Archivio per la categoria ‘politica’

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Ivan Scalfarotto vicepresidente del Pd. Incarico condiviso con Marina Sereni.

7 Novembre 2009, Sabato

da http://www.ivanscalfarotto.it
Mentre venivo a sapere da uno scritto di Cristiana Alicata che Ivan Scalfarotto sarà uno dei due vicepresidenti del Pd, mi dicevo: “Non è un ticket. Non è il ticket che Bersani ha dovuto pagare alla mozione Marino”.

Nessuno gliel’ha chiesto, credo. Anzi ne sono sicuro. Mi ci potrei giocare la tessera.
Il segretario si è dimostrato abbastanza ecumenico sin dalle prime ore dopo la vittoria, però.
Ecco allora che si fa strada nella mia mente l’ipotesi di un ticket che Bersani ha voluto pagare alla mozione Marino. Detto meglio, forse un omaggio alla parte di elettori del Pd che si è riconosciuta nei valori di cui si è fatto portavoce Ignazio Marino. Una sorta di pax romana siglata via assemblea nazionale.
Fosse così, Pier Luigi, ti assicuro che non ce n’era bisogno.

E invece no. Qualche volta faccio pensieri strani, ma stavolta no. Bersani se ne deve essere accorto!
Stavolta non è una carica data a un politico qualunque.
Stavolta parliamo di Ivan Scalfarotto, uno che un giorno vorrei fosse il portavoce alla Camera, tanto lo apprezzo.
Uno che vorrei fosse sempre l’invitato del Pd alle trasmissioni televisive.
Uno preciso, preparato, chiaro, libero e coraggioso.
Lo sguardo originale sulla cosa politica che ci dona dal suo blog è uno di quei segnali veri della ricchezza di una nuova classe dirigente lungimirante, veloce, immersa lucidamente nella società.

La crescita di considerazione all’interno del partito di cui -sono certo- godranno presto anche altri giovani uomini e donne di talento, mariniani che ho imparato a conoscere durante le primarie, mi fa dire con una certa confidenza che il Pd potrà -d’ora in poi- non essere per me solo l’unica possibilità che ha l’Italia per fare di questo paese un paese più giusto e più ricco.
Ora credo che il mio Pd ideale è immaginario esperibile.

I limiti sono dettati solo dalla natura stessa del Pd, partito di massa. Un partito di massa non può essere tout court un partito ideale. Capito, allora, perché ci siamo dentro?
Per lavorarci su.

Ciao, vicepresidente. Forza!

di marco dewey

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Appello disperato a votare Marino. Lo scandalo delle candidature di Bersani.

24 Ottobre 2009, Sabato

Scalfarotto e Civati l'anno scorso (insieme anche prima di entrare nella mozione Marino)
Rispondo a Sandra, una ragazza di sinistra che mi ha lasciato un commento su Pillole di Marco Dewey. Una ragazza che probabilmente non andrà a votare alle primarie.

Sandra, cerca di capirmi. Sembra che all’esterno non ve ne rendiate conto. Allora te lo dico chiaramente. E lo dico chiaramente a tutti. Se vince Bersani faranno (faremo?) l’alleanza con l’Udc. E’ già tutto deciso. Lo hanno già ripetuto o fatto capire in mille modi.
Si andrà verso il proporzionale perché sennò non passerebbe mai a sinistra questa maledetta alleanza. Vinceremo fra tre anni -forse- se nel frattempo Berlusconi non si sarà fatto da parte, perché se e quando si farà da parte, l’Udc si alleerà con Fini e stiamo all’opposizione per vent’anni. Ma anche fosse, che vittoria sarebbe con l’Udc?

Quindi -vi prego- fate qualcosa!
Come dice anche il rimangiaparola Franceschini, che è stato eletto segretario perché ha detto si sarebbe fatto da parte senza ricandidarsi, se domenica non ci saranno tante persone a votare alle primarie, ci sarà un solo grande vincitore, uno che riderà più di tutti: Berlusconi. Io credo che anche D’Alema riderà.

Non ti pare che stiano facendo di tutto per cristallizzare i voti dei circoli? Stanno tutti tenendo un profilo basso, visto? Ma sì, non roviniamogli il giocattolo. Ci stanno provando in tutti i modi a non rivoluzionare i giochi. Ché se Marino arriva secondo, voglio vedere come Franceschini, al di là delle mie speranze, spiegherà ai suoi elettori che i suoi delegati voteranno Bersani in assemblea. Ah, già, al confronto che Franceschini e Bersani hanno voluto antidemocratico perché pubblico solo per la “wired generation”, Franceschini ha già sostenuto che per lui il primo con maggioranza relativa delle primarie sarà comunque segretario!

Io invece vorrei romperglielo quel giocattolo. Vorrei facessimo il botto, domani. Marino e i coraggiosi di livello nazionale che si sono schierati con lui lontani da ogni logica di potere e di candidatura vanno premiati col nostro voto.
Chiedo a tutti gli italiani di aiutare il Pd ad essere il Pd del Lingotto. Aiutateci a guardare a sinistra! Votate Marino.

E tu vuoi lavartene le mani? Guarda che il Pd delle speranze e degli ideali del Lingotto, quello a cui guarda Marino, ma con la forza e la chiarezza e la purezza di chi può e vuole avere un’identità riconoscibile e in cui riconoscersi appieno, dire dei sì e dei no netti contro tutti i poteri forti e con la persona sempre al centro, è anche il tuo partito! Un partito di massa, “verde”, vicino ai giovani, che si impegnerà per una nuova mobilità sociale fatta da nuovi diritti e nuove regole di accesso al lavoro, un partito che vuole tassare maggiormente le rendite finanziare e non ha paura di dirlo! Un partito che guarda al futuro, un partito che ci farà riavvicinare alla modernità europea. Modernità dei valori, della certezza della promozione del merito.

Vuoi che il Pd si autodistrugga o peggio che diventi apparato per il potere? Capisco la tua diffidenza verso il partito democratico, la capisco perché ho imparato a conoscere certe persone e il loro modo di ragionare. Ma questo non è il mondo della mozione Marino.
Abbiamo bisogno di tutti i vostri voti domani. Ebbene sì. Anche se non amate il Pd dovete turarvi il naso, perché domani si fa l’Italia dei prossimi dieci anni.
Eh sì, Sandra, questo è il momento della razionalità.

di Marco Gattafoni (aka marco dewey)

Membro non troppo indegno del Comitato Fermano Marino Segretario.

PS: La mozione Bersani non è Bersani, è il contenitore delle anime peggiori del partito, che Pierluigi non è in grado di dominare e questo lo sanno tutti. Non si è mai dimostrato un cuor di leone. Ci sarà un motivo per quelle candidature al sud Italia, che in un partito civile non sarebbero dovute esserci, no?

Un uomo forte si sarebbe dovuto opporre, no?
Qualcuno mi spieghi cosa hanno fatto Bassolino, Iervolino e Loiero per essere messi capilista. Bassolino si è addirittura rifiutato di dimettersi più e più volte su richiesta del partito. E non solo perché in odore di reato, ma per incapacità politica conclamata! E invece sarà ancora uno dei delegati nazionali assieme a quegli altri due bravi politici di Rosa Russo Iervolino e Agazio Loiero.
Queste candidature al limite della sfacciataggine vanno punite con il voto! Non possono passare in un partito che ha come mito Berlinguer. Non ci voglio credere che vinca chi passa sopra gli ideali del nostro popolo per un pugno di voti. Un pugno ben assestato di decine di migliaia di voti.

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Breve analisi dei candidati alle primarie del Pd

22 Ottobre 2009, Giovedì

Ignazio Marino
Questo post nasce come commento a un articolo di Marco Simoni, che abbozza una sua visione dei tre candidati a segretario del Pd.

Mi spiace che, nel quadro che hai fatto di Bersani, tu non abbia individuato nella questione del numero di tessere inconcepibili e nei nomi che ci propone, e di cui oramai sembra schernirsi, il grosso elemento di debolezza. Senza la credibilità dei nomi non si va da nessuna parte. E la sua mozione in tal senso oscilla fra l’inimagginabile e lo strafottente. Non puoi vincere con questi nomi e magari grazie a loro. Semplicemente non può essere!

Su Franceschini mi trovi d’accordo, tranne per quello che riguarda la Serracchiani. In un momento in cui ci saremmo aggrappati a ogni novità, Debora poteva sembrare il giusto compromesso fra irruenza, sfrontatezza e territorio, fra giovinezza e fiducia nell’apparato, così come nei film americani -nonostante settori deviati- si ha sempre fiducia negli anticorpi della democrazia americana. E questo è positivo.

L’incondizionata e non adeguatamente motivata adesione a Franceschini, il suo dirottamento alla segreteria regionale (gli eurodeputati avrebbero dovuto fare solo quello, Franceschini, no?), ma soprattutto l’assurda critica fatta a Marino riguardo il rifiuto della proposta Scalfari, ha illuminato però la sua aura di nuances grigie. Incomprensibile.

Io voto Marino non solo perché è nuovo.
E’ davvero uno di cui si può andar fieri e non solo in Italia. Uno circondato da giovani bravissimi, -questi sì- preparati e dotati di grande appeal comunicativo-mediatico come Ivan Scalfarotto, Pippo Civati e l’onorevole Sandro Gozi.
Le riforme che propone organicamente nella sua mozione non sono -poi- frutto di derive ideologiche o nate solo sulla base di spinte riformiste ecocompatibili, ma sono state valutate analiticamente insieme a un pool di economisti, alcuni dei quali stranieri.
E poi Marino è uno di sinistra, che riesce ad interpretare naturalmente bisogni di vasti strati della popolazione, eticamente parlando un berlingueriano vero.

