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Tutto il mio amore per “Tutti pazzi per amore”. Il bilancio finale. Emanuele e Cristina si amano, altro che fratelli.

25 febbraio 2009, mercoledì

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Accadono strane cose quando sei preso dall’entusiasmo per una serie televisiva. Perché la tv non è il cinema.
Sembra non possedere lo status sufficiente da poterne parlare in pubblico gratuitamente. La tua immagine dovrà pagarne il conto. Quando, poi, in casi come questo ti salta addosso insopprimibile la voglia di farlo, sembra quasi tu voglia promuovere il guardare la tv tout court, sembri uno che si accontenta, ti guardano come quando guardano le ragazzine entusiasmarsi per High School Musical.

Così, prima di vedere il mio Tutti pazzi per amore, la gente so già non capirà il mio entusiasmo. Come non capirà assolutamente la lunghezza sconsiderata di questo articolo. In effetti devo ammettere che faranno fatica a terminarlo anche i TPPA addicted. Quindi vi do un consiglio. Scorrete l’articolo e cercate i nomi degli attori di cui volete leggere. Sono scritti in grassetto. 😉

Comunque, nel corso delle mie perorazioni a favore di TPPA, chi non mi conosceva mi ha preso nei fatti per uno scalmanato teledipendente – e potrebbe pure starci che lo abbia pensato anche chi mi conosce -, ma non è questo il punto.
Un amico mi fa: “Marco, io ti ricordo critico, pignolo, schizzinoso. Non esagerare nell’altro senso. Sarà un buon prodotto con qualche bella battuta…”.

Che avrei dovuto rispondergli?
-“Guardalo. Almeno una volta guardalo!”
C’è chi mi risponde: “Ma c’è House!”
-“Fottitene della serialità di House! Non sarà nemmeno male, ma qui siamo due livelli sopra!”
Per qualcuno saprà di esagerazione, ma lo penso davvero.

Le puntate successive al mio primo articolo su Tutti pazzi ne sanciscono l’eccellenza degli standard recitativi e quella maturità e altezza della sceneggiatura e della regia di cui parlavo al tempo.
Ci sono stati – sì – fisiologici momenti di pausa nel ritmo serrato dello humour nell’ottava, nella nona e nell’undicesima puntata, ma si è trattato di pause legate più a un certo sviluppo della trama che ad altro. Il piacere, l’interesse e le tante invenzioni che abbiamo amato sin dal primo momento, quel flusso magico, quel miracolo che ci ha impedito di prendere impegni la domenica sera non si è mai interrotto.
In questo successo più di critica e di passione e fedeltà del pubblico che di indici auditel stratosferici, vista la concorrenza ingombrante, il cast ci ha davvero messo del suo.

Per Emilio Solfrizzi cominciano a scarseggiare gli aggettivi.
Ha più mestiere e mobilità facciale di chi fa il caratterista da una vita. Più presenza scenica e credibilità di chi è protagonista da una vita.
E’ un attore completo. E’ un attore che vorrei sempre con me mi capitasse di dirigere qualcosa in futuro. Una specie di Isabelle Huppert per Chabrol.
Non voglio essere condizionato dal fatto che abbia iniziato da attore comico e sia perfetto per ogni tipo di commedia.
Pensate che non reggerebbe un ruolo drammatico classico?
Certo che lo reggerebbe. Anche a non aver visto Agata e la tempesta oppure Liberate i pesci, osservatelo bene quando dialoga con Cristina, con Michele, e in genere quando non è richiesta la sua vena tragicomica. Ineccepibile.
E poi le sue mille reazioni da padre agitato?! “Chi vuole fare l’amore!?!” a letto con Laura preoccupato delle intenzioni di Cristina. Oppure le sue smorfie da compagno geloso dalle zie, quando morbosamente giuravano che Riccardo Balestrieri era bello quasi quanto Massimo Ranieri.
Ma in tutto quell’episodio è magnifico: “Non è un po’ presto per appendere le foto dei bonazzi al muro?”, e Nina: “ma quali bonazzi! Quello è mio padre!”, e via di facce.
O ancora la sua apprensione per il “terremoto” la prima notte a casa unita!
Una sicurezza.

