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La “Conferenza stampa” in Rai di Berlusconi per le elezioni europee 2009 sancisce la totale inadeguatezza delle regole che dovrebbero disciplinare il sistema informativo italiano

7 Giugno 2009, Domenica

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Conferenza stampa
della Rai, venerdì 5 giugno, ultimo giorno della campagna elettorale 2009 per le elezioni amministrative e al Parlamento europeo.

Silvio Berlusconi si trova a dover fronteggiare le domande “scomode” di tre giornalisti che fanno “onore” alla loro professione: Roberto Arditti, direttore de Il Tempo, foglio della destra più conservatrice da sempre, già autore di Porta a Porta e già portavoce del Ministro dell’Interno Claudio Scajola nei governi Berlusconi II e III; Giovanni Morandi, direttore de Il Giorno, quotidiano molto conservatore, al pari dei “fratelli” Il Resto del Carlino e La Nazione, quotidiani con i quali dà vita alla rete QN; Francesco Verderami, giornalista de Il Corriere della sera, il giornale più venduto in Italia e anche quello più controllato dai padroni d’Italia.

Visto che non potevamo aspettarci nient’altro che inchini e sorrisoni, rassicurazioni e concessioni dalla conduttrice Giuliana Del Bufalo, direttrice di Rai Parlamento, amica politica di Craxi e per proprietà transitiva anche dei suoi amici più potenti – l’altro giorno con Franceschini sembrava avesse avuto qualcosa su per il colon, tanto era infastidita dalle sue parole -,  l’unica speranza rimastaci era affidata all’ultimo barlume di onore sopravvissuto in qualche angolo remoto del Corriere della sera.

Quel Verderami lì il 5 giugno 2009 portava con sé le speranze della stampa libera, del giornalismo degno di questo nome, del giornalismo che dovrebbe pungere il potere, scoprirne le malefatte e svelarle a tutto il popolo, giornalismo professione portatrice di verità e progresso civile.
Ecco, Verderami, cosciente della valenza, della dimensione del suo ruolo, prende in mano le redini della storia di questo nobile mestiere e assumendo su di sé l’eredità morale affidatagli da Indro Montanelli e Enzo Biagi, Walter Tobagi e Peppino Impastato, decide di farsi portavoce del tam tam mediatico mondiale.
Lui quella domanda può farla. Lui, quel 5 di giugno del 2009 ore 21 e 45 circa, può interrogare il nostro leader – sbugiardato e ridicolizzato assieme al popolo che l’ha eletto dai giornali di mezzo mondo – e inchiodarlo di fronte all’enorme mole di contraddizioni riguardanti la conoscenza di una diciassettenne, la sua frequentazione privata, lontano dagli occhi dei genitori, all’interno di un contesto dominato dal potere economico e politico di un anziano impotente (che definisce cattolici veri solo quelli di centrodestra durante il Family day del 12 maggio 2007) circondato da belle donne seminude che si aspettano e ottengono da lui ricompense di ogni tipo.
Belle donne, escort, donne che si vendono. Questo sono.

E il nostro imperatore a quella domanda non può svicolare. E’ in diretta nazionale! Non siamo più sudditi! Abbiamo in mano le chiavi per scardinare il castello di bugie costruito per mettere a tacere uno scandalo che farebbe rivoltare qualsiasi altra nazione semi-democratica! Vai, Verderami!

Queste, alfine, le sue parole (vado a memoria): “Riguardo il caso Noemi Letizia, alcune sue versioni sono apparse “non veritiere”, non crede che questo possa minare il suo rapporto speciale, particolare con gli italiani?”.
Berlusconi: “Non è vero. Mi sono state attribuite frasi che non ho detto (che Letizia fosse autista di Craxi, ndr)… etc. etc.”.
E lui, Francesco Verderami, ora che ha la possibilità di mettere fine a questo trionfo di ipocrisia, di puntare il dito contro il potere più infame, quello fondato sulle menzogne ripetute ad libitum senza paura di contraccolpi politici, ora che può diventare qualcuno agli occhi della storia, cosa fa?
Noi speriamo in un “Lei mente! Mente continuamente! Molti colleghi l’hanno sentita dirlo a Varsavia. Mente di fronte agli italiani chiamati a votarla domani! Mette in dubbio la parola di tutte quelle persone, colleghi stimatissimi?! Cos’erano, in preda ad un’allucinazione collettiva? Erano comunisti? Tutti comunisti quelli che non ripetono quello che vuole lei e le sue televisioni di partito?!”

Purtroppo niente di tutto questo. Il furbo Verderami condanna lui e Il Corriere della sera all’ignominia perpetua, servendo a Silvio l’assist per ripetere di nuovo quanto gli vogliamo bene: “Ma no (tranquillizzante), io le chiedevo se queste polemiche non potevano minare il rapporto di fiducia che ha con gli italiani…”

Questo ahinoi è il Corriere della Sera oggi. Questa è la fotografia esatta di come siamo messi! Rendiamoci conto: l’ultima immagine che Berlusconi dà al paese del suo operato di questo anno, di questi ultimi otto anni, è un lungo monologo di bugie, intervallato da spunti gentilmenti forniti da giornalisti sempre silenti nei momenti che contano, chiamati indecorosamente a fare da spalle moralmente annuenti.

Non è democrazia questa. Una democrazia ridotta, violata, non è democrazia!

di marco dewey (votante PD)

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Il cancro della democrazia italiana

5 Giugno 2009, Venerdì

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Le schiene “piegate” dei giornalisti sono il cancro della nostra democrazia.
Tutta colpa nostra, però.
Gli italiani, come popolo, sono incapaci all’indignazione.

Così come, pur mentendo alla luce del sole e ripetutamente, senza riguardo alcuno e in tutti campi del punibile (politicamente parlando e non), sappiamo già che Berlusconi vincerà le elezioni, giornalisti come Massimo Franco, Antonio Polito, Pierluigi Battista, tutti assolutamente intollerabili in questa due giorni e Ferruccio De Bortoli, vergognoso nella famosa puntata di Porta a Porta “Adesso parlo io”, sanno già di potersi permettere di omettere, ignorare, volgere lo sguardo, usare due pesi e due misure con Pd e Pdl.

“Perché tanto – penseranno – a della gentaglia imbelle o fessa, inerte o profittatrice come l’italica progenie vuoi che gliene freghi qualcosa? E poi c’è la propaganda che correrà sempre in nostro soccorso e difenderà questo nostro comportamento. Ché se uno solo proverà, per esempio, ad alzare una corda vocale contro l’onestà intellettuale dei giornalisti del Corriere della sera in un dibattito televisivo – laddove conta – è subito pronta la muta di cani del premier”. Questo credo sinceramente pensino.
Credo si sentano protetti dal sistema che hanno contribuito a creare con le loro parole mediate dalla paura.
Ma, chissà, forse sono ingeneroso.