Parlando con la gente, tutti, ma proprio tutti quelli che non lo voteranno gli imputano una certa incapacita di comunicare forza e credibilità. A questi rispondo che troppo spesso non sono riservati a Marino la stessa attenzione e gli stessi tempi. E’ trattato come uno meno dotato di autorevolezza. E lo stesso è sui giornali. C’è una netta differenza di esposizione mediatica. Tutto gli gioca contro. E vorrei tanto sapere perché.

Sappiamo che De Benedetti e Tronchetti Provera, e se non mi sbaglio anche Angelucci (editore de L’Unità), finanziano la fondazione ItalianiEuropei di D’Alema. Ma la dietrologia non è il mio forte ed è meglio pensare che a quei giornalisti non piaccia troppo Marino e la sua mozione e manifestino libertà di espressione mantenendo una certa distanza da lui se non anche dalle primarie.

Anche a molti degli iscritti e dei non iscritti che non la voteranno, ma la conoscono bene, la mozione Marino sembra bellissima. Insomma, come recita un proverbio della mia zona, Marino sembra “Lu fiju de la sora Camilla, tutti lu vole, nisciuno se lu pija”. Ma sarà davvero così?
I segnali di apprezzamento sul web e anche discutendo con gli amici li avrete visti anche voi. Io vi posso confermare che conquistare il cuore di una persona di centrosinistra colpevolmente disinformata è relativamente semplice, e se tutti quelli che l’avevano promesso si sono davvero spesi per Marino, i risultati saranno sorprendenti.

A quelli a cui il cuore non è stato ancora mosso dalla speranza chiedo: non è degno di fiducia? Avete paura della novità? A queste persone che non credono ci potrà essere mai qualcosa di nuovo e credibile, soprattutto ora, chiedo di fare una riflessione.
Abbiamo una sola forza: il voto! E il Pd è una forza necessaria, che magari -quando non vi piacerà- potrete non votare per dare un segno forte. Ma quando invece esprime delle personalità interessanti e innovative, sane, dobbiamo fare in modo che emergano, dobbiamo votare per loro!

Per una volta fate un conto dei vostri sogni, tornate a capo e mettetevi in contatto col cuore.
Il 25 ottobre facciamoci tutti un favore, andiamo a votare Ignazio Marino.

di Marco Gattafoni (aka marco dewey)
Membro indegno del Comitato Fermano Marino Segretario

PS: Qui i seggi dove si vota per le primarie il 25 ottobre in provincia di Fermo.

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Primarie del PD: la “proposta Scalfari” è solo l’ultimo tentativo di far fuori le idee innovative di Marino

16 Ottobre 2009, Venerdì

ignazio-marino
Mi prendo la briga di scrivere un articolo per esporre il mio punto di vista sulla querelle suscitata dalla proposta di Eugenio Scalfari formulata martedì 13 ottobre davanti a Serena Dandini nella trasmissione Parla con me .

Dunque, la proposta del fondatore di Repubblica era questa: che le regole stabilite dal partito democratico per l’elezione del segretario fossero stravolte a dodici giorni dal voto passando da votazione (che alla nascita del partito si è voluta) proporzionale a votazione maggioritaria.

Tutta la faccenda aveva dell’assurdo.
Sinceramente mi sembrava inconcepibile anche solo che Bersani e Franceschini si fossero detti disponibili a tutto ciò prima di un confronto privato con Marino.

La cosa peggiore che sarebbe potuta succedere lunedì 26 ottobre era svegliarsi in un Pd retto da una mozione di minoranza. Quindi, per motivi futili come “gli elettori non capirebbero”, si sarebbero generate delle paure, che di per sé non hanno niente di democratico.
Alcuni elettori si sarebbero sentiti costretti a un voto utile per i due che -secondo la vulgata informativa- avrebbero avuto più chances di vittoria, perché in un confronto a tre può succedere che tu non abbia in mente solo chi vuoi disperatamente, ma anche chi non vuoi assolutissimamente.

Io non credo che Marino abbia meno chances degli altri, visto che rappresenta il completamente nuovo vs l’usato, ma -dato che è considerato come tale- questa nuova ipotesi maggioritaria avrebbe potuto forzare persino un mio ripensamento. Saremmo potuti arrivare al punto che anche io, che mi sono battuto per Marino e ho raccontato le sue infinite speranze nelle primarie di vari circoli, avrei potuto farci un pensierino.
Lo so che non si voterà solo per il segretario, lo so che si voterà per le persone che saranno il partito a livello nazionale e regionale, ma io comunque sarei stato costretto a pesare la cosa per me più importante: che Bersani non avesse vinto o che le magnifiche idee innovative e coraggiose di Marino fossero entrate a pieno titolo nel programma del Pd? In altre parole, mi sarebbe toccato forse votare Franceschini?

Col regolamento attuale, invece, non credo Ignazio Marino abbia meno chances, perché tutto è possibile in un voto libero dai condizionamenti vari, che nelle votazioni degli iscritti evidentemente ci sono stati, soprattutto nel sud. Cito il sempre lucido Ivan Scalfarotto: “non si spiegherebbe sennò come un candidato innovativo come Ignazio Marino possa arrivare facilmente al 34% dei voti nel centro di Milano, mentre a Torremaggiore, in provincia di Foggia, su 312 votanti 305 abbiano scelto Bersani, con una percentuale che avrebbe fatto invidia all’Honecker dei tempi migliori”.

Una cosa è sicura: la visione che hanno del partito le due mozioni Franceschini e Marino è affine. E’ vero, Franceschini nelle ultime settimane sembra abbia attinto a piene mani dal programma di Marino e Marino pensa invece che Franceschini non abbia abbastanza libertà e coraggio di portare avanti quelle battaglie, che sia troppo compromesso dai troppi anni di frequentazione col potere e anche che non avrebbe la forza e la voglia di rifiutare un’alleanza nazionale con l’Udc, ma -detto questo- vogliono un Pd sostanzialmente diverso da quello della mozione Bersani, vogliono il partito del Lingotto, ma con identità più definita (Marino docet anche qui) e una forte tensione per il rinnovamento della nostra classe politica.
In tutta sincerità credo che, assoluta freschezza della mozione Marino, enorme importanza da questa attribuita alla ricerca, ai diritti civili e all’ecocompatibilità dello sviluppo, e personalità ingombranti della mozione Franceschini a parte (lo so che non è poco), le due mozioni si dividano un certo elettorato molto contrario a quelli che, D’Alema per primo, hanno spinto davvero all’eccesso i toni contro Veltroni, e mozione di Bersani alla mano, favoriranno nei fatti un partito controllabile, gestibile dalle correnti.
Questa divisione dell’elettorato pro o contro i bersaniani potrebbe portare una vittoria relativa della mozione Bersani, ma appunto non il suo raggiungimento del 50%, su cui non scommetterei mai.

Personalmente spero tanto che i delegati di Marino e Franceschini, tenendo conto anche di quanto dichiarato da Marino al grande Alessandro Gilioli, all’indomani delle primarie, arriveranno ad un programma condiviso decidendo di appoggiare la candidatura di chi ha preso più voti il 25 ottobre.

Alla luce del ragionamento di cui sopra, con le regole attuali potrebbe avverarsi quindi il mio sogno di non avere il candida-candidati-improbabili-Bersani come segretario.
Qualcuno mi dica perché il 26 ottobre – anche secondo Franceschini – io mi sarei dovuto magari accontentare di quella minoranza che vuole il ritorno al proporzionale, abbellito da un sicuro accordo con l’UDC (Bersani dice da un pezzo che vorrà costruire un’alleanza con tutti quelli che vogliono contrastare Berlusconi, Storace escluso),  una minoranza che vuole un partito chiuso, controllabile con il gioco delle tessere, che accetta che abbiano ancora posizioni di rilievo D’Alema, il pizzinaro Latorre, e ripropone addirittura capilista (!!!) come Bassolino, la Iervolino e Agazio Loiero e come numero due ha Enrico Letta, che ha votato, con il Pdl, a favore del ddl 1369, quel disegno di legge che avrebbe voluto bloccare in extremis la decisione del Tar su Eluana Englaro.

Per fortuna le norme attuali recitano a ragione che dovrà essere la maggioranza assoluta dei mille delegati nazionali che eleggeremo il 25 ottobre a decidere il segretario, sennò il rischio di finire in quelle mani sarebbe serio. Non sarebbe la fine del Pd, ma conquistare nuovi consensi dovendo giustificare queste scelte sarebbe arduo da quel momento in avanti.

A Franceschini e a Debora Serracchiani, che a tutt’oggi spalleggiano quest’idea balzana di Scalfari, uno che non ha quasi mai considerato nemmeno citabile Ignazio Marino, vorrei dire che mi sono entrambi scaduti tantissimo.

E voi? Cosa ne pensate?

di marco gattafoni (aka marco dewey)

membro indegno del magnifico Comitato Fermano Marino Segretario, composto da persone che hanno la mia più totale fiducia come esseri umani prima che come politici.

PS: Fantastica ieri ad Annozero la mariniana(?) Giulia Innocenzi. Bella la forza che ha messo nel porre in evidenza la gravità dell’immediata adesione di Bersani all’invito di Scalfari.
Ragazzi, si può e si deve fare! Cambiamolo questo Pd, facciamolo diventare quello che ho sempre sognato.
Eh sì, io i vostri sogni mica li conosco.

Fate girare se credete.

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Libertà e potere in politica. Il ruolo dell’intellettuale.

4 Ottobre 2009, Domenica

pasolini e mastroianni
Ogni elemento dal rimosso sembra concorrere involontariamente al nostro essere attuale.

