scorrimento veloce del business, decidendo – magari “assistiti” – di ignorare tutte o quasi le norme che le nostre imprese ultraregolamentate sono invece costrette ad adempiere, quelle imprese che passano per il centro, pieno di divieti, costi e perdite di tempo, e rimangono indietro e finiscono per cedere allo strapotere dei grandi gruppi.

Lui dà la colpa alla politica, tutti sono ladri per lui, e anzi è la sinistra che fa le leggine che più gli mettono i bastoni fra le ruote, quelle che lo costringono a passare per il centro, dice.
Non ha ben capito quanto sia più deleterio invece il modus operandi della nostra destra, che inizia favorendo il più possibile proprio i furbi e gli ammanicati, continua poi con il massacro della giustizia, di cui si rende protagonista ogni volta che torna al governo, vedi alla voce “Castelli, Roberto” (diminuzione dei fondi, che la rallenta, minori tempi di prescrizione, che la rende vana e presto sarà anche sottoposta all’egida della politica, quindi controllata/non più libera), una giustizia che dovrebbe essere invece la prima speranza per chi si sente vittima di comportamenti scorretti e infine termina con l’invito diretto del lìder al comportamento illecito, la legittimazione morale all’evasione gridata ai quattro venti.
E gli abbiamo ancora dato una larga maggioranza.
Che popolo ignorante. Che popolo meschino.
Che popolo di merda!

Per fortuna poi mi sono tirato su con l’immenso Ascanio Celestini a Parla con me. Iersera davvero grande pezzo.

di marco dewey

PS: in realtà non ricordo chi ha tirato fuori la questione delle dimissioni in bianco: potrebbe essere stato anche Santoro contestualmente all’altra osservazione.

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La pessima figura di Fitto a Ballarò

3 dicembre 2008, mercoledì


Lasciamo stare i trascorsi giudiziari di quel mascalzone [s.m. chi è capace di azioni disoneste] del Ministro per gli Affari Regionali Raffaele Fitto, quota PdL.
Anzi no. Mettiamo un link. E fatelo un bel giro su quel sito. Merita.

Parliamo solo della brutta figura di cui s’è reso protagonista a Ballarò.

Vediamo se mi ricordo bene.

Prima ha fatto la parte del piacione col pubblico da casa, di quello che non capisce come non avrebbe capito la gente da casa. E si è beccato invece un bel: “E’ grave che lei non sappia certe cose” (o una cosa del genere). Entrando più nel particolare, s’è reso ridicolo dimostrando di non conoscere il significato di pressione fiscale.

Poi ha sostenuto che non è bello che certe trasmissioni comincino e terminino criticando Berlusconi. E va bè. Un coro di: “E tutte quelle che ne parlano sempre e solo bene?” l’ha sommerso.

Poco prima aveva deciso perfino di difendere le critiche di Berlusconi ai direttori di Corriere e Stampa di oggi: “Direttori e politici dovrebbero tutti cambiare mestiere, andarsene a casa. Politici e direttori di questi giornali, come ‘La Stampa’ e il ‘Corriere’ dovrebbero cambiare mestiere”, ha detto il premier.

E Fitto s’è permesso di sostenere l’equipollenza fra la libertà di espressione di codesti direttori di giornale e la libertà di giudizio del premier riguardo quello che potrebbe essere o sarebbe bene fosse il futuro di quei direttori di giornali.

Una cosa, però, è il giudizio politico di un giornalista, un’altra è l’agitar di spade dell’uomo più potente d’Italia che ha già in mano in qualche modo mezza editoria italiana, del politico “di turno” (si fa per dire) che si permette di mettere nubi sul futuro di due giornalisti per articoli non graditi.

Cito da www.democrazialegalita.it un passaggio del rapporto 2005 di www.freedomhouse.org, sinceramente non il più compromettente per B.

Nel  dicembre 2004, i giornalisti del quotidiano più venduto ed influente in Italia, il Corriere della Sera, hanno protestato contro l’incremento delle pressioni e delle interferenze nei loro confronti da parte degli azionisti del giornale stesso. Il quotidiano è di proprietà della RCS Mediagroup, nella quale 15 concentrazioni di industrie hanno una quota.

Basta già che consideriate l’intreccio scandaloso di favori e controfavori con il “fiorfiore” del capitalismo italiano che si è voluto creare con l’affaire CAIAlitalia: questo basta a far capire la gravità del potente in situazione di dominio mediatico che sbraita persino contro due testate che definire moderate è decisamente limitato.

Mi direte: se Fitto non si vergogna di fare il ministro e di andare in TV dopo ciò di cui si è reso protagonista (cliccate il link sopra e leggete i filoni dell’inchiesta dopo il numero 13), si vergognerà mica di fare il lecchino annoverando alla voce “diritto di espressione” quel giudizio di inadeguatezza dei due direttori così pesante!

Qualcuno spieghi a Fitto il senso dell’espressione “libertà di espressione“, e in particolare quali istituzioni tendono a minacciare tale diritto.