In realtà bisogna pur capire che questi qui tengono famiglia. Conoscendo loro molto bene il potere e la natura sanguigna, vendicativa dell’imperatore e i numerosi legami affaristico-clientelari che hanno con lui i propri datori di lavoro, avranno ben parlato in casa con la moglie, e con la scusa del futuro delle figlie…
Se non fosse che le loro scelte coinvolgono anche la propria famiglia, loro sicuramente si ergerebbero a paladini della verità, censori del ridicolo, avversari dell’indegno, ma così come sono messi non possono certo compromettere degli innocenti, una moglie, i figli. No. Così proprio non se la sentono. Ed è anche giusto, vista l’antifona.
Noi – come popolo – nemmeno capiremmo.

Una mia amica straniera sposata con un italiano una volta mi ha detto: qui non avete ben chiara la differenza fra valore e prezzo.
E’ vero. Il valore e i valori sono rimpiazzati dalla convenienza momentanea, che pensiamo capitalizzabile.
Quello che non sappiamo è che non sarà mai in grado di riacquistare, di sostituire pienamente quei valori lasciati per strada, la felicità, la tranquillità che ci regalano ogni giorno.

Nel bel paese in pochi ci arrivano. La gran parte di noi sente che qualcosa non va nella propria vita, prova disagio per certe scelte (che sa) di comodo, e allora preferisce non affrontare certe questioni, oppure deviarle, modificarle, renderle gestibili dalla propria coscienza (”ma se fanno tutti così io che sono il più stupido?”, “guarda che da solo non cambi il sistema”, “non mi parlare di politica ché i politici sono tutti uguali” e così via).

La risposta sarebbe nell’educazione al piacere del civismo, dell’onestà, della verità, all’amore per il proprio paese e per coloro che lo abitano, che è altra cosa dal nazionalismo.
Tuttavia l’educazione può poco senza esempi positivi che funzionino da rinforzo ed esempi incredibilmente negativi che vengono puniti per il loro comportamento civicamente deviante: visto che oggi, Italia 2009, non possiamo aspettarci nulla di tutto questo, siamo punto e a capo.
E allora rimane solo la speranza di un cambiamento. Ideali diversi che disegnino un potere diverso. Per questo è importante occuparsi del futuro. Per questo è importante fare politica.

Dei dipendenti di vario tipo di Berlusconi oggi non parlo, tanto è chiara la loro deferenza di principio al Multi-Verbo (altrimenti detto Doppia-Versione), il potere speciale del premier per coglionare gli idioti.

* * * *

Visto che siamo alla vigilia, ci tengo ad augurare un buon voto a tutti.
Io voto Pd, ancora molto convinto dal progetto e dall’amore per tutti voi.
E ovviamente per Cesetti presidente della provincia di Fermo.

Se il centrosinistra proprio non dovesse fare per voi, invito a votare Massucci, politico e persona coerente e molto più onesta di Basso e di Di Ruscio. Cui prodest una destra affaristica in provincia se non ad imprenditori pronti a tutto? Appartenete voi alla categoria “imprenditori pronti a fare carte false”? No?! Allora sapete per chi non votare, e non è poco.

Se dovessi scegliere di essere sconfitto, meglio un medico cattolico molto alla mano che uno che crede nella reincarnazione (Basso), e decisamente meglio del sindaco di Fermo (”ma io pozzo votà Di Ruscio? Lu conoscio da quann’era fricu. Guarda, lascemo pèrde, ahah”).
Coraggio Sadurnino, sappiamo che brillare per autorevolezza non è il tuo forte.
Vabbè, dai, diamo a Di Ruscio quel che è di Di Ruscio. Ecco qui i frutti tangibili della tua vigorosa azione di governo della città di Fermo.
Che i “fermani” abbiano pietà di loro.

Salut.

di marco dewey

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“L’uomo, il Gasparri e la Virtù” in scena a Ballarò.

20 Maggio 2009, Mercoledì

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Credo che Berlusconi non possa che essere contento del risultato ottenuto a Ballarò dalla messa in scena della splendida commedia  pirandelliana e dalla recitazione del riottoso Gasparri (la bestia) e del responsabile della comunicazione del Pdl, la (per via del ghigno) iena Laura Ravetto.
La piemontese ha imparato per bene il bugiardino che si era preparata. Peccato che ogni volta che hai già pensato a quello che dovrai dire, non sei in grado di reagire intelligentemente a un contesto improvviso.

“Il governo sta facendo bene, il governo ha tenuto insieme il sistema economico, ha salvato le banche” detto in un po’ tutte le salse non può bastare a ribattere alle accuse di povertà e sofferenza diffuse, all’accusa di resa o peggio di favoreggiamento nei confronti degli evasori, alle ricompense concesse agli oligarchi di questo paese (via Alitalia), all’eliminazione dell’Ici per il 60% più ricco del paese, ultima vera tassa a cui era difficile sottrarsi perché legata alla materialità, al territorio, al Pil che diminuisce molto più che negli altri stati OCSE e al debito che va verso il 120% nonostante l’esiguità delle nuove risorse destinate al fronteggiamento sociale della crisi.

La preoccupazione è che, visto che i dati di fatto, la politica del consenso, la realtà delle leggiacce e dei comportamenti dell’Imperatore non permettono un dialogo improntato sulla difesa delle proprie reali convinzioni, quest’esercito degli assoldati non può altro che mentire, traviare il discorso, disturbare l’interlocutore, slegare i contenuti dal contesto e così via.

Nota a margine. Ci sono dei caratteri nel cinema degli ultimi sessant’anni inevitabilmente connotati senza scrupoli, pur seguendo anche se per vie traverse il sentiero della legalità.
Se fra questi figuri dovessimo sceglierne uno usato a detrimento del genere umano, questi è l’avvocato di multinazionale.
E fra i tipi di multinazionale, quali le più odiose? Probabilmente quelle farmaceutiche, direte voi.
Ecco, questo era il mestiere della Ravetto prima di Berlusconi: responsabile degli affari legali per l’Italia di una multinazionale farmaceutica.
Niente di male, ci mancherebbe, ma non certo l’ultima dei puri. Ci potremo mai aspettare da lei sincerità, onestà intellettuale? Certo. Se questo non metterà nei guai il di lei datore di lavoro.
Le visage du rôle dell’avvocato dei forti ce l’ha, comunque. Fastidiosa.

A interpretare la Virtù c’era la neoassurta a fama nazionale Debora Serracchiani, segretaria del Pd di Udine e candidata alle europee. Talmente illibata ai nostri occhi ingenui da non sembrar vera. Talmente buona da interrompersi per avvertire Gasparri che gli stavano cadendo gli occhiali. Purtroppo non a conoscenza del mezzo televisivo fino in fondo. Non ci si ferma anche se si è detta la frase, il concetto della vita. Si continua fino al secondo avvertimento, Debora. Ne abbiamo mille di cose da poter dire, non due o tre.