Stefania Rocca conferisce alla sua Laura Del Fiore una grazia semidivina. Fa del suo personaggio il paradigma di comportamento e atteggiamento rispettoso, nessuna ipocrisia fra quel che pensa e quel che fa, madre dolcissima, coerente, il volto giusto, il sorriso giusto, il tono generale ideale, almeno per me.
L’ho vista – almeno fino alla gravidanza ( -_-.) – la reificazione laico-fictional del personaggio di Maria.
E sinceramente ci mancava.
La sua capacità di dialogo con i figli è esemplare e potenzialmente illuminante.
Impagabili tutte le sue espressioni nell’episodio del fantasma della moglie di Paolo: “Adesso ha cominciato anche a darmi i voti? Come… i voti!?”.
Credo che abbia davvero raggiunto un livello di eccellenza, che nella sua carriera da giovane e splendida ragazza non le riconoscevo, forse per pregiudizio, chissà.
Ad ogni buon conto quando ho voglia di un sorriso a comando mi basta pensare a Tutti pazzi, ai nostri la prima notte in casa di Laura. A Paolo che preoccupato le domanda se non fosse un po’ tardi per la lavatrice accesa e lei, serafica: “E’ Emanuele. Russa, piccolo amore mio”, ahah…
Deliziosa.

Il carattere del Michele di Neri Marcorè è un misto di etica della seduzione, amore per la donna e per la vita e charme dissimulato; si muove fra understatements e picchi di generosità, vertici culinari malcelati e classe da vendere.
L’amante ideale. Resta amico o si dimentica di te.
Decide la donna. E alla fine si innamora di una che – la Natoli mi scuserà – è più bruttina di quelle a cui era abituato.
Troppo perfetto? Forse. Il rischio dell’antipatia è dietro l’angolo.
Ho provato per un attimo a pensare tanti attori recitare quel ruolo al suo posto. Ho immaginato la sua nonchalance un po’ dandy addosso ad altri e non sono proprio riuscito a figurarmela così com’è ora, simpatica, “giusta”, coerente col benessere che infondono tutti – o quasi – i personaggi della serie.
Forse solo la maestria di un Christian De Sica o un Vittorio Gassman. Grande, Neri.

Devo dire che ho visto una Carlotta Natoli al di sopra delle righe, ma si vede anche che è stata “colpa”, necessità di un carattere funzionale allo sviluppo del rapporto particolare che ha avuto con Michele e con gli uomini in generale. Lei è comunque molto brava.
Magari andava contenuta di un venti-trenta per cento.
La scena della distruzione del locale di Michele è stata odiosa, eccessiva.
E quando si ha la fortuna di trovare una fiction televisiva che sembra partorita dalla luna tanto ti rasserena, il senso di fastidio è così facilmente evocabile – per contrasto a tanta grazia – che tutto deve contribuire all’incanto: ecco, il solo rammentare a tutti noi che donne così esistono davvero e vedranno premiato dall’amore il loro comportamento era cosa che andava evitata come la peste.
Un personaggio come quello di Michele avrebbe dovuto temere come la morte un’esagitata simile.
Concedo invece il suo non intervento durante quello sfogo devastatore. Nonostante lo spirito di autoconservazione tirasse dall’altra parte, è perfettamente nella sua natura il non toccare, né fermare una donna in modi che potrebbero sembrarle violenti. Noblesse oblige.
Una personale segnalazione al costumista: quelle scarpe e quelle calze colorate, unite alla gonna svolazzante e alla camminata ancheggiante la fanno troppo Paperina Disney.
Era proprio necessario?
No, dico, quelle scarpe color argento!
Ora, il Michele di Marcorè non sarà l’idiosincratico fobico Michele Apicella di Nanni Moretti in Bianca, ma perdio si dovrà pure innamorare di lei in maniera plausibile!