C’è chi impegna una vita per essere qualcuno e noi non gli possiamo mica imputare debolezze umane e ipocrisie.
Non che non possiamo pensare che questi schiavi dei propri sogni siano – ad esempio, a volte – ipocriti. E’ che proprio non possiamo dirlo in pubblico, nemmeno quando molto selezionato, nemmeno girandoci attorno.
Neppure gli illuminati potrebbero farlo. Ci sono delle precise regole sociali che lo impediscono, soprattutto quando vivi una realtà associativa che è fatta di amicizie, legami, scopi più o meno comuni: persino nemmeno quando certi scopi ti possono sembrare più lontani e più difficili da raggiungere se tutti decidiamo di ammettere queste ipocrisie, che poi non sono altro che cattive pratiche a detrimento della società e dell’associazione stessa, nel mio particolare caso perché decisamente contrarie a quelli che sono i suoi fini.

L’intellettuale però ha dei compiti precipui. Deve cercare di cambiare la società nel senso che gli mostra la sua coscienza.
Quello che non deve mai fare è soffocare il proprio istinto critico in base a delle convenzioni che sono fatte proprie dalla grande maggioranza dei pares.
Il delitto che non deve mai commettere è soffocare il proprio istinto critico per raggiungere una posizione, nemmeno quando da quella posizione sembrerebbe poter influire ancora di più sulla società.

La corruzione dell’ethos pubblico e le scorrettezze per il potere sono attimi, una volta esperiti diventano luoghi dell’anima e da sottili diventano facilmente brecce; in giro mi accorgo che si è tentati spesso di autolegittimarli con scuse improbabili e non pertinenti, schegge di egocentrismo irrazionale.

Dobbiamo rifuggire da queste scuse, dobbiamo smetterla di tollerare l’intollerabile, ed essere pronti a vivere l’esclusione, perché le buone pratiche sono virulente, contagiano il mondo, e non dovremmo rinunciare mai a lottare per la loro attuazione solo per seguire logiche del “volemose bbene” o di buona creanza a tutti i costi.

Ben altra cosa è l’opportunità di manifestazioni esterne all’associazione, che – sempre nel mio caso – essendo molto più importante del sottoscritto, sono da censurare quasi sempre, soprattutto quando ispirate dalla vanità oppure poco lungimiranti.

Gli intellettuali lottano ogni giorno con la prassi umana più quotidiana di tutte, gli intellettuali quando rimangono tali dovrebbero lottare contro quell’istinto di sopravvivenza di secondo livello conosciuto col nome di “potere“. Non dovrebbero aver paura di non ottenerne alcuno.

Questa credo sia condizione necessaria alla libertà di giudizio e alla freschezza di pensiero e credo anche che un lavoro, una professione o un’idea concreta di futuro lontani dalle tentazioni del potere aiutino la libertà di azione.

I politici, che al potere sono costretti a dare del tu, dovrebbero sentire in loro la tensione dell’intellettuale, farla propria, lottare contro i propri istinti umani, perché la maniera in cui è promossa una rivoluzione etica, un nuovo sistema politico, una nuova società è fondante tanto quanto il sistema e gli esiti che ci si propone.

Io scelgo e invito a scegliere Ignazio Marino il 25 ottobre.

di marco dewey (marco gattafoni)

P.S.: Dopo ieri pomeriggio sento ancor più mio il motto del cardinal Martini, pro veritate adversa diligere.

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Troppi tre fra me, il Pd, la Festa Pesaro e David Sassoli

8 Settembre 2009, Martedì

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Inizio con lo scusarmi per la mia imperdonabile assenza di tre mesi tre!
Non ci sarebbero scusanti, ma provo ad azzardare: problemi con la casa, un matrimonio in famiglia, il lavoro devastante che risucchia energie, tempo e consuma la mia schiena, e un perfezionismo da quattro soldi che blocca certi miei articoli impossibili.
So che suona più o meno come “le cavallette!”, ma tant’è.

Ricomincio a  scrivere oggi perché oggi sono davvero contento che stiamo giungendo a grandi passi ai congressi di circolo del PD.

Spero arriveremo con tutti e tre i candidati alle primarie per l’elezione del segretario. Lo spero per il bene di tutti i democratici, perché tutte le posizioni saranno fondamentali per accrescere anche all’esterno un senso di appartenenza a questo partito, che è grande, vario, ancora pieno – sì – di vaghe incongruità da partito di massa e di infiltrati da “vecchio regime”, di gente che risponderà solo ad esigenze personali, ma che resta e resterà sempre il mio sogno, l’unica e ultima vera speranza che ha l’Italia per salvarsi dal saccheggio arido di questi plutocrati senza coscienza che ci governano; è proprio per questo che molti di noi lotteranno da dentro per smascherare gli arrivisti, mortificare gli ipocriti e non far accedere a posizioni di responsabilità i mediocri. E’ tutto nuovo e le logiche di potere devono restare fuori. Le energie e la coscienza di ognuno degli iscritti è fondamentale. Attiviamole.

La via generale dovrà necessariamente essere affidata alla massima “i panni sporchi si lavano in casa”, tuttavia, visto che a volte non si tratta di panni sporchi, ma solo di piccole mancanze, e che in fase precongressuale tutto deve avere il sapore dello stimolo a pratiche nuove, sento l’esigenza di raccontarvi tutta la mia delusione di una notte di fine estate.

L’altra sera ero a Pesaro. All’interno di uno spazio di discussione della splendida Festa Pesaro, simpatica (o mediocre?) soluzione per eliminare alla base il microconflitto per la scelta del nuovo nome della festa dell’Unità, ho assistito a un dibattito diretto da Maurizio Mannoni fra l’europarlamentare pd David Sassoli e il ministro per l’Europa Andrea Ronchi (Pdl, ma ragiona da An).

Faccio ancora fatica a dover ricordare la brutta impressione che mi ha dato il nostro.
All’inizio del dibattito si era presentato raccontando il dramma della scelta. Tre giorni prima di scegliere di lasciare il TG1 e accettare l’offerta di candidarsi ad europarlamentare del PD, tre giorni prima di accettare per il bene del paese.

Ecco, David, io ti ho votato, visto che sono di Porto San Giorgio, indi per cui appartenente alla circoscrizione Centro, tuttavia in quei tre giorni avresti dovuto riflettere sulle tue reali capacità retorico-argomentative e ripensare il tuo impegno.
Ti avevo già ascoltato a Ballarò nella tua prima uscita televisiva in questa nuova veste e avevo attribuito all’emozione la tua incapacità a ribattere adeguatamente.
Sabato sera la storia si è ripetuta. Sei decisamente lento, poco convincente e tanto meno colorato nella maniera di esporre e inoltre non riesci a rispondere alle sparate assurde della concorrenza; sembri quasi accettare l’argomento finale a cui ti porta l’avversario del momento (prendere appunti aiuterebbe!).
In tutta sincerità, considerati debolezze e vaccate su cui questo governo può essere attaccato, un giornalista regolare su cui contare come Mannoni, tutte le menti politiche su cui potrebbe fare affidamento il partito democratico e il momento che sta affrontando l’Italia, una figura come quella di sabato è inaccettabile.

Sicuramente sarai una persona deliziosa e capacissima in altri ambiti, magari le politiche europee, piena di grandi ideali e oltremodo onesta, ma se per senso di responsabilità non riterrai di migliorare la tua dialettica nei prossimi mesi, magari con un coach, spero prenderai in considerazione la possibilità di declinare i prossimi inviti a confronti politici pubblici e limitarti a lavorare a buone leggi per l’Europa.

Fallo per il bene del Paese.

di marco dewey

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La “Conferenza stampa” in Rai di Berlusconi per le elezioni europee 2009 sancisce la totale inadeguatezza delle regole che dovrebbero disciplinare il sistema informativo italiano

7 Giugno 2009, Domenica

Dear_Berlusconi
Conferenza stampa
della Rai, venerdì 5 giugno, ultimo giorno della campagna elettorale 2009 per le elezioni amministrative e al Parlamento europeo.

Silvio Berlusconi si trova a dover fronteggiare le domande “scomode” di tre giornalisti che fanno “onore” alla loro professione: Roberto Arditti, direttore de Il Tempo, foglio della destra più conservatrice da sempre, già autore di Porta a Porta e già portavoce del Ministro dell’Interno Claudio Scajola nei governi Berlusconi II e III; Giovanni Morandi, direttore de Il Giorno, quotidiano molto conservatore, al pari dei “fratelli” Il Resto del Carlino e La Nazione, quotidiani con i quali dà vita alla rete QN; Francesco Verderami, giornalista de Il Corriere della sera, il giornale più venduto in Italia e anche quello più controllato dai padroni d’Italia.

Visto che non potevamo aspettarci nient’altro che inchini e sorrisoni, rassicurazioni e concessioni dalla conduttrice Giuliana Del Bufalo, direttrice di Rai Parlamento, amica politica di Craxi e per proprietà transitiva anche dei suoi amici più potenti – l’altro giorno con Franceschini sembrava avesse avuto qualcosa su per il colon, tanto era infastidita dalle sue parole -,  l’unica speranza rimastaci era affidata all’ultimo barlume di onore sopravvissuto in qualche angolo remoto del Corriere della sera.

Quel Verderami lì il 5 giugno 2009 portava con sé le speranze della stampa libera, del giornalismo degno di questo nome, del giornalismo che dovrebbe pungere il potere, scoprirne le malefatte e svelarle a tutto il popolo, giornalismo professione portatrice di verità e progresso civile.
Ecco, Verderami, cosciente della valenza, della dimensione del suo ruolo, prende in mano le redini della storia di questo nobile mestiere e assumendo su di sé l’eredità morale affidatagli da Indro Montanelli e Enzo Biagi, Walter Tobagi e Peppino Impastato, decide di farsi portavoce del tam tam mediatico mondiale.
Lui quella domanda può farla. Lui, quel 5 di giugno del 2009 ore 21 e 45 circa, può interrogare il nostro leader – sbugiardato e ridicolizzato assieme al popolo che l’ha eletto dai giornali di mezzo mondo – e inchiodarlo di fronte all’enorme mole di contraddizioni riguardanti la conoscenza di una diciassettenne, la sua frequentazione privata, lontano dagli occhi dei genitori, all’interno di un contesto dominato dal potere economico e politico di un anziano impotente (che definisce cattolici veri solo quelli di centrodestra durante il Family day del 12 maggio 2007) circondato da belle donne seminude che si aspettano e ottengono da lui ricompense di ogni tipo.
Belle donne, escort, donne che si vendono. Questo sono.