Maurizio Gasparri (la Bestia) si commenta da sé si dirà. Vero.
Provo comunque a colorarvelo.
Gasparri quando lo ascolti, quando lo vedi interagire autarchicamente, ti rendi immediatamente conto della superiorità della tua parte politica (e anche un po’ della tua personale), che non si potrebbe permettere di far girare per le tv un cretino del genere, sociologicamente parlando intendo. Del secondo tipo, anche se sposato.
Aggiungo io, uno di quelli che vanno avanti per la loro strada senza chiedersi mai nulla.
Mai nulla della propria moralità, sensibilità, umanità.
Uno di quelli che sembra abbiano dentro la testa un esercito di scimmie urlanti. Quando parla e anche quando sta zitto.
Uno di quelli che incontri e non avresti mai voluto incontrare, mai aver avuto a che fare con un tipo così.
Un tipo che si è permesso di interrompere tutti gli ospiti da cui non sentiva quello che avrebbe voluto sentire, fra cui il presidente della Regione Puglia Nicky Vendola (l’Uomo) (con tutti i suoi difetti, per carità), vomitandogli accuse marginali che riguardano un assessore della sua giunta [per la cronaca, assessore dimessosi o fatto dimettere appena si era intuita la possibilità di un'indagine nei suoi confronti], un momento dopo che si permette di ventilare l’affaire David Mills, la cui sentenza di condanna in primo grado parla di un reato che il nostro amato presidente del Consiglio ha o avrebbe commesso (che modo si usa per le sentenze?): una corruzione giudiziaria. Senza nemmeno riprender fiato continua poi con rilievi, sempre di natura giudiziaria, e davvero non pertinenti mossi nei confronti di Di Pietro (perché lui?).
Rilievi fatti in modo assolutamente maldestro e improprio, e per giunta su di un argomento – la moralità in politica – che per la destra, ieri più di sempre, non sarebbe dovuto essere proficuo toccare. Una faccia di tolla talmente brutale e insistente nel suo essere pretestuoso da far uscire a Nicky Vendola un bel vaffanculo fuor di denti. Meritatissimo.

Avete presente la muta di segugi di Monty Burns? Stessi ottusa idiozia, timbro e mancanza di grazia, stesso tipo di padrone. E allora come si faceva a resistere? Non lo sapremo mai se sarebbe scappato anche a noi. Un dieci alla spontaneità, un due all’opportunità, Nicky.

Non contento della bella figura, Maurizio Gasparri, per spiegare che ha ragione, preferisce sbattere in faccia all’avversario le vittorie elettorali piuttosto che rispondere nel merito. Non occorre rispondere, ci sono le vittorie della destra in Abruzzo e Sardegna e i sondaggi a testimoniare il buon comportamento del governo. Non si risponde ai dati della crisi, ma si sorride sui dati elettorali che darebbero ragione al loro operato.
Il consenso prima del bene comune. Il trionfo della metapropaganda.

In questi mesi tutto sembra incredibile. Svegliare il popolo assopito mettendo in evidenza tutte le menzogne di B, i suoi interessi privati che distruggono alle radici il nostro paese e l’ulteriore, ennesimo, pleonastico Mills, è più che giusto. E’ doveroso.
Ma non credete che dovrebbe bastare l’esempio di uno come Gasparri, incredibilmente nominato dai nostri avversari deputato, nonché Presidente del gruppo parlamentare dell’organizzazione denominata Il Popolo della Libertà a far vincere a Pd e alleati le elezioni in un paese appena civile?!
Questa cosa parla da sola a tutte le orecchie degne di questo nome.

Come può uno così essere un politico? Perché dovrebbe essere un nostro deputato? Perché è un fido cagnaccio senza scrupoli pronto anche a mordere alle caviglie l’interlocutore oppure perché è pronto a mettere nome e faccia su leggi impresentabili? Ma sì, anche per questo.
Credo però che uno come Gasparri sia parte essenziale, carburante di un progetto più ampio. Le sua grida sguaiate disorientano e disgustano talmente tanto il pubblico da portare alla disaffezione verso la politica, verso il politico in quanto tale.
Il problema sta in questo. Ci dobbiamo chiedere: come hanno fatto a portare così in basso il livello culturale del popolo italiano da renderlo incapace di distinguere – se non le politiche della sinistra e della destra – almeno per via intuitiva un comportamento civile da uno sistematicamente rissoso e spocchioso? Come si fa a sopportare un Gasparri, un Ghedini, un Ignazio Benito Maria La Russa e votare per quelli della loro parte politica?

La risposta sta negli anni di vischiosità Vespa, delle inchieste all’acqua di rose di programmi popolari come Striscia la notizia, in cui il rilievo della gravità penale e politica è perso, è confuso dalla piattezza delle risatine e dei toni, sta negli anni dei “panini” politici del tg1 2001-2006, quelli di Pionati per intenderci (schema: opinioni della maggioranza, opinioni della minoranza, opinioni del governo), dei ghigni incapaci o nolenti a distinguere di Mentana, e purtroppo anche delle urla di Grillo, che si è permesso di sostenere scompostamente che “la sinistra è ancora peggio della destra”!
Questo genere di giornalismo non solo contribuisce giorno dopo giorno, ma si propone di infilare tutti nel pentolone dell’antipolitica. Rossi e neri e azzurri tutti uguali nel mare dell’imprecisione, del rapporto frivolo coi dati, con la verità, con la pertinenza.

E poi ci sono le persone, c’è il popolo. Voi lo sapevate che votando An nel Lazio – An confluita nel partito dell’uomo più potente e pericoloso per l’Italia – eleggevate Gasparri deputato e votando Forza Italia in Sicilia eleggevate senatore il condannato in primo grado per mafia a nove anni Dell’Utri Marcello, amico intimo e collaboratore di papi Silvio dagli anni settanta.
Zitti e chiotti l’avete fatto lo stesso e noi ce li siam beccati.
Ma no, voi non votate le persone, votate il programma.
No, aspettate. Voi siete di destra, ma non siete interessati alla politica italiana.
Queste le due ultime scus… ragioni che ho appreso hanno fatto votare destra.
Ci sarebbe da ridere non fosse tutto vero.

Alé.

di marco dewey

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Primarie del centrosinistra per il presidente alla provincia di Fermo. Cesetti o Offidani?

7 Marzo 2009, Sabato


Chi vi scrive conosce meno che sommariamente la storia e le convinzioni politiche di Fabrizio Cesetti (sostenuto da Verdi, Rifondazione Comunista, Comunisti Italiani, Sinistra Democratica) e Renzo Offidani (Pd), i due contendenti alle primarie di domenica 8 marzo per designare il candidato presidente alla provincia di Fermo per il centrosinistra.