Passando oltre le sempre ottime Irene Ferri e quella gran donna di Francesca Inaudi (che cosa è stata per le mie coronarie la scena di Buonasera, dottore lo so solo io e quell’asservito di Riccardo Rossi*), arriviamo alla algida e sprezzante Lea di Sonia Bergamasco.
Il tradimento del marito interviene a mutare il rapporto con le altre – ehm, volevo dire gli altri – e quindi gli stessi estremi della sua recitazione. Il personaggio cambia molto per un breve periodo nel quale sarà molto lamentoso; torna poi subito ad essere sentenzioso, seppure con maggiori timidezze e spesso “in amicizia”. Far sentire gli altri inadeguati resta il suo marchio di fabbrica, anche se da lì in avanti lo farà con qualche remora.
Come dimenticare il sempreverde scambio di battute sulla cellulite con Monica e al contrario gli elogi ad un suo simile, la madre di Laura, venuta a trovarla sul luogo di lavoro?
Comunque pungente.

Corrado Fortuna (“Top 3” Elio) bene nella parte, così come Luca Angeletti (il povero Giulio).
Per Marina Rocco (Stefania) il discorso è più complicato.
Mi era sembrata brava, ma i ritrovati entusiasmo e sensibilità per un po’ non le hanno reso giustizia. Non era il suo registro migliore, diciamo.
Però ogni volta che è un po’ sulle spine è meravigliosa.
E infatti recita superbamente nella penultima puntata.
A proposito di Stefania, ci sono stati vari playbacks a non sembrarmi azzeccati; quelli che proprio avrei preferito non aver mai visto sono stati quelli della scena di gioia su La notte vola di Lorella Cuccarini fra Stefania e Giulio all’inizio del secondo episodio della settima puntata, mi pare, e quella di Emanuele a scuola sulle note di Più bella cosa di Ramazzotti.

Le ziette, che all’inizio pensavo potessero rappresentare il “lato debole”, i personaggi meno credibili e in sostanza più fastidiosi perché troppo macchiettistici, mi paiono essere stati invece – fra le altre cose – elementi drammaturgici importanti, perfetti ad esempio per tirar fuori smorfie dallo straordinario Solfrizzi.

Eccellente Piera Degli Esposti nella parte di Clelia, una madre impicciona e insensibile, superficiale e cinica.
Fantastica nella scena dell’incontro preliminare per la separazione di Lea, quando si rifiuta categoricamente di accudire i gemelli e quando parla della fidanzata francese di suo marito, padre di Laura e Stefania, alla festa per il millesimo divorzio del suo studio legale: “Ma le francesi non dovrebbero essere sempre eleganti?! Un altro mito che crolla miseramente”.

Piacevole la breve parentesi col cioccolataio “ma chi cazz’è ‘sto Kavafis” Taricone (che non avrà detto così, ma è come l’avesse fatto), che è stato un gran bel personaggio. E il buon Pietro abile a renderlo. E’ un personaggio umile. E nei non-protagonisti questa dote la apprezzo molto.
Sarebbe stato facile sviluppare un bell’intreccio infilandoci dentro delle gran carogne o comunque caratteri improbabili che movimentano i giochi anche solo grazie alla naturale manifestazione del loro temperamento malevolo e invidioso, esagitato e poco comprensivo.
Con questa tecnica, tuttavia, si corrono dei gran rischi (vedi Monica): il rischio di rovinare l’armonia di partiture miracolose come questa, di creare delle discrasie di tono, che qui invece muove fra il lieve e il tragicomico, il delicato e il grottesco, ma quasi sempre velato di gioia, speranza, amore.
Il lunatismo e la misandria, cocktail micidiale per la libido e la nostra serenità lasciamoli da parte nella prossima serie. Spero che per le donne non sia davvero così facile, così come lo è stato per Monica, considerare un uomo un bastardo.
Non è che solo perché uno non si innamora di una donna e le dà poche spiegazioni in merito sia un bastardo. Spesso lo fa per salvare la sua autostima oppure per non essere odiato da lei fino alla fine dei suoi giorni.
E’ bastardo se le mente sui suoi sentimenti solo per arrivare a lei o peggio ad altro.
La distinzione non è affatto sottile.
Impariamo un po’ tutti ad accettare i rifiuti.

Tornando a noi, vi dicevo che affastellando l’impianto di caratteri difficili è facile creare una trama, ma altrettanto facile creare delle disarmonie.
Tutti pazzi per amore ne è praticamente alieno, esempio citato sopra a parte. Anche i tradimenti della penultima puntata, con l’eccezione della passione fra Emanuele e Cristina, non mettono mai in dubbio le coppie originarie e in generale gli esiti auspicati dallo spettatore.