E il nostro imperatore a quella domanda non può svicolare. E’ in diretta nazionale! Non siamo più sudditi! Abbiamo in mano le chiavi per scardinare il castello di bugie costruito per mettere a tacere uno scandalo che farebbe rivoltare qualsiasi altra nazione semi-democratica! Vai, Verderami!

Queste, alfine, le sue parole (vado a memoria): “Riguardo il caso Noemi Letizia, alcune sue versioni sono apparse “non veritiere”, non crede che questo possa minare il suo rapporto speciale, particolare con gli italiani?”.
Berlusconi: “Non è vero. Mi sono state attribuite frasi che non ho detto (che Letizia fosse autista di Craxi, ndr)… etc. etc.”.
E lui, Francesco Verderami, ora che ha la possibilità di mettere fine a questo trionfo di ipocrisia, di puntare il dito contro il potere più infame, quello fondato sulle menzogne ripetute ad libitum senza paura di contraccolpi politici, ora che può diventare qualcuno agli occhi della storia, cosa fa?
Noi speriamo in un “Lei mente! Mente continuamente! Molti colleghi l’hanno sentita dirlo da Varsavia. Mente di fronte agli italiani chiamati a votarla domani! Mette in dubbio la parola di tutte quelle persone, colleghi stimatissimi?! Cos’erano, in preda ad un’allucinazione collettiva? Erano comunisti? Tutti comunisti quelli che non ripetono quello che vuole lei e le sue televisioni di partito?!”

Purtroppo niente di tutto questo. Il furbo Verderami condanna lui e Il Corriere della sera all’ignominia perpetua, servendo a Silvio l’assist per ripetere di nuovo quanto gli vogliamo bene: “Ma no (tranquillizzante), io le chiedevo se queste polemiche non potevano minare il rapporto di fiducia che ha con gli italiani…”

Questo ahinoi è il Corriere della Sera oggi. Questa è la fotografia esatta di come siamo messi! Rendiamoci conto: l’ultima immagine che Berlusconi dà al paese del suo operato di questo anno, di questi ultimi otto anni, è un lungo monologo di bugie, intervallato da spunti gentilmenti forniti da giornalisti sempre silenti nei momenti che contano, chiamati indecorosamente a fare da spalle moralmente annuenti.

Non è democrazia questa. Una democrazia ridotta, violata, non è democrazia!

di marco dewey (votante PD)

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Il cancro della democrazia italiana

5 Giugno 2009, Venerdì

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Le schiene “piegate” dei giornalisti sono il cancro della nostra democrazia.
Tutta colpa nostra, però.
Gli italiani, come popolo, sono incapaci all’indignazione.

Così come, pur mentendo alla luce del sole e ripetutamente, senza riguardo alcuno e in tutti campi del punibile (politicamente parlando e non), sappiamo già che Berlusconi vincerà le elezioni, giornalisti come Massimo Franco, Antonio Polito, Pierluigi Battista, tutti assolutamente intollerabili in questa due giorni e Ferruccio De Bortoli, vergognoso nella famosa puntata di Porta a Porta “Adesso parlo io”, sanno già di potersi permettere di omettere, ignorare, volgere lo sguardo, usare due pesi e due misure con Pd e Pdl.

“Perché tanto – penseranno – a della gentaglia imbelle o fessa, inerte o profittatrice come l’italica progenie vuoi che gliene freghi qualcosa? E poi c’è la propaganda che correrà sempre in nostro soccorso e difenderà questo nostro comportamento. Ché se uno solo proverà, per esempio, ad alzare una corda vocale contro l’onestà intellettuale dei giornalisti del Corriere della sera in un dibattito televisivo – laddove conta – è subito pronta la muta di cani del premier”. Questo credo sinceramente pensino.
Credo si sentano protetti dal sistema che hanno contribuito a creare con le loro parole mediate dalla paura.
Ma, chissà, forse sono ingeneroso.

In realtà bisogna pur capire che questi qui tengono famiglia. Conoscendo loro molto bene il potere e la natura sanguigna, vendicativa dell’imperatore e i numerosi legami affaristico-clientelari che hanno con lui i propri datori di lavoro, avranno ben parlato in casa con la moglie, e con la scusa del futuro delle figlie…
Se non fosse che le loro scelte coinvolgono anche la propria famiglia, loro sicuramente si ergerebbero a paladini della verità, censori del ridicolo, avversari dell’indegno, ma così come sono messi non possono certo compromettere degli innocenti, una moglie, i figli. No. Così proprio non se la sentono. Ed è anche giusto, vista l’antifona.
Noi – come popolo – nemmeno capiremmo.

Una mia amica straniera sposata con un italiano una volta mi ha detto: qui non avete ben chiara la differenza fra valore e prezzo.
E’ vero. Il valore e i valori sono rimpiazzati dalla convenienza momentanea, che pensiamo capitalizzabile.
Quello che non sappiamo è che non sarà mai in grado di riacquistare, di sostituire pienamente quei valori lasciati per strada, la felicità, la tranquillità che ci regalano ogni giorno.

Nel bel paese in pochi ci arrivano. La gran parte di noi sente che qualcosa non va nella propria vita, prova disagio per certe scelte (che sa) di comodo, e allora preferisce non affrontare certe questioni, oppure deviarle, modificarle, renderle gestibili dalla propria coscienza (“ma se fanno tutti così io che sono il più stupido?”, “guarda che da solo non cambi il sistema”, “non mi parlare di politica ché i politici sono tutti uguali” e così via).

La risposta sarebbe nell’educazione al piacere del civismo, dell’onestà, della verità, all’amore per il proprio paese e per coloro che lo abitano, che è altra cosa dal nazionalismo.
Tuttavia l’educazione può poco senza esempi positivi che funzionino da rinforzo ed esempi incredibilmente negativi che vengono puniti per il loro comportamento civicamente deviante: visto che oggi, Italia 2009, non possiamo aspettarci nulla di tutto questo, siamo punto e a capo.
E allora rimane solo la speranza di un cambiamento. Ideali diversi che disegnino un potere diverso. Per questo è importante occuparsi del futuro. Per questo è importante fare politica.

Dei dipendenti di vario tipo di Berlusconi oggi non parlo, tanto è chiara la loro deferenza di principio al Multi-Verbo (altrimenti detto Doppia-Versione), il potere speciale del premier per coglionare gli idioti.

* * * *

Visto che siamo alla vigilia, ci tengo ad augurare un buon voto a tutti.
Io voto Pd, ancora molto convinto dal progetto e dall’amore per tutti voi.
E ovviamente per Cesetti presidente della provincia di Fermo.

Se il centrosinistra proprio non dovesse fare per voi, invito a votare Massucci, politico e persona coerente e molto più onesta di Basso e di Di Ruscio. Cui prodest una destra affaristica in provincia se non ad imprenditori pronti a tutto? Appartenete voi alla categoria “imprenditori pronti a fare carte false”? No?! Allora sapete per chi non votare, e non è poco.

Se dovessi scegliere di essere sconfitto, meglio un medico cattolico molto alla mano che uno che crede nella reincarnazione (Basso), e decisamente meglio del sindaco di Fermo (“ma io pozzo votà Di Ruscio? Lu conoscio da quann’era fricu. Guarda, lascemo pèrde, ahah”).
Coraggio Sadurnino, sappiamo che brillare per autorevolezza non è il tuo forte.
Vabbè, dai, diamo a Di Ruscio quel che è di Di Ruscio. Ecco qui i frutti tangibili della tua vigorosa azione di governo della città di Fermo.
Che i “fermani” abbiano pietà di loro.

Salut.

di marco dewey

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Primarie del centrosinistra per il presidente alla provincia di Fermo. Cesetti o Offidani?

7 Marzo 2009, Sabato


Chi vi scrive conosce meno che sommariamente la storia e le convinzioni politiche di Fabrizio Cesetti (sostenuto da Verdi, Rifondazione Comunista, Comunisti Italiani, Sinistra Democratica) e Renzo Offidani (Pd), i due contendenti alle primarie di domenica 8 marzo per designare il candidato presidente alla provincia di Fermo per il centrosinistra.

Questo mio outing era necessario a giustificare i giudizi incerti e senz’altro discutibili che elargirò di qui a breve.
Discutibili perché parziali e perché si posano volutamente su basi instabili.
L’ignoranza – lungi dall’essere considerata un vanto – può risultare condizione privilegiata quando il tuo scopo è valutare con spirito vergine e sgombro da preconcetti un confronto fra due sfidanti che hanno idee simili ed entrambe rispettabili.
Scrivere del formarsi di una scelta senza suggestioni pregresse non mi pare esercizio privo di interesse. Per una volta voglio vedere cosa si prova.

Ieri, appena arrivo alla Sala dei ritratti di Fermo, luogo dell’ultimo confronto prima del voto, capisco che i miei buoni propositi di straniamento saranno molto più complicati di quanto avessi in mente.
Parlo col mondo e mi capita di avere ben chiaro il polso della situazione. So chi vincerebbe e in che modo se ci fosse un seggio lì fuori (e un po’ mi scoccia non rivelarlo, ma vorrei elaborare solo impressioni eminentemente personali, tentando di escludere le altre influenze).
Il malumore comunque serpeggia. Per quello che poteva essere e non è stato, per un Cesaroni – sconfitto alle primarie interne al Pd – che non è stato compreso appieno dal territorio, per alcune risposte poco pertinenti, non di rado ricondotte ai rispettivi punti di forza: per Offidani l’argomento mobilità, di cui si è occupato a lungo, e la capacità di dialogo con i comuni; per l’avvocato Cesetti quello di essere stato uno degli artefici in Parlamento della 147/2004, legge istitutiva della provincia fermana.