Questo mio outing era necessario a giustificare i giudizi incerti e senz’altro discutibili che elargirò di qui a breve.
Discutibili perché parziali e perché si posano volutamente su basi instabili.
L’ignoranza – lungi dall’essere considerata un vanto – può risultare condizione privilegiata quando il tuo scopo è valutare con spirito vergine e sgombro da preconcetti un confronto fra due sfidanti che hanno idee simili ed entrambe rispettabili.
Scrivere del formarsi di una scelta senza suggestioni pregresse non mi pare esercizio privo di interesse. Per una volta voglio vedere cosa si prova.

Ieri, appena arrivo alla Sala dei ritratti di Fermo, luogo dell’ultimo confronto prima del voto, capisco che i miei buoni propositi di straniamento saranno molto più complicati di quanto avessi in mente.
Parlo col mondo e mi capita di avere ben chiaro il polso della situazione. So chi vincerebbe e in che modo se ci fosse un seggio lì fuori (e un po’ mi scoccia non rivelarlo, ma vorrei elaborare solo impressioni eminentemente personali, tentando di escludere le altre influenze).
Il malumore comunque serpeggia. Per quello che poteva essere e non è stato, per un Cesaroni – sconfitto alle primarie interne al Pd – che non è stato compreso appieno dal territorio, per alcune risposte poco pertinenti, non di rado ricondotte ai rispettivi punti di forza: per Offidani l’argomento mobilità, di cui si è occupato a lungo, e la capacità di dialogo con i comuni; per l’avvocato Cesetti quello di essere stato uno degli artefici in Parlamento della 147/2004, legge istitutiva della provincia fermana.

E’ la prima volta che li sento parlare. Nessuno dei due incarna esattamente il politico che tutti noi vorremmo come nostro rappresentante. Tutti noi – spero – lo desideriamo in grado di evocare onestà e indifferenza al potere e al denaro, un certo eclettismo nelle competenze, disponibilità, serenità, sicurezza, modestia, e se possibile anche dalla retorica varia, capace di dominare tutti i registri e affascinare il pubblico con un’idea credibile di gestione. Che sia abile a farci credere al suo progetto, al suo sogno. E poi bravo a realizzarlo.

Io di sogni ieri sera non ne ho sentito nemmeno l’odore. Sarà per i limiti dell’istituzione Provincia, sarà per il pragmatismo e il fair-play anche retorico dei due, sarà che non ne sono stati capaci: sinceramente non l’ho capito il perché.

Hanno persino sprecato miseramente l’ultima domanda, che poteva dare il LA a un discorso ampio sul modello di società per cui si sarebbero battuti fossero diventati presidenti.
La signora che ha porto la questione voleva si facesse riferimento in particolare a giovani, anziani e sanità e non voleva si descrivessero necessariamente le politiche da attuare, ma l’idea di società che doveva fare da collante. Insomma, la domanda che ogni politico vorrebbe gli venisse rivolta una volta nella vita.
Ora, non è che le risposte fossero particolarmente sgraziate o non condivisibili. E’ che quando senti che chi ti rappresenta e si è preparato per una campagna elettorale non ti fa venir dannatamente voglia di averlo come tuo presidente dopo una domanda del genere, c’è qualcosa che non va.

E poi, di primo acchito, di tutte quelle caratteristiche del politico ideale di cui parlavo sopra, a entrambi sembra mancarne qualcuna.
Per intenderci, Cesetti sembra un politico che le ha viste tutte, di quelli che hanno capito come ci si muove in quel mondo, un politico che abbiamo frequentato molto nel nostro immaginario. Non sembra alla mano, non sembra modesto, e sembra particolarmente monocorde.
Offidani sembra arrabbiato con qualcosa, con qualcuno, con una situazione che si sta venendo a creare forse, o forse è il suo normale modo di fare. E’ partito calmo e ci tiene a far sapere che lui (attualmente assessore provinciale al Bilancio, Finanze, Infrastrutture per la Mobilità, Viabilità, Progetti Settore calzaturiero, Problematiche connesse all’istituzione della Provincia del Fermano), crede “che ci sia bisogno – in questo momento di crisi – di chi ha acquisito una conoscenza della macchina amministrativa, delle conoscenze, dei rapporti con le amministrazioni”. Crede profondamente nel confronto con tutti i comuni e nel dialogo. E alla domanda sulla legalità del moderatore Andrea Braconi si batte come un leone: “Ho improntato tutta la mia attività politica al rispetto per le norme, per la legalità. Non ho mai manovrato pacchetti di tessere, mai utilizzato gli incarichi per assunzioni di amici e parenti. E non ho mai avuto terreni che potevano rientrare nei piani regolatori”.
E inoltre si dice anche pronto a fare della provincia fermana un esempio di moralità.

Cesetti propone una struttura della provincia snella e con pochi dirigenti. Vuole ripensare al modello di formazione e al contrario di Offidani non vuole nemmeno dialogare con Spacca sui due progetti possibili per la riconversione dell’ex Sadam (centrale a biomasse della PowerCrop o raffinazione del silicio per componenti fotovoltaici della Ned). Il suo è un no netto ad entrambe le soluzioni.

Appare chiaro che Offidani ritenga nel profondo di essere la persona giusta per quel posto. E sono sicuro che lo farebbe bene. Penso però anche che creda di essere al centro di una situazione strana con l’Idv di mezzo. L’Idv non ha fatto mistero di preferirgli Cesetti e l’eventualità che l’elettorato democratico ne venga a conoscenza sembra dispiacerlo sopra ogni altra cosa. E’ questione che, nonostante i proclami di ottimismo, sembra renderlo insicuro riguardo la vittoria.
Il suo “io vorrei che ora si astenessero (i dirigenti Idv, ndr) dal sostenere l’uno o l’altro candidato” vale più di mille comunicati da parte dell’Italia dei valori.
Come controprova della situazione in atto possiamo citare Cesetti: “Io chiedo agli uomini e alle donne dell’Idv di partecipare alle primarie. Che si esprimano per designare il loro candidato”.

Istintivamente sto con l’uomo onesto di partito e di fatica sui numeri Offidani.
La paura sull’esito della discussione di Offidani con Spacca sulle centrali, l’annunciata riduzione dei dirigenti della Provincia, l’accordo certo con l’Idv e soprattutto la maturità del nocciolo duro del Pd mi fa dire Cesetti.

Per chi, avendo letto per sommi capi l’articolo, avesse paura che sia passato dall’altra parte, dalla parte di Basso o di Di Ruscio, sappia che non c’è pericolo. Un abisso divide i nostri mondi.
Non per ultimo un diverso rispetto per le decisioni dei nostri elettori. Un diverso rispetto per la democrazia.
Non saranno delle primarie, ma degli accordi sottobanco a decidere il loro candidato.