Teniamo presente come fino a quell’arrivo ci sono state vendute le “ragazze cattive” della serie: mai elemento disturbante.
La bellezza imbarazzante e le svenevolezze adorabili della non protagonista Cinzia Fornasier (Natascia) evitano, almeno al pubblico maschile, il possibile malessere per l’insidia all’amore fra Paolo e Laura; le battute al vetriolo di Lea e Clelia, o anche l’ormai superato distacco fra lo svampito e l’apatico di Stefania ci hanno fatto apprezzare per un motivo o per l’altro i personaggi femminili “meno indulgenti” della serie.
Ora un altro esempio. Di segno opposto, ma decisamente limitato nel tempo.
Qualche settimana fa, quando mi si è parato dinanzi il direttore mandato da Milano, interpretato da Riccardo Rossi – lungi dal pregiudizio che potrei avere per l’attore* -, la sua voce e il suo modo di fare mi hanno provocato una certa tensione. La prima violazione alla regola del benessere sinestetico-mentale totale.
Lo so che sono virgole, ma le virgole nei miracoli contano.

Passiamo ai ragazzi.

Marco Brenno (Emanuele) è quasi sempre inattaccabile a parte quando si è strafogato con la parmigiana delle zie. Quella scena forse andava rifatta.
Il suo mono-tono anche in momenti in cui vuole essere ironico dice tutto del carattere di Emanuele.
Non so se risulterà fuori luogo o poco credibile quando in futuro sarà costretto a registri molto diversi, ma se dovessi scommettere ora sulla sua carriera non riesco a ipotizzare nient’altro che un discreto successo.
Insomma, bello è bello, e per ora sembra di talento.
Non è che brilli; è solo che ha una parte incredibilmente difficile e la rende funzionale e non odiosa. Non è poco.
Ha avuto la fortuna di raggiungere presto la popolarità in una fiction artisticamente di livello, che – ci scommetto – sarà vendutissima all’estero da mamma Rai, e per giunta in un ruolo che avrà fatto battere tanti cuori. Attendiamo, ripassando nella mente con piacere una scena fantastica come quella dell’audiocorso di lingua italiana pensato per stranieri donato con convizione a Cristina e tutte le sue cento e una uscite.

Devo dire che è il suo personaggio la vera intuizione comica della serie. E’ una sorta di Niles Frasier asociale italiano. Emanuele potrebbe in un certo senso impersonare l’alterità della spocchia di certa sapienza, di solito caratterizzata come pedante, mentre invece osservandolo meglio credo sia più lo specchio di certe solitudini create da quei sensi di superiorità che spesso guastano l’esistenza.
La sola percezione di un’essere molto diverso da lui, ma ugualmente permeato di dignità, gli regala in maniera naturale un nuovo punto di vista.
La presenza, la convivenza con Cristina aiuta la crescita emotiva e etica di Emanuele. E’ un ragazzo migliore ora e a volte si lascia andare perfino con trasporto, è meno timoroso dei giudizi degli altri, conserva il suo spirito critico e la sua vena sminuente, ma ha tanti momenti di ripensamento, di umanità.

E’ il turno di Nicole Murgia (Cristina).
Nel mio primo articolo, quello dopo le prime due puntate, esalto tanti degli attori, mancando – fra gli altri – di menzionare il lavoro di questa ragazza.
Non avevo ben compreso. La sua Cristina mi sembrava eccessiva nei momenti sbagliati (vi ricordate i primi giorni di scuola accanto ad Emanuele?) e poi troppo banale, troppo realistica. In un certo senso incongruente.
Ora vedo una splendida ragazza di sedici anni. Dolce, timida, orgogliosa, non convenzionale e coerente con l’età che deve impersonare.
Le conosco le ragazze di quell’età. Nonostante ogni loro personalissimo anticonformismo, al livello più istintuale sono così. Hanno quei vezzi, quelle uscite, quel modo di ragionare.
Tanti applausi per lei e un “bravo” a Riccardo Milani (regista della serie). Davvero.