Facciamo una cosa invece. Giusto per farvi capire cosa pensa Fitto della stampa libera vi cito qualche paragrafo da una pagina del sito di Lino De Matteis, un giornalista – lo stesso del link sopra – che ha scritto un libro sull’allora giovanissimo Presidente della Regione Puglia, e per questo è stato querelato da Fitto – sulla base di futili motivi – all’indomani della sconfitta elettorale ad opera di Vendola. L’autore è stato prosciolto perché la querela per diffamazione è stata inoltrata oltre i termini di legge.

Fitto non è nuovo alle aggressioni ai giornalisti liberi. Simbolico il caso del caporedattore del Tg3 Puglia della Rai, Federico Pirro, da lui osteggiato al punto da ordinare all’ufficio stampa della Regione di non passare più comunicati stampa alla Rai di Bari e ai suoi assessori di non rilasciare interviste. Un braccio di ferro durato sino a quando, con l’arrivo di Berlusconi al governo, Pirro fu rimosso dall’incarico, salvo poi a venire reintegrato da una sentenza del giudice Simonetta Rubino del Tribunale di Bari, emessa il 21 ottobre 2004, che sancisce che la sua rimozione era dovuta a “motivi politici” perché inviso a Fitto.
Nonostante l’evidente natura politica della querela, la volontà intimidatoria e persecutoria per tenere sotto scacco un giornalista libero, la vicenda giudiziaria si sta consumando avvolta da un muro di silenzio. La minaccia dell’ex governatore di querelare chiunque ne avesse parlato ha sortito a quanto pare i suoi effetti, terrorizzando giornali e giornalisti pugliesi che, non solo all’epoca della “querela preventiva” si astennero dal fare qualsiasi recensione del libro, ma hanno ora difficoltà a dare perfino la notizia del rinvio a giudizio e, soprattutto, a riportare i capi di imputazione. La notizia del rinvio è stata data dall’Ansa pugliese (senza capi d’imputazione) ma non è stata ripresa da alcun giornale o televisione regionale, nonostante la notorietà del caso, la singolarità della vicenda e il rilievo che assume nel dibattito per la libertà d’informazione in Italia.
Anche i partiti, soprattutto quelli del centrosinistra, e le associazioni della società civile e della cittadinanza attiva hanno taciuto e continuano a farlo. Ma se questo era un comportamento comprensibile all’epoca della “censura preventiva” e prima di conoscere il contenuto del libro – perché poteva anche darsi che avessi scritto qualche grossa fesseria non difendibile – non è più tollerabile adesso che si conoscono i capi d’imputazione e sui quali ci si può liberamente pronunciare. Chi tace acconsente e il silenzio fa sempre il gioco dei più forti.
Ma veramente si può lasciare a Fitto, e a quelli come lui, campo libero di intimorire e minacciare i giornalisti in questo modo, tenerli sotto scacco con richieste esose di risarcimenti finanziari? L’alternativa per noi giornalisti, a questo punto, è l’autocensura e il silenzio oppure il carcere. Con tanto di ben servito per la democrazia e la libertà d’informazione e di opinione, proprio come al tempo dei Borboni.

Ah, Raffaele. Io penso che tu sia un mascalzone nell’accezione di cui sopra, è vero, ma non ne ho le prove. E’ solo un’opinione personale. Non querelarmi, please.
Chiudi un occhio. E’ la prima volta che faccio una precisazione del genere, ma ora, conoscendoti, mi si sono strette le palle.

Mala tempora currunt.

di marco dewey

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Sondre Lerche – Two Way Monologue (2004)

1 dicembre 2008, lunedì


Se un giorno voleste acquistare un salvavita vero, se un giorno voleste staccare completamente dallo stress che siete costretti a sopportare a casa o al lavoro, puntate su Two Way Monologue di Sondre Lerche.
Lui è un talento norvegese giovanissimo. Questo è il suo secondo album e qui aveva ventuno anni.
Impensabile questa maturità ed eleganza a quell’età. Incredibile anche il suo primo, Faces Down, del 2002. Consigliato.

Questo è un disco di arpeggi e melodie impeccabili, lente, sentimentali, pop, suonate onestamente, arrangiate e pensate proprio bene.
Un gran bel lavoro.

Love You è l’unico pezzo interamente strumentale.
E merita. Nonostante sia esattamente ciò che abbiamo pensato di comporre tutti le prime volte che abbiamo pestato con le dita i tasti della chitarra.

Track you down. Niente da dire, buon pezzo, bella costruzione dell’emozione, splendida melodia.
Il pregio di Sondre Lerche è quello di condurre bene ogni pezzo. Non rischia mai di strafare lui, la sua voce soave, le sonorità mai invadenti, le melodie levigate.
Il suo marchio di fabbrica è l’inizio lento e la fine appena più spinta, abbastanza lunga, ma mai stancante. Non raggiunge mai livelli parossistici. Le sue canzoni le si ascolta volentieri dall’inizio alla fine. Tracks You Down ne è un ottimo esempio.