Per cui invito tutti i votanti del centrosinistra a partecipare a queste primarie.
Per dare forza politica al nostro futuro candidato e a questo bell’esempio di democrazia.

di marco dewey

A Porto San Giorgio il seggio è in via Oberdan, nella Sala Imperatori.
Per informazioni sugli altri comuni cliccate qui.

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Tutto il mio amore per “Tutti pazzi per amore”. Il bilancio finale. Emanuele e Cristina si amano, altro che fratelli.

25 Febbraio 2009, Mercoledì

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Accadono strane cose quando sei preso dall’entusiasmo per una serie televisiva. Perché la tv non è il cinema.
Sembra non possedere lo status sufficiente da poterne parlare in pubblico gratuitamente. La tua immagine dovrà pagarne il conto. Quando, poi, in casi come questo ti salta addosso insopprimibile la voglia di farlo, sembra quasi tu voglia promuovere il guardare la tv tout court, sembri uno che si accontenta, ti guardano come quando guardano le ragazzine entusiasmarsi per High School Musical.

Così, prima di vedere il mio Tutti pazzi per amore, la gente so già non capirà il mio entusiasmo. Come non capirà assolutamente la lunghezza sconsiderata di questo articolo. In effetti devo ammettere che faranno fatica a terminarlo anche i TPPA addicted. Quindi vi do un consiglio. Scorrete l’articolo e cercate i nomi degli attori di cui volete leggere. Sono scritti in grassetto. ;)

Comunque, nel corso delle mie perorazioni a favore di TPPA, chi non mi conosceva mi ha preso nei fatti per uno scalmanato teledipendente – e potrebbe pure starci che lo abbia pensato anche chi mi conosce -, ma non è questo il punto.
Un amico mi fa: “Marco, io ti ricordo critico, pignolo, schizzinoso. Non esagerare nell’altro senso. Sarà un buon prodotto con qualche bella battuta…”.

Che avrei dovuto rispondergli?
-”Guardalo. Almeno una volta guardalo!”
C’è chi mi risponde: “Ma c’è House!”
-”Fottetene della serialità di House! Non sarà nemmeno male, ma qui siamo due livelli sopra!”
Per qualcuno saprà di esagerazione, ma lo penso davvero.

Le puntate successive al mio primo articolo su Tutti pazzi ne sanciscono l’eccellenza degli standard recitativi e quella maturità e altezza della sceneggiatura e della regia di cui parlavo al tempo.
Ci sono stati – sì – fisiologici momenti di pausa nel ritmo serrato dello humour nell’ottava, nella nona e nell’undicesima puntata, ma si è trattato di pause legate più a un certo sviluppo della trama che ad altro. Il piacere, l’interesse e le tante invenzioni che abbiamo amato sin dal primo momento, quel flusso magico, quel miracolo che ci ha impedito di prendere impegni la domenica sera non si è mai interrotto.
In questo successo più di critica e di passione e fedeltà del pubblico che di indici auditel stratosferici, vista la concorrenza ingombrante, il cast ci ha davvero messo del suo.

Per Emilio Solfrizzi cominciano a scarseggiare gli aggettivi.
Ha più mestiere e mobilità facciale di chi fa il caratterista da una vita. Più presenza scenica e credibilità di chi è protagonista da una vita.
E’ un attore completo. E’ un attore che vorrei sempre con me mi capitasse di dirigere qualcosa in futuro. Una specie di Isabelle Huppert per Chabrol.
Non voglio essere condizionato dal fatto che abbia iniziato da attore comico e sia perfetto per ogni tipo di commedia.
Pensate che non reggerebbe un ruolo drammatico classico?
Certo che lo reggerebbe. Anche a non aver visto Agata e la tempesta oppure Liberate i pesci, osservatelo bene quando dialoga con Cristina, con Michele, e in genere quando non è richiesta la sua vena tragicomica. Ineccepibile.
E poi le sue mille reazioni da padre agitato?! “Chi vuole fare l’amore!?!” a letto con Laura preoccupato delle intenzioni di Cristina. Oppure le sue smorfie da compagno geloso dalle zie, quando morbosamente giuravano che Riccardo Balestrieri era bello quasi quanto Massimo Ranieri.
Ma in tutto quell’episodio è magnifico: “Non è un po’ presto per appendere le foto dei bonazzi al muro?”, e Nina: “ma quali bonazzi! Quello è mio padre!”, e via di facce.
O ancora la sua apprensione per il “terremoto” la prima notte a casa unita!
Una sicurezza.

Stefania Rocca conferisce alla sua Laura Del Fiore una grazia semidivina. Fa del suo personaggio il paradigma di comportamento e atteggiamento rispettoso, nessuna ipocrisia fra quel che pensa e quel che fa, madre dolcissima, coerente, il volto giusto, il sorriso giusto, il tono generale ideale, almeno per me.
L’ho vista – almeno fino alla gravidanza ( -_-.) – la reificazione laico-fictional del personaggio di Maria.
E sinceramente ci mancava.
La sua capacità di dialogo con i figli è esemplare e potenzialmente illuminante.
Impagabili tutte le sue espressioni nell’episodio del fantasma della moglie di Paolo: “Adesso ha cominciato anche a darmi i voti? Come… i voti!?”.
Credo che abbia davvero raggiunto un livello di eccellenza, che nella sua carriera da giovane e splendida ragazza non le riconoscevo, forse per pregiudizio, chissà.
Ad ogni buon conto quando ho voglia di un sorriso a comando mi basta pensare a Tutti pazzi, ai nostri la prima notte in casa di Laura. A Paolo che preoccupato le domanda se non fosse un po’ tardi per la lavatrice accesa e lei, serafica: “E’ Emanuele. Russa, piccolo amore mio”, ahah…
Deliziosa.

Il carattere del Michele di Neri Marcorè è un misto di etica della seduzione, amore per la donna e per la vita e charme dissimulato; si muove fra understatements e picchi di generosità, vertici culinari malcelati e classe da vendere.
L’amante ideale. Resta amico o si dimentica di te.
Decide la donna. E alla fine si innamora di una che – la Natoli mi scuserà – è più bruttina di quelle a cui era abituato.
Troppo perfetto? Forse. Il rischio dell’antipatia è dietro l’angolo.
Ho provato per un attimo a pensare tanti attori recitare quel ruolo al suo posto. Ho immaginato la sua nonchalance un po’ dandy addosso ad altri e non sono proprio riuscito a figurarmela così com’è ora, simpatica, “giusta”, coerente col benessere che infondono tutti – o quasi – i personaggi della serie.
Forse solo la maestria di un Christian De Sica o un Vittorio Gassman. Grande, Neri.