Il ragazzo di Cristina, Davide, interpretato da Federico Lepera, non è male. Bellissimo, sorridente, gentile e persino attratto da una ragazza meno appariscente di altre. Insomma, un “tipo” che potenzialmente allarga il cuore di speranza a tanta tanta parte del pubblico femminile. Un po’ ipocrita nell’episodio dell’aereo regalatogli da Paolo, ma tant’è. Azzeccato, anche se predestinato.

A proposito dei due chissà prossimi fratellini, quanto lo stavamo aspettando il loro bacio? I loro baci? Quanto desideravamo il loro amore?
Quando oramai ci sembrava di dover aspettare un anno, eccolo lì, inaspettato, bellissimo, compreso il contorno, la mattina dopo, il sogno, il ritorno in autobus.
Ci voleva lo splendido gioco della bottiglia per ribaltare d’un colpo l’idea che ci eravamo fatti un po’ tutti.
Che avrebbero ritardato la loro storia direttamente alla seconda serie. E invece no.
Ma quanto sono carini?! Ma quanto erano carini mentre erano a scherzare con i gavettoni nel cortile della scuola poco prima del ritorno di Davide Palmieri?! Basta, sennò mi sbrodo.
O forse no. Cerchiamo di resistere ed analizzare la cosa con un minimo di razionalità.
Questo ritardare una situazione che agli inizi ritenevamo inevitabile ci regala alla fine questa sensazione: dolcezza infinita, ritorno con la mente a tanti, tanti anni fa (sigh), a quei baci rubati – come direbbe Truffaut -, alla promiscuità scolastica fuori dalla scuola che rende speciale e più vivo, intenso ogni momento, capace di renderci più chiara ogni relazione, di svelarci il desiderio.

Una puntata indimenticabile la penultima non solo per l’amore scoppiato – a questo punto improvvisamente – fra Cristina ed Emanuele, ma anche per la recitazione incredibile di Marina Rocco, e anche di Piera Degli Esposti direi, una marea di dialoghi scoppiettanti, la liason sessuale con relativi commenti da parte di Maya su Elio, i tradimenti, i pentimenti, insomma, una puntata di una densità assoluta. Ideale.
Anche stasera niente male.

Le invenzioni belle viaggiano per tutta la fiction a un gran ritmo: ricordate l’Inno alla gioia con sequenze di giubilo al rallenty alla caduta del Muro divisorio? Ricordate gli abbracci accennati dall’altra parte del Muro? Gli occhi della madre-Solfrizzi nella scena della carrozzina? Tutti i colori delle fisime di Emanuele per le dimostrazioni di affetto di Laura?
Quel suo “Hai presente quanti anni di analisi freudiana mi costerà questa frase?” alla domanda di sua madre “Tu, come donna […] come mi trovi?”.

I sogni di prima mattina, le varie regole dell’amore, Maya a Elio: “Quello che stai pensando è vero. Ecrù lo dicono solo i gay”, “la vi-vicina, mi-mister”, “Sha-shan, sha-shan” di Giù la testa nell’episodio col fastasma della moglie di Solfrizzi, tutte – e dico tutte – le risposte “pensate” e non date nella realtà. Il “povero Giulio” in macchina ad aspettare addormentato e con due dita d’aria. “La famiglia Giorgi trionfa!” sulla macchinina in retromarcia. La classe di Michele. Alla lezione di yoga: “Ce la fa a chiudere la bocca per due minuti? Sennò alzo il volume dei delfini, eh?” -“No no…”. Il montaggio della scena in cui Paolo e Cristina si accordano mimando un incontro di riavvicinamento. Solfrizzi e il montaggio della scena Ed io tra di voi al ristorante subito dopo l’arrivo di Riccardo dagli States. L’infinita empatia che si prova per Cristina. Sempre. E tanto, troppo altro.

Qualche perla di stasera, ad esempio.
Maya:”Un buon amante va condiviso come un buon parrucchiere, una svendita in una profumeria”.
-Michele: “Quale donna ti dice che ti ha tradito la sera prima del giorno più bello della sua vita?”
-Paolo: “Quale donna? La mia!!”
Vacanze romane all’arrivo dello sposo. Paolo che si immagina la scena Per un’ora d’amore poco prima del no.
Laura: “Adesso sai guidare! Per scappare da me sai guidare!”
Paolo (le mani addosso all’agente): “Tu sei gay!? E allora perché devi venire a rompere le scatole a me!”