E’ la prima volta che li sento parlare. Nessuno dei due incarna esattamente il politico che tutti noi vorremmo come nostro rappresentante. Tutti noi – spero – lo desideriamo in grado di evocare onestà e indifferenza al potere e al denaro, un certo eclettismo nelle competenze, disponibilità, serenità, sicurezza, modestia, e se possibile anche dalla retorica varia, capace di dominare tutti i registri e affascinare il pubblico con un’idea credibile di gestione. Che sia abile a farci credere al suo progetto, al suo sogno. E poi bravo a realizzarlo.

Io di sogni ieri sera non ne ho sentito nemmeno l’odore. Sarà per i limiti dell’istituzione Provincia, sarà per il pragmatismo e il fair-play anche retorico dei due, sarà che non ne sono stati capaci: sinceramente non l’ho capito il perché.

Hanno persino sprecato miseramente l’ultima domanda, che poteva dare il LA a un discorso ampio sul modello di società per cui si sarebbero battuti fossero diventati presidenti.
La signora che ha porto la questione voleva si facesse riferimento in particolare a giovani, anziani e sanità e non voleva si descrivessero necessariamente le politiche da attuare, ma l’idea di società che doveva fare da collante. Insomma, la domanda che ogni politico vorrebbe gli venisse rivolta una volta nella vita.
Ora, non è che le risposte fossero particolarmente sgraziate o non condivisibili. E’ che quando senti che chi ti rappresenta e si è preparato per una campagna elettorale non ti fa venir dannatamente voglia di averlo come tuo presidente dopo una domanda del genere, c’è qualcosa che non va.

E poi, di primo acchito, di tutte quelle caratteristiche del politico ideale di cui parlavo sopra, a entrambi sembra mancarne qualcuna.
Per intenderci, Cesetti sembra un politico che le ha viste tutte, di quelli che hanno capito come ci si muove in quel mondo, un politico che abbiamo frequentato molto nel nostro immaginario. Non sembra alla mano, non sembra modesto, e sembra particolarmente monocorde.
Offidani sembra arrabbiato con qualcosa, con qualcuno, con una situazione che si sta venendo a creare forse, o forse è il suo normale modo di fare. E’ partito calmo e ci tiene a far sapere che lui (attualmente assessore provinciale al Bilancio, Finanze, Infrastrutture per la Mobilità, Viabilità, Progetti Settore calzaturiero, Problematiche connesse all’istituzione della Provincia del Fermano), crede “che ci sia bisogno – in questo momento di crisi – di chi ha acquisito una conoscenza della macchina amministrativa, delle conoscenze, dei rapporti con le amministrazioni”. Crede profondamente nel confronto con tutti i comuni e nel dialogo. E alla domanda sulla legalità del moderatore Andrea Braconi si batte come un leone: “Ho improntato tutta la mia attività politica al rispetto per le norme, per la legalità. Non ho mai manovrato pacchetti di tessere, mai utilizzato gli incarichi per assunzioni di amici e parenti. E non ho mai avuto terreni che potevano rientrare nei piani regolatori”.
E inoltre si dice anche pronto a fare della provincia fermana un esempio di moralità.

Cesetti propone una struttura della provincia snella e con pochi dirigenti. Vuole ripensare al modello di formazione e al contrario di Offidani non vuole nemmeno dialogare con Spacca sui due progetti possibili per la riconversione dell’ex Sadam (centrale a biomasse della PowerCrop o raffinazione del silicio per componenti fotovoltaici della Ned). Il suo è un no netto ad entrambe le soluzioni.

Appare chiaro che Offidani ritenga nel profondo di essere la persona giusta per quel posto. E sono sicuro che lo farebbe bene. Penso però anche che creda di essere al centro di una situazione strana con l’Idv di mezzo. L’Idv non ha fatto mistero di preferirgli Cesetti e l’eventualità che l’elettorato democratico ne venga a conoscenza sembra dispiacerlo sopra ogni altra cosa. E’ questione che, nonostante i proclami di ottimismo, sembra renderlo insicuro riguardo la vittoria.
Il suo “io vorrei che ora si astenessero (i dirigenti Idv, ndr) dal sostenere l’uno o l’altro candidato” vale più di mille comunicati da parte dell’Italia dei valori.
Come controprova della situazione in atto possiamo citare Cesetti: “Io chiedo agli uomini e alle donne dell’Idv di partecipare alle primarie. Che si esprimano per designare il loro candidato”.

Istintivamente sto con l’uomo onesto di partito e di fatica sui numeri Offidani.
La paura sull’esito della discussione di Offidani con Spacca sulle centrali, l’annunciata riduzione dei dirigenti della Provincia, l’accordo certo con l’Idv e soprattutto la maturità del nocciolo duro del Pd mi fa dire Cesetti.

Per chi, avendo letto per sommi capi l’articolo, avesse paura che sia passato dall’altra parte, dalla parte di Basso o di Di Ruscio, sappia che non c’è pericolo. Un abisso divide i nostri mondi.
Non per ultimo un diverso rispetto per le decisioni dei nostri elettori. Un diverso rispetto per la democrazia.
Non saranno delle primarie, ma degli accordi sottobanco a decidere il loro candidato.

Per cui invito tutti i votanti del centrosinistra a partecipare a queste primarie.
Per dare forza politica al nostro futuro candidato e a questo bell’esempio di democrazia.

di marco dewey

A Porto San Giorgio il seggio è in via Oberdan, nella Sala Imperatori.
Per informazioni sugli altri comuni cliccate qui.

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Finalmente Eluana è morta, libera dalle parole di Berlusconi, che sabato passando sul suo corpo insulta Beppino Englaro e la Costituzione.

9 Febbraio 2009, Lunedì


Eluana finalmente libera dal suo corpo.
Ora ci toccherà assistere a questi supremi difensori della vita che ci faranno la morale. Non importa.
Il mondo ci guarda e ha pietà di noi per tutto il populismo e l’ingerenza del Vaticano che opprimono da troppo il nostro miserabile paese.

Berlusconi sabato ha sfruttato questa tragedia per della bassa politicaccia. Lo stesso schifoso sciacallaggio a cui assisteremo in questi giorni.

Quando Berlusconi si permette di dire: “A me pare solo che [Beppino Englaro (ndr)] si voglia togliere di mezzo una scomodità”, questo non è il suo solito spostamento di attenzione dalle magagne economiche, o dalla prossima ignobile legge sulle intercettazioni.
E’ un insulto a un padre, un’illazione intollerabile, uno sfregio a un uomo talmente corretto da non aver mai sfruttato – per rendere giustizia alla verità di questi diciassette anni – l’attuale immagine di Eluana, non certo più quella che conosciamo tutti di splendida ragazza nel fiore dei suoi ventuno anni; un uomo che per principio si impone di non fare una cosa che non ritiene giusta anche se probabilmente è conveniente, spendibile: un homo non meramente economicus, insomma, un personaggio inconcepibile per il Silvio.

In merito poi al decreto legge non controfirmato da Napolitano per tornare ad alimentare Eluana, decreto che avrebbe inibito varie decisioni della ancora libera magistratura, Berlusconi sabato ha anche sostenuto che una modifica della Costituzione (nel senso di un maggiore potere al presidente del consiglio) “è necessaria perché è una legge fatta molti anni fa sotto l’influsso di una fine di una dittatura e con la presenza al tavolo di forze ideologizzate che hanno guardato alla Costituzione russa come un modello”. Certo, e le componenti cristiana e liberale facevano numero.

Non bastasse, sempre sfruttando il caso Eluana Englaro, ancora in Sardegna afferma: “Sono due culture che si confrontano, da un lato la cultura della libertà e della vita, dall’altro quello dello statalismo e della morte. [...] Noi siamo per la cultura della vita”. Gli altri sono dei vetero comunisti tipo DDR che uccidono i loro vecchi e i loro malati quando questi danno loro fastidio, sembra dire.

Credo che la ragione di queste scandalose invettive fosse che, visto che oggi o nei prossimi giorni Eluana sarebbe morta, il moto di emozione e retorica del cinismo avrebbe catturato i consensi dell’elettorato cattolico meno consapevole.
Ora, sposterà consensi in Sardegna in vista della prossima tornata elettorale? Sarà stato per munirsi di una scusa per mettere mano a certe prerogative del Colle? A proposito, prima si pone al di fuori della legge in molti modi nei vari anni del suo potentato, ora si vuole (auto)conferire maggiori poteri. Un bel percorso.

Allora, dicevo, quale che sia la vera ragione di questa blitzkrieg, quel che è certo è che anche solo guardando con occhio vergine ai fatti che vengono fuori dalla tv, osservandoli solo per quanto riguarda il primo livello delle cose, come se non esistessero ragioni nascoste, il suo comportamento ha dell’incredibile. La cosa grave non è che abbia ceduto alle pressioni del Vaticano o che B creda che sia, politicamente parlando, una bella mossa.
L’assurdo è che abbia perseguito certi scopi usando degli insulti a un padre, alla carta costituzionale e alla maggioranza degli italiani, che secondo lui apparterrebbe alla cultura della morte.
Frasi che se non le avesse pronunciate proprio lui, così in grado di muovere i fili dell’informazione per placare, sviare, minimizzare, sarebbero frasi da suicidio politico.

Sabato siamo tornati al Berlusconi da battaglia, da campagna elettorale, quello senza scrupoli, quello che ha imparato a solleticare le paure più intime dell’ignoranza umana, quello che passa sopra il dolore di un padre che vede violentare il corpo della figlia da diciassette anni, sopra il giudizio infimo e scontato che gli riserverà la storia umana, sopra l’odio che una metà di paese non può altro che provare per lui.