Devo dire che ho visto una Carlotta Natoli al di sopra delle righe, ma si vede anche che è stata “colpa”, necessità di un carattere funzionale allo sviluppo del rapporto particolare che ha avuto con Michele e con gli uomini in generale. Lei è comunque molto brava.
Magari andava contenuta di un venti-trenta per cento.
La scena della distruzione del locale di Michele è stata odiosa, eccessiva.
E quando si ha la fortuna di trovare una fiction televisiva che sembra partorita dalla luna tanto ti rasserena, il senso di fastidio è così facilmente evocabile – per contrasto a tanta grazia – che tutto deve contribuire all’incanto: ecco, il solo rammentare a tutti noi che donne così esistono davvero e vedranno premiato dall’amore il loro comportamento era cosa che andava evitata come la peste.
Un personaggio come quello di Michele avrebbe dovuto temere come la morte un’esagitata simile.
Concedo invece il suo non intervento durante quello sfogo devastatore. Nonostante lo spirito di autoconservazione tirasse dall’altra parte, è perfettamente nella sua natura il non toccare, né fermare una donna in modi che potrebbero sembrarle violenti. Noblesse oblige.
Una personale segnalazione al costumista: quelle scarpe e quelle calze colorate, unite alla gonna svolazzante e alla camminata ancheggiante la fanno troppo Paperina Disney.
Era proprio necessario?
No, dico, quelle scarpe color argento!
Ora, il Michele di Marcorè non sarà l’idiosincratico fobico Michele Apicella di Nanni Moretti in Bianca, ma perdio si dovrà pure innamorare di lei in maniera plausibile!

Passando oltre le sempre ottime Irene Ferri e quella gran donna di Francesca Inaudi (che cosa è stata per le mie coronarie la scena di Buonasera, dottore lo so solo io e quell’asservito di Riccardo Rossi*), arriviamo alla algida e sprezzante Lea di Sonia Bergamasco.
Il tradimento del marito interviene a mutare il rapporto con le altre – ehm, volevo dire gli altri – e quindi gli stessi estremi della sua recitazione. Il personaggio cambia molto per un breve periodo nel quale sarà molto lamentoso; torna poi subito ad essere sentenzioso, seppure con maggiori timidezze e spesso “in amicizia”. Far sentire gli altri inadeguati resta il suo marchio di fabbrica, anche se da lì in avanti lo farà con qualche remora.
Come dimenticare il sempreverde scambio di battute sulla cellulite con Monica e al contrario gli elogi ad un suo simile, la madre di Laura, venuta a trovarla sul luogo di lavoro?
Comunque pungente.

Corrado Fortuna (”Top 3″ Elio) bene nella parte, così come Luca Angeletti (il povero Giulio).
Per Marina Rocco (Stefania) il discorso è più complicato.
Mi era sembrata brava, ma i ritrovati entusiasmo e sensibilità per un po’ non le hanno reso giustizia. Non era il suo registro migliore, diciamo.
Però ogni volta che è un po’ sulle spine è meravigliosa.
E infatti recita superbamente nella penultima puntata.
A proposito di Stefania, ci sono stati vari playbacks a non sembrarmi azzeccati; quelli che proprio avrei preferito non aver mai visto sono stati quelli della scena di gioia su La notte vola di Lorella Cuccarini fra Stefania e Giulio all’inizio del secondo episodio della settima puntata, mi pare, e quella di Emanuele a scuola sulle note di Più bella cosa di Ramazzotti.

Le ziette, che all’inizio pensavo potessero rappresentare il “lato debole”, i personaggi meno credibili e in sostanza più fastidiosi perché troppo macchiettistici, mi paiono essere stati invece – fra le altre cose – elementi drammaturgici importanti, perfetti ad esempio per tirar fuori smorfie dallo straordinario Solfrizzi.

Eccellente Piera Degli Esposti nella parte di Clelia, una madre impicciona e insensibile, superficiale e cinica.
Fantastica nella scena dell’incontro preliminare per la separazione di Lea, quando si rifiuta categoricamente di accudire i gemelli e quando parla della fidanzata francese di suo marito, padre di Laura e Stefania, alla festa per il millesimo divorzio del suo studio legale: “Ma le francesi non dovrebbero essere sempre eleganti?! Un altro mito che crolla miseramente”.

Piacevole la breve parentesi col cioccolataio “ma chi cazz’è ‘sto Kavafis” Taricone (che non avrà detto così, ma è come l’avesse fatto), che è stato un gran bel personaggio. E il buon Pietro abile a renderlo. E’ un personaggio umile. E nei non-protagonisti questa dote la apprezzo molto.
Sarebbe stato facile sviluppare un bell’intreccio infilandoci dentro delle gran carogne o comunque caratteri improbabili che movimentano i giochi anche solo grazie alla naturale manifestazione del loro temperamento malevolo e invidioso, esagitato e poco comprensivo.
Con questa tecnica, tuttavia, si corrono dei gran rischi (vedi Monica): il rischio di rovinare l’armonia di partiture miracolose come questa, di creare delle discrasie di tono, che qui invece muove fra il lieve e il tragicomico, il delicato e il grottesco, ma quasi sempre velato di gioia, speranza, amore.
Il lunatismo e la misandria, cocktail micidiale per la libido e la nostra serenità lasciamoli da parte nella prossima serie. Spero che per le donne non sia davvero così facile, così come lo è stato per Monica, considerare un uomo un bastardo.
Non è che solo perché uno non si innamora di una donna e le dà poche spiegazioni in merito sia un bastardo. Spesso lo fa per salvare la sua autostima oppure per non essere odiato da lei fino alla fine dei suoi giorni.
E’ bastardo se le mente sui suoi sentimenti solo per arrivare a lei o peggio ad altro.
La distinzione non è affatto sottile.
Impariamo un po’ tutti ad accettare i rifiuti.

Tornando a noi, vi dicevo che affastellando l’impianto di caratteri difficili è facile creare una trama, ma altrettanto facile creare delle disarmonie.
Tutti pazzi per amore ne è praticamente alieno, esempio citato sopra a parte. Anche i tradimenti della penultima puntata, con l’eccezione della passione fra Emanuele e Cristina, non mettono mai in dubbio le coppie originarie e in generale gli esiti auspicati dallo spettatore.

Teniamo presente come fino a quell’arrivo ci sono state vendute le “ragazze cattive” della serie: mai elemento disturbante.
La bellezza imbarazzante e le svenevolezze adorabili della non protagonista Cinzia Fornasier (Natascia) evitano, almeno al pubblico maschile, il possibile malessere per l’insidia all’amore fra Paolo e Laura; le battute al vetriolo di Lea e Clelia, o anche l’ormai superato distacco fra lo svampito e l’apatico di Stefania ci hanno fatto apprezzare per un motivo o per l’altro i personaggi femminili “meno indulgenti” della serie.
Ora un altro esempio. Di segno opposto, ma decisamente limitato nel tempo.
Qualche settimana fa, quando mi si è parato dinanzi il direttore mandato da Milano, interpretato da Riccardo Rossi – lungi dal pregiudizio che potrei avere per l’attore* -, la sua voce e il suo modo di fare mi hanno provocato una certa tensione. La prima violazione alla regola del benessere sinestetico-mentale totale.
Lo so che sono virgole, ma le virgole nei miracoli contano.