Ringraziamo poi Ivan Cotroneo ed eventualmente gli altri sceneggiatori anche per il dottor Freiss e Carla (Carla Signoris).
Già mi immagino il buon Battiston additato per strada dai ragazzi.
“Ciao Freiss!”, “Ma quello non è Freiss?”. Eh, Giuseppe, tanti anni di onorata carriera valsi agli occhi del grande pubblico poca cosa al confronto della paciosità sicura di Freiss.
Sei stato bravo, inappuntabile come sempre nella scelta del copione giusto. Hai davvero un grande intuito per le produzioni di qualità.
Ora ti tocca questo successo televisivo.

Tutti gli attori in questi episodi di stasera hanno dato il meglio, comunque, cesellando dialoghi, litigi, toni, tempi.
Ed era cosa difficile, perché la sutura di un vulnus drammatico è sempre il momento più difficile di un racconto per immagini. Il primo tempo è spessissimo il più bello. Ve ne sarete accorti, no?

Ebbene, Riccardo Milani (il regista) riesce in questa bell’impresa, compresa la scena più delicata, l’inattesa e ben recitata scena del ritorno alla “fratellanza” di Emanuele e Cristina.
Ma sono bastati gli ultimi pochi fotogrammi del suo volto per intuire i reali sentimenti di Cristina, vero?
Non vedo l’ora di vederli ancora assieme. E voi?

Concludo augurando un anno pieno di amore a tutti i lettori di questo articolo. Siete dei romantici, innamorati dei sorrisi e con un ottimo gusto per le fiction, credo.
Vedete di spendere nel miglior modo possibile l’anno che ci toccherà aspettare prima del prossimo tuffo in casa Giorgi-Del Fiore. Usate il vostro buon gusto per contaminare di pazzia per amore chi vi sta vicino.
E’ vero, la tv non è il cinema, ma a volte è solo un pregiudizio.
C’è tutto un mondo intorno

di marco dewey

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*: Scusandomi per la lunghezza davvero eccessiva dell’articolo, ricordo a tutti che nel 1995 Riccardo Rossi era tutto una comparsata a Mediaset durante la campagna per il referendum per l’abrogazione delle norme che consentono la concentrazione di tre reti televisive, invitando ovviamente a votare per il NO. Vi ricordate?
Un due di voto, per una volta, al responsabile casting. Consideratemi pure un bastardo, ma attori che si prestano a quel genere di iniziative vanno emarginati. Che lavori a Mediaset e non con i miei soldi! Una bel luogo comune, non c’è che dire. Ma stavolta lo sento proprio.
Che paghi con l’ostracismo nazionale l’uso ignobile del suo mestiere. Qualcun altro mi darà del comunista, ma non fa niente. Uno più, uno meno…
E’ che lui mi è rimasto più in mente di altri, dei soliti Raimondo Vianello e Sandra Mondaini, dei Mike Bongiorno, di tutti quanti gli impiegati a tempo inderminato del premier, insomma. Mi è rimasto più in mente di quelli lì che facevano tutti campagna per questo NO, che alla fine ha vinto con il 56%. Ce l’ho in testa Riccardo Rossi, perché spuntava fuori come un alieno, come un cavolo a merenda e introduceva, educava al convincimento per il NO, con la Rita Chiesa di turno.
E’ grazie anche a servi come lui viviamo questa Italia che come direbbe Masini, “ci ha rotto i coglioni”.

Peace.

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“Tutti pazzi per amore” è bellissimo. Ma perché ci piace?

15 dicembre 2008, lunedì


Vale tutti i film con Richard Gere o Julia Roberts messi insieme.
Cosa si può volere di più da una commedia romantica?
Io non saprei. Dico davvero.

Il soggetto ha un bell’appeal , multigenerazionale. E’ sopra tipo di tre livelli a I Cesaroni, che a voler fare un confronto rischia di sembrare davvero trash, banale.

La sceneggiatura qui è molto divertente, roba da due trovate al minuto. Il grande Ivan Cotroneo, già multi-premiato per varie sceneggiature e autore anche di vari spettacoli e programmi comici – molti di quelli con la Dandini, per esempio – è una sicurezza. E si vede. Speriamo solo che non scenda quando ci saranno le puntate di altri sceneggiatori.
L’architettura l’ha creata proprio Cotroneo. E’ solida. Credo che reggerà.