A Berlusconi dico che c’è un limite all’ignoranza degli italiani.
E poi stavolta B ha toccato un tasto che non c’entra con la consapevolezza. Ha a che fare con l’empatia.
E empaticamente gli italiani stanno con Beppino Englaro.
Un padre.

E anche se siete fra quelli che – al contrario della giustizia italiana – non credono che lei gli abbia espresso chiaramente il suo punto di vista in situazioni limite come quella, un padre in certi casi sa cosa è meglio per la figlia. Questo gli italiani lo sanno.

Finalmente lo spirito di Eluana è libero.
Se solo sapesse quali e quanti avvoltoi si sono avventati sul suo corpo, certo non riposerebbe in pace.

A noi che non crediamo all’anima spiace un’altra cosa.
Io desidererei che da morto il mio pensiero venisse rispettato fino in fondo.
A me non cambierà nulla se mi faranno un funerale triste o cattolico, ma io vorrei una bella festa molto laica.
Se arriverò a punti simili a quello di Eluana, senza possibilità di risveglio fra i vivi di mente, io non vorrei altro che la mia libertà di morire. Per me e per la mia famiglia.
Se me lo impedissero, pur da incosciente il mio spirito sarebbe imprigionato.
Vivevo il dramma della famiglia Englaro come un mio dramma. Ora che Eluana è morta devo ammettere che mi sento più libero.

Chiudo con una curiosità sullo spirito dei tempi che corrono.
Stamane mi sveglio con Bruno (in cerca di “credibilità” politica) Mobrici, che a Uno Mattina chiede al rabbino capo di Roma se dopo la morte di Eluana l’Italia sarà un paese migliore.
Noi non sapremmo cosa rispondere. Di sicuro lo sarebbe se non esistessero giornalisti che fanno domande tendenziose e non molto congruenti come Mobrici.

di marco dewey

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Il cittadino Tabucchi ad Annozero ci regala un po’ di libertà e verità sulla necessità delle intercettazioni (ovvero Genchi uno di noi)

6 Febbraio 2009, Venerdì


Un grazie a Santoro per la sua trasmissione. Ultimo spazio in cui viene fuori esattamente la vera natura degli ospiti.

Si parla di intercettazioni. Quanto cambierà dalla legge che sta per essere approvata in Parlamento: l’avvocato e consigliere giuridico di Berlusconi, il parlamentare Niccolò Ghedini, e Marco Travaglio a difendere idee opposte. Secondo il primo: cambierà poco ma in senso garantista. Secondo Travaglio verrà trionfalmente scolvolto il più grande strumento che ha la magistratura per indagare e quindi reprimere i reati e inoltre verrà vessato il mondo dell’informazione oltre il consentibile.

A Gioacchino Genchi, un consulente della Procura che Berlusconi temeva tanto, per tutta la puntata Ghedini e Martelli contestano in pratica nient’altro che il fare il suo lavoro: il senso delle accuse di Ghedini si potrebbero sostanziare in un ipotetico “figuriamoci se non ha conservato nessun tabulato per poter ricattare il potente di turno!”. Quante battutine odiose e vergognose ha fatto Ghedini stasera. Ma tutto quel viscido non passa dallo schermo? Mah. E poi Martelli, ex ministro della Giustizia: “Lo capisce che è questo che è grave? Che lei che è un privato cittadino venga chiamato a fare quel lavoro “sensibile”!”
Peccato che in tutto il mondo i consulenti tecnici vengano chiamati a fare lo stesso.

Ma torniamo alla ragione dell’articolo.
Durante la trasmissione il vicedirettore de Il Corriere Pierluigi Battista giudica fuori controllo la quantità delle intercettazioni che si ha in Italia. Un numero tale da porci in contrasto per enormità coi numeri delle più importanti nazioni al mondo. Vogliamo che l’Italia sia un paese a statuto speciale?

In collegamento da Parigi lo scrittore Antonio Tabucchi, che dovrebbe parlare della stranezza di cui è stato protagonista – citato in giudizio civile per diffamazione per 1,3 milioni di euro dalla seconda carica dello stato Presidente del Senato, dal lodo Alfano in poi ormai “intoccabile Schifani“, oppure per giudizio lesivo della propria immagine, non ho ben capito -, ci parla invece per qualche minuto con la voce dei nostri pensieri, tira fuori l’anima ferita dell’Italia più informata, della parte ancora non rosa dall’ignavia, di tutti quelli che ancora resistono e che soffrono per la degradazione etica e l’umiliazione nel mondo a cui stanno sottoponendo il nostro paese.
Lo ha detto con una retorica asciutta e un vigore calmo.

Dice al vicedirettore de Il Corriere che “l’Italia è un paese a statuto speciale!”
Quando abbiamo così tanti parlamentari indagati, – da studio gli si ricorda, abbiamo tanti condannati in via definitiva, se è per questo – questo ci rende un paese a statuto speciale.
Un presidente del consiglio padrone di un po’ tutta l’informazione non è un argomento passato di moda nei paesi di piena democrazia e non lo è né in Francia, né in Inghilterra, né in Portogallo, né in tutti i paesi in cui abbiamo la possibilità di muoverci liberamente: noi che possiamo (lasciando intendere che gli ultimi provvedimenti esatti dalla Lega sui clandestini lo hanno già raggiunto).

Quando si pongono quattro italiani al di fuori della legge, questo ci rende un paese a statuto speciale (si riferisce al lodo Alfano, altrimenti conosciuto “salva Berlusconi+3″).

E che l’Italia, che ha una Costituzione perfetta, debba tollerare dei cambiamenti che la portano fuori dall’Europa è un fatto molto grave.

Un bel respiro, non c’è che dire. Fa sempre piacere quando un grande intellettuale grida di dolore così serenamente, non replicando certi toni scomposti che sembrano andare per la maggiore ultimamente.
Ne avevo proprio bisogno stasera.

Alle 23:25 viene chiamato a chiudere e ci parla della storia. Un’immagine che mi è molto cara perché la uso spesso. Il fiume della storia porterà via questi governanti.

Mi permetto di aggiungere molto umilmente: molto prima di quanto questi signori possano immaginare.
Il sonno della “parola che esplode” durerà fino a quando ci sarà regime mediatico oppure vera convenienza. Ora ci sono entrambe. Ma la morte di una persona spazzerà le remore dei giornalisti. Che apriranno la via alla loro coscienza.
La coscienza di Paolo Guzzanti ad esempio è esplosa all’improvviso, voglio immaginare adiuvata dal silenzio e dallo sdegno dei suoi tre figli.

di marco dewey

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Monica Setta a Domenica In Politica ha sempre la marchetta pronta.

1 Febbraio 2009, Domenica


Sarebbe la prima volta che vedo Monica Setta a Domenica In Politica (parte di Domenica Insieme) e non la trovo sfacciatamente di parte.
Sarebbe.

Insomma, sì, ogni tanto invece di fare una domanda lineare ci dona uno dei suoi preamboli che non c’entrano niente e che attribuiscono i problemi dell’Italia solo alla crisi internazionale o al passato, oppure mette in luce ammirandoli i grandi sforzi del governo.
Oggi, domenica 1 febbraio, l’ha fatto solo una volta, però.
Si è contenuta, no?

Tuttavia c’era qualcosa che mi disturbava.
Alle prime non capivo.
Poi mi accorgo che il Silvio era in tv.

Cioè, non lui: una sua dichiarazione di non so quando e il suo nome.
Avete presente i titoli scorrevoli modello CNN, Al Jazeera e Tg2? Ecco. Oggi c’era una dichiarazione che Monica Setta non poteva celare agli italiani. E allora ha pensato di farla scorrere in loop semicontinuo per circa il 30% della trasmissione.

In pratica sono stato costretto a leggere per una quindicina di minuti questa frase:

60 giorni per superare la crisi? Il premier Silvio Berlusconi: “Tutti insieme ce la faremo”.

Forse non avete presente quanto possa essere assurda questa cosa. Ho buttato lì un 30% di loop, ma potrebbe essere benissimo di più. Era davvero ossessiva.
Mi chiedo se ciò sia normale.

Insomma, non era necessario, non apparteneva alla categoria breaking news e non la si stava commentando.

Milioni di italiani si sono involontariamente e immotivatamente letti – per molti minuti, una domenica pomeriggio su Raiuno – l’invito del premier Silvio Berlusconi (epiteto, nome e cognome) a non rompere le uova nel paniere, magari a non seguire l’invito allo sciopero generale della Cgil, e a non mettere i bastoni fra le ruote.
A starsene buoni e calmi. Ad avere pazienza.
A seguire la linea Cisl-Uil. A piegarsi a come viene gestita per loro la crisi.
Certamente a non criticare il Governo, ché bisogna stare “tutti insieme” perlomeno per i prossimi due mesi.

Allora, fiducia a te, reo Silvio.
La prenderemo in quel posto, sì, però silenziosamente.
Poi si vedrà.

di marco dewey

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Raccolta varia delle critiche al PD

31 Dicembre 2008, Mercoledì


Avevo bisogno di buttar giù in maniera non troppo analitica le maggiori critiche che personalmente credo siano rivolte al PD di questi tempi, evidenziandone le aree principali di provenienza.
Vi anticipo subito che nonostante la “questione morale” sia argomento tanto attuale quanto scontato in questi giorni, in questo articolo se ne farà appena un accenno.
Preferisco dedicargli un articolo a sé molto a breve: una “modest proposal” diretta al caro Walter.