Passiamo ai ragazzi.

Marco Brenno (Emanuele) è quasi sempre inattaccabile a parte quando si è strafogato con la parmigiana delle zie. Quella scena forse andava rifatta.
Il suo mono-tono anche in momenti in cui vuole essere ironico dice tutto del carattere di Emanuele.
Non so se risulterà fuori luogo o poco credibile quando in futuro sarà costretto a registri molto diversi, ma se dovessi scommettere ora sulla sua carriera non riesco a ipotizzare nient’altro che un discreto successo.
Insomma, bello è bello, e per ora sembra di talento.
Non è che brilli; è solo che ha una parte incredibilmente difficile e la rende funzionale e non odiosa. Non è poco.
Ha avuto la fortuna di raggiungere presto la popolarità in una fiction artisticamente di livello, che – ci scommetto – sarà vendutissima all’estero da mamma Rai, e per giunta in un ruolo che avrà fatto battere tanti cuori. Attendiamo, ripassando nella mente con piacere una scena fantastica come quella dell’audiocorso di lingua italiana pensato per stranieri donato con convizione a Cristina e tutte le sue cento e una uscite.

Devo dire che è il suo personaggio la vera intuizione comica della serie. E’ una sorta di Niles Frasier asociale italiano. Emanuele potrebbe in un certo senso impersonare l’alterità della spocchia di certa sapienza, di solito caratterizzata come pedante, mentre invece osservandolo meglio credo sia più lo specchio di certe solitudini create da quei sensi di superiorità che spesso guastano l’esistenza.
La sola percezione di un’essere molto diverso da lui, ma ugualmente permeato di dignità, gli regala in maniera naturale un nuovo punto di vista.
La presenza, la convivenza con Cristina aiuta la crescita emotiva e etica di Emanuele. E’ un ragazzo migliore ora e a volte si lascia andare perfino con trasporto, è meno timoroso dei giudizi degli altri, conserva il suo spirito critico e la sua vena sminuente, ma ha tanti momenti di ripensamento, di umanità.

E’ il turno di Nicole Murgia (Cristina).
Nel mio primo articolo, quello dopo le prime due puntate, esalto tanti degli attori, mancando – fra gli altri – di menzionare il lavoro di questa ragazza.
Non avevo ben compreso. La sua Cristina mi sembrava eccessiva nei momenti sbagliati (vi ricordate i primi giorni di scuola accanto ad Emanuele?) e poi troppo banale, troppo realistica. In un certo senso incongruente.
Ora vedo una splendida ragazza di sedici anni. Dolce, timida, orgogliosa, non convenzionale e coerente con l’età che deve impersonare.
Le conosco le ragazze di quell’età. Nonostante ogni loro personalissimo anticonformismo, al livello più istintuale sono così. Hanno quei vezzi, quelle uscite, quel modo di ragionare.
Tanti applausi per lei e un “bravo” a Riccardo Milani (regista della serie). Davvero.

Il ragazzo di Cristina, Davide, interpretato da Federico Lepera, non è male. Bellissimo, sorridente, gentile e persino attratto da una ragazza meno appariscente di altre. Insomma, un “tipo” che potenzialmente allarga il cuore di speranza a tanta tanta parte del pubblico femminile. Un po’ ipocrita nell’episodio dell’aereo regalatogli da Paolo, ma tant’è. Azzeccato, anche se predestinato.

A proposito dei due chissà prossimi fratellini, quanto lo stavamo aspettando il loro bacio? I loro baci? Quanto desideravamo il loro amore?
Quando oramai ci sembrava di dover aspettare un anno, eccolo lì, inaspettato, bellissimo, compreso il contorno, la mattina dopo, il sogno, il ritorno in autobus.
Ci voleva lo splendido gioco della bottiglia per ribaltare d’un colpo l’idea che ci eravamo fatti un po’ tutti.
Che avrebbero ritardato la loro storia direttamente alla seconda serie. E invece no.
Ma quanto sono carini?! Ma quanto erano carini mentre erano a scherzare con i gavettoni nel cortile della scuola poco prima del ritorno di Davide Palmieri?! Basta, sennò mi sbrodo.
O forse no. Cerchiamo di resistere ed analizzare la cosa con un minimo di razionalità.
Questo ritardare una situazione che agli inizi ritenevamo inevitabile ci regala alla fine questa sensazione: dolcezza infinita, ritorno con la mente a tanti, tanti anni fa (sigh), a quei baci rubati – come direbbe Truffaut -, alla promiscuità scolastica fuori dalla scuola che rende speciale e più vivo, intenso ogni momento, capace di renderci più chiara ogni relazione, di svelarci il desiderio.

Una puntata indimenticabile la penultima non solo per l’amore scoppiato – a questo punto improvvisamente – fra Cristina ed Emanuele, ma anche per la recitazione incredibile di Marina Rocco, e anche di Piera Degli Esposti direi, una marea di dialoghi scoppiettanti, la liason sessuale con relativi commenti da parte di Maya su Elio, i tradimenti, i pentimenti, insomma, una puntata di una densità assoluta. Ideale.
Anche stasera niente male.

Le invenzioni belle viaggiano per tutta la fiction a un gran ritmo: ricordate l’Inno alla gioia con sequenze di giubilo al rallenty alla caduta del Muro divisorio? Ricordate gli abbracci accennati dall’altra parte del Muro? Gli occhi della madre-Solfrizzi nella scena della carrozzina? Tutti i colori delle fisime di Emanuele per le dimostrazioni di affetto di Laura?
Quel suo “Hai presente quanti anni di analisi freudiana mi costerà questa frase?” alla domanda di sua madre “Tu, come donna […] come mi trovi?”.

I sogni di prima mattina, le varie regole dell’amore, Maya a Elio: “Quello che stai pensando è vero. Ecrù lo dicono solo i gay”, “la vi-vicina, mi-mister”, “Sha-shan, sha-shan” di Giù la testa nell’episodio col fastasma della moglie di Solfrizzi, tutte – e dico tutte – le risposte “pensate” e non date nella realtà. Il “povero Giulio” in macchina ad aspettare addormentato e con due dita d’aria. “La famiglia Giorgi trionfa!” sulla macchinina in retromarcia. La classe di Michele. Alla lezione di yoga: “Ce la fa a chiudere la bocca per due minuti? Sennò alzo il volume dei delfini, eh?” -”No no…”. Il montaggio della scena in cui Paolo e Cristina si accordano mimando un incontro di riavvicinamento. Solfrizzi e il montaggio della scena Ed io tra di voi al ristorante subito dopo l’arrivo di Riccardo dagli States. L’infinita empatia che si prova per Cristina. Sempre. E tanto, troppo altro.