Saltate On The Tower quando la capite; non è all’altezza del disco, ma la strofa è bella. Perché nessuno gli ha detto niente, quantomeno quanto fosse poco adatto quel pre-chorus? Opinione personale.

Più complicata delle altre Two Way Monologue, più spinta, con molte più variazioni, più lunga delle altre (5:43), la fine del ritornello mi ricorda tanto i suoni, le idee di un pezzo dei Cardigans che dovrei cercare. Molto bella.

Altissimo livello anche per Days That Are Over.
Ancora una volta le sonorità dei Cardigans di metà anni novanta.
La strofa è degna dei migliori classici del soft pop, dello swing, di Michael Bublé, Frank Sinatra. Immortale.
Ma tutto l’impianto della canzone regge alla grande.
Gran pezzo.

Wet Ground è una ballata lentissima. Ci sono anche i coretti alla Beach Boys, chissà, forse il titolo sarà stato un omaggio a Pet Sounds. Fra assonanza e stile questa possibilità ci sta tutta. E si sa, con i Beach Boys si vola alti.

Il paa-pa-pa-pa-paa-pa-pa-paa di Counter Spark, se non è un omaggio agli Ottavo Padiglione [e come possiamo dubitarlo], dovrebbe esserlo ancora per i Beach Boys.
Se lo fanno sfacciatamente i Tears for Fears per una tutta una canzone – Brian Wilson Said – in cui li esaltano saccheggiandone – o meglio citandone – gli stilemi, compresi cori e cantato pa-pa, potrà farlo pure Sondre Lerche per la seconda canzone consecutiva. Canzone onesta, comunque. Niente di più.

Con It’s Over torna la bella scrittura orchestrale. La sua capacità di inventare belle canzoni degne di violini, viole, fiati vari, legni, piano. La parte cantata in realtà è doppia. Le due partiture vocali sono identiche, registrate sui due canali destro e sinistro e quindi sovrapposte conferendo un timbro sabbioso sussurrato molto naturale. Ah, è anche il titolo di una canzone di Brian Wilson. E siamo a quota tre canzoni consecutive. E chissà quali altre chicche mi sarò perso.

Di Stupid Memory adoro fra le altre cose i salti di nota della strofa. Che bella melodia! Già ascoltata non so dove, ma bellissima.
A pensarci meglio contiene varie sonorità country – una chitarra e il ritmo della batteria – ma non lo dite in giro: sorprendere un norvegese immaginare suoni country, ancorché improbabile è quantomeno poco spendibile come idea. Niente da dire, comunque. Proprio bella.

It’s Too Late potrebbe fare da manifesto all’intero album.
Dolcezza del cantato, ritmi lenti con accelerazioni evidenti che non si discostano mai troppo dai ritmi della ballata pop, cura per gli arrangiamenti – che in questo disco sembrano sempre necessari -, ottimo uso dell’orchestra a disposizione.

It’s Our Job è canzoncina lenta che non mi diceva molto all’inizio e invece ora sì, in cui ho “scoperto” una citazione, stavolta molto diretta, note identiche e in gran parte testo simile a Add Some Music dei Beach Boys da 1:35 a 1:42. Qui sembra di vedere in suoni il bianco e nero dei vecchi flashback tanto è evidente questa cornice, questo aparte. Il testo di Lerche recita: “I think you’re in my soul”; il testo corrispondente di Add Some Music invece fa: “Music is in my soul”.
Quattro coincidenze costituiscono varie prove. Per la serie, “ci mancava solo che lo scrivesse pure nei ringraziamenti”, oppure “quesito per i più piccini”.

Maybe You’re Gone è una bella pausa, da non perdere.
Un avvicinamento a grandi passi alla vera tranquillità.
Gli ultimi due minuti di questa canzone sono un momento strumentale delicatissimo che riprende il tema lasciato in eredità dai primi tre minuti della canzone. L’arpeggio leggero della sua chitarra, una fisarmonica e fiati in un sussurrato che sa tanto di orchestrina di paese francese degli anni cinquanta, ma di gran classe.

Cosa dire ancora di questo album?
Se volete andare sul sicuro fa proprio per voi. Se dovete fare un bel regalo a una tipa su cui fare colpo e non ha più di tre piercings o più di tre tatuaggi (potrebbe avere gusti musicali differenti), con questo disco le dimostrerete che avete a cuore il suo stato emotivo, che la volete calma, romantica, sensibile e affettuosa.
Altro che fiori.
Parlatele con un disco.

di marco dewey

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Gocce

28 novembre 2008, venerdì


Goccia. Languida l’anima
liquida e sfuggente
critica non seppe
mai conceder pace.

Goccia. Lamentosa,
fragile per quel silenzio,
crimine sminuito di luminose
mani già spente.

Lacrima. Ultimo sogno
incontro alla sera, unica sicurezza
in presa al cuore.

Guardami. Ridimi gli occhi.
Dammi modo e tempo
di donare gioia al pianto.

di marco gattafoni