Comincio con quelle critiche che sono meramente strumentali e provengono prevalentemente da destra: la propaganda pro PdL di Mediaset e dei giornalisti a libro paga di Berlusconi e di quelli che sperano di diventarlo facendo scempio della propria integrità ne è l’esempio più lampante.
A quest’ultima categoria possiamo accostare quei giornalisti che “tengo famiglia”, quelli che temono di vedere la propria carriera complicarsi improvvisamente, quelli che l’avevano già vista franare e si sono ripresi al volo grazie alla propria lingua (non esattamente usata per parlare).
Il recente sfogo addirittura contro i più che moderati direttori di Corriere e Stampa sono costruiti a tavolino col preciso scopo di intimidire l’intera categoria.
E a proposito di libertà d’espressione e quella vicenda: se voi foste giornalisti Mediaset molto molto ingenui – di quelli che non hanno capito bene la situazione – e aveste visto la reazione di Berlusconi contro due direttori, che non sono suoi dipendenti, solo perché una volta ogni troppo avanzano delle critiche nei suoi confronti, vi azzardereste mai a muovergli una pagliuzza contro da quel momento in poi?
Come potete davvero credere alle baggianate sulla libertà d’espressione dei suoi dipendenti?

Poi, sempre da destra, certuni nella società civile che criticano il PD a prescindere, per mantenere le proprie posizioni di privilegio, i loro piccoli, grandi feudi non soggetti alle regole dello Stato, le ingiustizie più o meno legali che loro credono diritti acquisiti e di cui si ergono spesso e sfacciatamente a fieri difensori. Illegalità varie a cui a destra non si sono mai sognati persino di annunciare di voler mettere mano. Vien quasi da capirli: quelli che le tasse le pagano solo loro, quelli che “guarda che gli faccio un favore a questi negretti a farli lavorare”, quelli che “ma che problema c’era a costruire lì?”, quelli che “per fortuna che Silvio c’è” che non serve più nemmeno il condono, quelli che “inutile che vi agitiate, perché il mondo è cambiato”, “Finalmente l’Italia riparte! Fuori i fannulloni di sinistra!”.
Eh, le unghie sui vetri…

Altri appunti provengono principalmente da sinistra o forse sarebbe meglio dire da varie aree spesso critiche con la stessa idea di partito di massa e che a seconda dei casi – e qui non intendo “di volta in volta”, sia chiaro – si autodefiniscono comuniste, antagoniste, massimaliste, critiche, e in vari altri modi ancora.
Vedono spesso come fumo negli occhi la sola possibilità che un partito di centro-sinistra vinca senza la sinistra, oppure di quelli che “Ma che sei del PD?” e poi ci parli e purtroppo troppo spesso evidenziano la povertà che c’è dietro la loro affermazione, totalmente incapaci di giustificare le proprie idee all’interno di una prospettiva di governo, di immaginarne un contesto possibile che non abbia dentro il PD.
E’ inutile. Non riescono a vederci come una risorsa. Ci devono affossare. Come durante la campagna 2008.
E allora ti rendi conto che spesso è solo l’ultima moda. Dare contro al PD – “visto in TV!” – e non importa se da destra o da sinistra o da quale parte, o difendendo quale visione politica, o pensando poi a quali alleanze riusciranno a portarli al governo.

Il senso autolegittimante di fondo di queste critiche da sinistra è quello di non aver rispetto per un partito grande perché esso: 1)conterrà inevitabilmente sacche di ambiguità etica, per cui basta spararla nel mucchio e probabilmente ci si prende (e poi per molti implica quel sapore anticonformista del non tirare solo su Berlusconi); 2)conterrà una varietà di culture tali da non farlo aderire esattamente al proprio punto di vista.
Quest’ultima idea a mio avviso è un po’ debole, perché non conveniente.
E la politica non può prescindere dalla convenienza, dalla resa.
In altre parole, non apparterrò mai con gioia al partito perfetto che ha il tre o il cinque o il dieci per cento e nessuna possibilità di apparentamenti vincenti.
E poi, se io, che sono ateo, avessi comunque dovuto governare con i cattolici della Margherita da alleati, non è meglio stare nello stesso partito all’interno di orizzonti valoriali condivisi? Il PD è un partito che crede nella laicità dello Stato.
Ci crede con forza perché la democrazia è il trionfo del relativo, e questo mal si concilia con l’idea di religione di stato e i diktat dei vertici della Chiesa.
A me questo basta.
Lo stesso discorso lo potrei fare per le politiche più o meno socialmente rilevanti.

Non dovremmo aspettarci un’identificazione con un partito.
Figuriamoci in un partito di massa che non è ideologizzato.
Non è ideologizzato come il PCI, e nemmeno come la DC. E nemmeno come Forza Italia, che in un certo senso evoca l’adesione acritica propria delle ideologie, per cui il suo leader potrebbe commettere qualsiasi nefandezza e non vedrebbe scalfire di una virgola lo zoccolo duro del 25% degli elettori, di cui una metà – ipotizzo, perché non mi va di guardare nel sito di Mannheimer – saranno teledipendenti conformisti e socialmente apatici, l’altra metà di aficionados conosceranno invece la lunga storia di malefatte di quell’uomo e su questo contano.
Bella gente, non c’è che dire. E quelli finiti nel partito di Berlusconi in due mesi, senza poter dire né ah, né bah?
Ricordo la frase liberatutti “Il voto è segreto!” di certi conoscenti di AN alle ultime elezioni.
Forse sono rimasto il solo che si illude abbiano ancora lo stomaco debole.

Un’altra critica, che rispetto molto perché ne condivido in qualche modo la visione politica, è quella che viene, oltre che dalla sinistra tutta, dagli ambienti di Sinistra Democratica, dai loro possibili elettori, o dal milieu di redazioni come quelle di Micromega, che del PD non sopportano l’idea che sia la casa anche di componenti dichiaratamente cattoliche – e quindi necessariamente ideologizzate se dovessero applicare alla lettera i dettami di alcuni dogmi di quella religione, e pertanto anche eventualmente limitatrici di riforme per libertà individuali, diritti civili et similia -  e di componenti che guardano al centro, benché riformiste.

E sopra tutto, che non venga ancora avviato un severo processo di revisione di certe particolari norme che dovrebbe assolutamente seguire qualsiasi esponente del PD.
Più comprensibilmente: che noi – e parlo da democratico – non si abbia ancora introdotto seriamente la questione morale come fattore precipuo del partito, oppure addirittura non ci siamo fatti  promotori in prima persona di quell’eccesso di garantismo che sfocia in spirito di conservazione della casta (il confronto Flores d’ArcaisViolante a In Mezzora di domenica scorsa è paradigmatico).

Nemmeno io mi accontento più che sia considerata solo una questione scontata, comunque; ma questo è argomento di cui – come detto – mi occuperò a breve e approfonditamente nel prossimo articolo di politica.

Le ultime critiche che mi vengono in mente sono quelle propriamente interne al PD.
Un esempio può essere la “difficoltà” di molte sezioni, della periferia tutta, ad esprimere quel ricambio immediato promesso, a lasciar spazio a modi di ragionare nuovi, alla pratica nuova dello spazio reale ai nuovi arrivati.

E’ vero, spesso la volontà di percorsi inediti rivela qualche ingenuità riguardo l’efficacia o meglio la percorribilità degli stessi, ma sarebbe il caso di non bollare sul nascere certe velleità come capricci, proprio perché la novità del partito democratico dovrebbe essere quella dell’accoglienza all’interno di orizzonti e valori condivisi, lontano dalle vecchie logiche di difesa delle posizioni raggiunte.

Un secondo esempio di critica dall’interno, sicuramente il più difficile di cui occuparsi in linea di principio, è la richiesta di una maggiore autonomia che proviene dal territorio, quantomeno un differente rapporto di forza centro-periferia nella composizione delle liste, visto che ancora permane questa assurda legge elettorale che non prevede preferenze.
E poi anche la richiesta – ben più cogente – della possibilità di elaborare delle politiche e delle alleanze autonomamente, senza avallo centrale, mi pare di aver capito.

E’ chiaro che un elenco come questo è criticabile sotto ogni punto di vista, perché personale. Tuttavia le omissioni che troverete sono figlie di dimenticanze e di nient’altro.
Accetterò consigli e critiche.
Non ho citato l’Idv perché sotto il punto di vista della giustizia è vicina alle posizioni di Micromega, Travaglio, Santoro, oggi.

di marco dewey

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Castelli ad Annozero cambia discorso spesso e volentieri non entra nel merito

12 Dicembre 2008, Venerdì

Inutile rammentare a me e a voi il comportamento da bauscia che per tutta la serata ha tenuto il sottosegretario alle infrastrutture l’ingegner Roberto Castelli ad Annozero ieri sera.

Solo due episodi.

1)Contrasta con una bella faccia di tolla – questa a lui non manca mai -  e poco altro i due economisti in studio, professori rispettivamente a Harvard e alla Bocconi, Alberto Alesina e Francesco Giavazzi, che imputavano al Governo a cui lui appartiene di aver aumentato – sbagliando – la spesa pubblica in un quinquennio (2001-2006) in cui era possibile abbassarla e di tenere troppo d’occhio il debito pubblico – sbagliando ancora – nel bel mezzo di una crisi così grave, una crisi che meriterebbe ben altri interventi.