E’ girato bene – ottima la regia di Riccardo Milani -, belle trovate, gran ritmo, fotografia ineccepibile, personaggi credibili e interessanti, tutto viaggia che è una meraviglia. Non c’è una virgola di volgarità.

E poi un cast stellare. Devono averci creduto a questo prodotto. Avranno investito un botto solo per gli attori.
Tralasciamo per un attimo i due protagonisti.

Un Neri Marcorè che è sempre un piacere, Carlotta Natoli (Distretto di Polizia), la splendida Francesca Inaudi (La bestia nel cuore, L’uomo perfetto, 4-4-2), Irene Ferri, varie volte protagonista in fiction e film negli ultimi dieci anni, Sonia Bergamasco (La meglio gioventù), Corrado Fortuna (My name is Tanino), due grandi “vecchi” come Luigi Diberti e una odiosa riuscitissima Piera degli Esposti e poi tutti, ma proprio tutti bravi bravi.
Pensate c’è anche Carla Signoris e il grande Giuseppe Battiston che fanno un coro sui generis davvero centrato.
E vi assicuro che è un’impresa trovare un coro che non stia come i cavoli a merenda.

Ed Emanuele, il figlio del personaggio di Stefania Rocca, è un ruolo difficilissimo, a recitarlo si rischia davvero di cadere nel fastidioso, e invece Marco Brenno lo rende perfino interessante. Ci ho quasi creduto, ieri, che volesse una mamma nordeuropea, anaffettiva.

Ora mi spiace non citare tutti, ma è proprio un bel prodotto. Non sfigura nessuno.

Parlano tanto dell’elemento musical, ma una canzone in playback ogni ora non sposta di niente la natura piacevolmente grottesca, verde insistito della recitazione. E’ una virgola che fa scivolare ancor più nel sogno.
Vivono in un mondo di favola. E ci sono gli amori come dovrebbero essere. Ideali, sofferti, puliti, ingenui. E’ tutta fantasia, è fiction un po’ meno realistica del solito.
E’ tutto plausibile, ma assurdo. Un assurdo piacevole come in un film di Frank Capra.

E’ un inno all’amore (a trovarne di Laure Del Fiore libere!), e si parteggia per la coppia, per le coppie. Per le emozioni dei protagonisti.
Perché i caratteri dei personaggi protagonisti sono cosa rara.

Siamo noi. Sono quelli che vorremmo essere. L’identificazione è immediata, desiderata, necessaria.
Stefania Rocca – bravissima – è la fidanzatina di Peynet.
Vi ricordate un personaggio femminile più delizioso, più ineccepibile?
Sì, mi direte voi, ma vuoi mettere una donna con delle imperfezioni del carattere, con un fuoco dentro!?
E invece io insisto.
Colta, buona, calma, appassionata, timida, intelligente e bella per dire bella. E si innamora di un ideale di uomo.
Di un brutto bellissimo. Di pollicione!
Il personaggio di Emilio Solfrizzi è geniale.
Empatia a mille ieri sera (seconda puntata).
Mi ha fatto davvero impazzire. E’ stato proprio espressivo, mai banale.
Basta avere un Solfrizzi in cast e mezzo film lo porti a casa. Ma bisogna sceglierlo!

E’ il suo solito personaggio, questo sì, ma sembra più curato, più denso.
E metteteci pure che in questo lavoro fa il figo. Una brava persona che piace alle donne. Proprio fiction, mi direte.
Ma sì, sogniamolo la domenica sera.

E’ buono, è rispettoso, è passionale, è cauto, si imbarazza a guardare la figlia senza reggiseno e di spalle, cosa che non avrei mai pensato mi avrebbe emozionato: ma questo Tutti pazzi per amore è così.
Una sorpresa dopo l’altra.

Una risata, un sorriso, un colpo al cuore, un ricordo che ti prende durante la puntata e non ti lascia più.
-_-.

di marco dewey

E voi che ne pensate?

Tutto il mio amore per “Tutti pazzi per amore”. Il bilancio finale. Emanuele e Cristina si amano, altro che fratelli.