2)La dirigente CGIL Susanna Camusso, che lo massacra tutto il tempo citando la verità sulla manovra per i più deboli, verso la fine gli imputa – fra le altre cose – l’assurdità di due fra le prime mosse del governo in carica, la cancellazione di due leggi del governo Prodi: l’abrogazione della norma che impediva le firme in bianco delle dimissioni (in pratica si rendeva impossibile a un datore di lavoro far firmare – per esempio – a una donna le proprie dimissioni al momento dell’assunzione, per poi utilizzarle nel caso le venisse l’insana idea di voler mettere al mondo un bimbo) e soprattutto l’abrogazione della legge che obbligava i datori di lavoro ad assumere una persona il giorno prima dell’entrata al lavoro (per contrastare il lavoro nero: se più della metà degli infortuni riguarda persone assunte lo stesso giorno dell’incidente, evidentemente trattasi di lavoratori in nero).
Al buon Roberto non è venuto niente di meglio che definire quest’ultima legge approvata dal governo Prodi un mostro, non ricordo se burocratico o legislativo, ma un mostro.
E in due secondi netti, ignorando letteralmente le proteste circostanziate della sindacalista e l’importanza delle accuse rivoltegli, abbozza una cosa tipo “era una norma complicata per l’imprenditore”, fa un 360, cambia discorso, sposta la discussione, questa come varie altre, e al volo, quando proprio non c’entrava niente, colpevolizza una disoccupata con un figlio e laureata in lettere – che aveva risposto a un annuncio per laureati in lettere, e che si era vista opporre un “perché ha fatto un figlio?” e anche un commento sulla propria laurea – e più in generale colpevolizza il percorso formativo di quasi tutti i disoccupati, sostenendo che in realtà c’è molto lavoro per certi ingegneri. Sì, Roberto. Mi sta bene. Non ora, però. Non ora che abbiamo un numero spropositato di cassaintegrati in continuo aumento!
Una specie di “Ci potevate pensare prima!”: bello, molto costruttivo, Roberto.
Complimentoni.

Sì, lo so. Senza parole. Un po’ di vergogna, no? Mai?
Beh, in effetti, da un ex Ministro della Giustizia che ha firmato tutto quello che ha firmato lui certi pudori non me li aspetto.

Peccato che Santoro non abbia insistito su quel punto.
Che non lo abbia costretto a dire la verità. Che le hanno tolte per lasciar mano libera agli imprenditori senza scrupoli, quelli che come dice un imprenditore mio amico percorrono la tangenziale, la via a scorrimento veloce del business, decidendo – magari “assistiti” – di ignorare tutte o quasi le norme che le nostre imprese ultraregolamentate sono invece costrette ad adempiere, quelle imprese che passano per il centro, pieno di divieti, costi e perdite di tempo, e rimangono indietro e finiscono per cedere allo strapotere dei grandi gruppi.

Lui dà la colpa alla politica, tutti sono ladri per lui, e anzi è la sinistra che fa le leggine che più gli mettono i bastoni fra le ruote, quelle che lo costringono a passare per il centro, dice.
Non ha ben capito quanto sia più deleterio invece il modus operandi della nostra destra, che inizia favorendo il più possibile proprio i furbi e gli ammanicati, continua poi con il massacro della giustizia, di cui si rende protagonista ogni volta che torna al governo, vedi alla voce “Castelli, Roberto” (diminuzione dei fondi, che la rallenta, minori tempi di prescrizione, che la rende vana e presto sarà anche sottoposta all’egida della politica, quindi controllata/non più libera), una giustizia che dovrebbe essere invece la prima speranza per chi si sente vittima di comportamenti scorretti e infine termina con l’invito diretto del lìder al comportamento illecito, la legittimazione morale all’evasione gridata ai quattro venti.
E gli abbiamo ancora dato una larga maggioranza.
Che popolo ignorante. Che popolo meschino.
Che popolo di merda!

Per fortuna poi mi sono tirato su con l’immenso Ascanio Celestini a Parla con me. Iersera davvero grande pezzo.

di marco dewey

PS: in realtà non ricordo chi ha tirato fuori la questione delle dimissioni in bianco: potrebbe essere stato anche Santoro contestualmente all’altra osservazione.

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La pessima figura di Fitto a Ballarò

3 Dicembre 2008, Mercoledì


Lasciamo stare i trascorsi giudiziari di quel mascalzone [s.m. chi è capace di azioni disoneste] del Ministro per gli Affari Regionali Raffaele Fitto, quota PdL.
Anzi no. Mettiamo un link. E fatelo un bel giro su quel sito. Merita.

Parliamo solo della brutta figura di cui s’è reso protagonista a Ballarò.

Vediamo se mi ricordo bene.

Prima ha fatto la parte del piacione col pubblico da casa, di quello che non capisce come non avrebbe capito la gente da casa. E si è beccato invece un bel: “E’ grave che lei non sappia certe cose” (o una cosa del genere). Entrando più nel particolare, s’è reso ridicolo dimostrando di non conoscere il significato di pressione fiscale.

Poi ha sostenuto che non è bello che certe trasmissioni comincino e terminino criticando Berlusconi. E va bè. Un coro di: “E tutte quelle che ne parlano sempre e solo bene?” l’ha sommerso.

Poco prima aveva deciso perfino di difendere le critiche di Berlusconi ai direttori di Corriere e Stampa di oggi: “Direttori e politici dovrebbero tutti cambiare mestiere, andarsene a casa. Politici e direttori di questi giornali, come ‘La Stampa’ e il ‘Corriere’ dovrebbero cambiare mestiere”, ha detto il premier.

E Fitto s’è permesso di sostenere l’equipollenza fra la libertà di espressione di codesti direttori di giornale e la libertà di giudizio del premier riguardo quello che potrebbe essere o sarebbe bene fosse il futuro di quei direttori di giornali.

Una cosa, però, è il giudizio politico di un giornalista, un’altra è l’agitar di spade dell’uomo più potente d’Italia che ha già in mano in qualche modo mezza editoria italiana, del politico “di turno” (si fa per dire) che si permette di mettere nubi sul futuro di due giornalisti per articoli non graditi.

Cito da www.democrazialegalita.it un passaggio del rapporto 2005 di www.freedomhouse.org, sinceramente non il più compromettente per B.

Nel  dicembre 2004, i giornalisti del quotidiano più venduto ed influente in Italia, il Corriere della Sera, hanno protestato contro l’incremento delle pressioni e delle interferenze nei loro confronti da parte degli azionisti del giornale stesso. Il quotidiano è di proprietà della RCS Mediagroup, nella quale 15 concentrazioni di industrie hanno una quota.

Basta già che consideriate l’intreccio scandaloso di favori e controfavori con il “fiorfiore” del capitalismo italiano che si è voluto creare con l’affaire CAI-Alitalia: questo basta a far capire la gravità del potente in situazione di dominio mediatico che sbraita persino contro due testate che definire moderate è decisamente limitato.

Mi direte: se Fitto non si vergogna di fare il ministro e di andare in TV dopo ciò di cui si è reso protagonista (cliccate il link sopra e leggete i filoni dell’inchiesta dopo il numero 13), si vergognerà mica di fare il lecchino annoverando alla voce “diritto di espressione” quel giudizio di inadeguatezza dei due direttori così pesante!

Qualcuno spieghi a Fitto il senso dell’espressione “libertà di espressione“, e in particolare quali istituzioni tendono a minacciare tale diritto.

Facciamo una cosa invece. Giusto per farvi capire cosa pensa Fitto della stampa libera vi cito qualche paragrafo da una pagina del sito di Lino De Matteis, un giornalista – lo stesso del link sopra – che ha scritto un libro sull’allora giovanissimo Presidente della Regione Puglia, e per questo è stato querelato da Fitto – sulla base di futili motivi – all’indomani della sconfitta elettorale ad opera di Vendola. L’autore è stato prosciolto perché la querela per diffamazione è stata inoltrata oltre i termini di legge.

Fitto non è nuovo alle aggressioni ai giornalisti liberi. Simbolico il caso del caporedattore del Tg3 Puglia della Rai, Federico Pirro, da lui osteggiato al punto da ordinare all’ufficio stampa della Regione di non passare più comunicati stampa alla Rai di Bari e ai suoi assessori di non rilasciare interviste. Un braccio di ferro durato sino a quando, con l’arrivo di Berlusconi al governo, Pirro fu rimosso dall’incarico, salvo poi a venire reintegrato da una sentenza del giudice Simonetta Rubino del Tribunale di Bari, emessa il 21 ottobre 2004, che sancisce che la sua rimozione era dovuta a “motivi politici” perché inviso a Fitto.
Nonostante l’evidente natura politica della querela, la volontà intimidatoria e persecutoria per tenere sotto scacco un giornalista libero, la vicenda giudiziaria si sta consumando avvolta da un muro di silenzio. La minaccia dell’ex governatore di querelare chiunque ne avesse parlato ha sortito a quanto pare i suoi effetti, terrorizzando giornali e giornalisti pugliesi che, non solo all’epoca della “querela preventiva” si astennero dal fare qualsiasi recensione del libro, ma hanno ora difficoltà a dare perfino la notizia del rinvio a giudizio e, soprattutto, a riportare i capi di imputazione. La notizia del rinvio è stata data dall’Ansa pugliese (senza capi d’imputazione) ma non è stata ripresa da alcun giornale o televisione regionale, nonostante la notorietà del caso, la singolarità della vicenda e il rilievo che assume nel dibattito per la libertà d’informazione in Italia.
Anche i partiti, soprattutto quelli del centrosinistra, e le associazioni della società civile e della cittadinanza attiva hanno taciuto e continuano a farlo. Ma se questo era un comportamento comprensibile all’epoca della “censura preventiva” e prima di conoscere il contenuto del libro – perché poteva anche darsi che avessi scritto qualche grossa fesseria non difendibile – non è più tollerabile adesso che si conoscono i capi d’imputazione e sui quali ci si può liberamente pronunciare. Chi tace acconsente e il silenzio fa sempre il gioco dei più forti.
Ma veramente si può lasciare a Fitto, e a quelli come lui, campo libero di intimorire e minacciare i giornalisti in questo modo, tenerli sotto scacco con richieste esose di risarcimenti finanziari? L’alternativa per noi giornalisti, a questo punto, è l’autocensura e il silenzio oppure il carcere. Con tanto di ben servito per la democrazia e la libertà d’informazione e di opinione, proprio come al tempo dei Borboni.

Ah, Raffaele. Io penso che tu sia un mascalzone nell’accezione di cui sopra, è vero, ma non ne ho le prove. E’ solo un’opinione personale. Non querelarmi, please.
Chiudi un occhio. E’ la prima volta che faccio una precisazione del genere, ma ora, conoscendoti, mi si sono strette le palle.

Mala tempora currunt.

di marco dewey