Qualche perla di stasera, ad esempio.
Maya:”Un buon amante va condiviso come un buon parrucchiere, una svendita in una profumeria”.
-Michele: “Quale donna ti dice che ti ha tradito la sera prima del giorno più bello della sua vita?”
-Paolo: “Quale donna? La mia!!”
Vacanze romane all’arrivo dello sposo. Paolo che si immagina la scena Per un’ora d’amore poco prima del no.
Laura: “Adesso sai guidare! Per scappare da me sai guidare!”
Paolo (le mani addosso all’agente): “Tu sei gay!? E allora perché devi venire a rompere le scatole a me!”

Ringraziamo poi Ivan Cotroneo ed eventualmente gli altri sceneggiatori anche per il dottor Freiss e Carla (Carla Signoris).
Già mi immagino il buon Battiston additato per strada dai ragazzi.
“Ciao Freiss!”, “Ma quello non è Freiss?”. Eh, Giuseppe, tanti anni di onorata carriera valsi agli occhi del grande pubblico poca cosa al confronto della paciosità sicura di Freiss.
Sei stato bravo, inappuntabile come sempre nella scelta del copione giusto. Hai davvero un grande intuito per le produzioni di qualità.
Ora ti tocca questo successo televisivo.

Tutti gli attori in questi episodi di stasera hanno dato il meglio, comunque, cesellando dialoghi, litigi, toni, tempi.
Ed era cosa difficile, perché la sutura di un vulnus drammatico è sempre il momento più difficile di un racconto per immagini. Il primo tempo è spessissimo il più bello. Ve ne sarete accorti, no?

Ebbene, Riccardo Milani (il regista) riesce in questa bell’impresa, compresa la scena più delicata, l’inattesa e ben recitata scena del ritorno alla “fratellanza” di Emanuele e Cristina.
Ma sono bastati gli ultimi pochi fotogrammi del suo volto per intuire i reali sentimenti di Cristina, vero?
Non vedo l’ora di vederli ancora assieme. E voi?

Concludo augurando un anno pieno di amore a tutti i lettori di questo articolo. Siete dei romantici, innamorati dei sorrisi e con un ottimo gusto per le fiction, credo.
Vedete di spendere nel miglior modo possibile l’anno che ci toccherà aspettare prima del prossimo tuffo in casa Giorgi-Del Fiore. Usate il vostro buon gusto per contaminare di pazzia per amore chi vi sta vicino.
E’ vero, la tv non è il cinema, ma a volte è solo un pregiudizio.
C’è tutto un mondo intorno

di marco dewey

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*: Scusandomi per la lunghezza davvero eccessiva dell’articolo, ricordo a tutti che nel 1995 Riccardo Rossi era tutto una comparsata a Mediaset durante la campagna per il referendum per l’abrogazione delle norme che consentono la concentrazione di tre reti televisive, invitando ovviamente a votare per il NO. Vi ricordate?
Un due di voto, per una volta, al responsabile casting. Consideratemi pure un bastardo, ma attori che si prestano a quel genere di iniziative vanno emarginati. Che lavori a Mediaset e non con i miei soldi! Una bel luogo comune, non c’è che dire. Ma stavolta lo sento proprio.
Che paghi con l’ostracismo nazionale l’uso ignobile del suo mestiere. Qualcun altro mi darà del comunista, ma non fa niente. Uno più, uno meno…
E’ che lui mi è rimasto più in mente di altri, dei soliti Raimondo Vianello e Sandra Mondaini, dei Mike Bongiorno, di tutti quanti gli impiegati a tempo inderminato del premier, insomma. Mi è rimasto più in mente di quelli lì che facevano tutti campagna per questo NO, che alla fine ha vinto con il 56%. Ce l’ho in testa Riccardo Rossi, perché spuntava fuori come un alieno, come un cavolo a merenda e introduceva, educava al convincimento per il NO, con la Rita Chiesa di turno.
E’ grazie anche a servi come lui viviamo questa Italia che come direbbe Masini, “ci ha rotto i coglioni”.

Peace.

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Benigni a Sanremo smerda Berlusconi e Povia. E difende la libertà di tutti recitando Oscar Wilde. Perfetto.

17 Febbraio 2009, Martedì


Ancora una volta Roberto Benigni ci ha reso orgogliosi di essere italiani. Maledizione! Lo ha detto proprio ora anche Bonolis!!! Che banale che sono. Non fa niente. Lo lascio.

In molti volevamo tanto sbeffeggiasse il nostro odiato presidente del consiglio – possibilmente fornendo spunti di riflessione ai più deboli di spirito – e lui lo ha fatto, volevamo ci sollevasse un po’ dalla giornata pessima in cui siamo precipitati sin dalle prime ore e lui lo ha fatto con uno dei suoi stilemi classici, la commistione potere e vizio, potere e umanità – però infima -, il tutto raccontato con la massima serietà, e lui ci ha sollevato, e infine volevamo che gridasse a quel laido di Povia il nostro disprezzo per le idee sottese nella sua Luca era gay, e lui lo ha fatto sussurrando con voce ferma tutto l’amore di Oscar Wilde.

Sveglia, Italia.
Ti meriteresti giusto il deputato Barbareschi e invece hai Benigni.
Una speranza c’è ancora.

Viva gli Afterhours.

di marco dewey

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Finalmente Eluana è morta, libera dalle parole di Berlusconi, che sabato passando sul suo corpo insulta Beppino Englaro e la Costituzione.

9 Febbraio 2009, Lunedì


Eluana finalmente libera dal suo corpo.
Ora ci toccherà assistere a questi supremi difensori della vita che ci faranno la morale. Non importa.
Il mondo ci guarda e ha pietà di noi per tutto il populismo e l’ingerenza del Vaticano che opprimono da troppo il nostro miserabile paese.

Berlusconi sabato ha sfruttato questa tragedia per della bassa politicaccia. Lo stesso schifoso sciacallaggio a cui assisteremo in questi giorni.

Quando Berlusconi si permette di dire: “A me pare solo che [Beppino Englaro (ndr)] si voglia togliere di mezzo una scomodità”, questo non è il suo solito spostamento di attenzione dalle magagne economiche, o dalla prossima ignobile legge sulle intercettazioni.
E’ un insulto a un padre, un’illazione intollerabile, uno sfregio a un uomo talmente corretto da non aver mai sfruttato – per rendere giustizia alla verità di questi diciassette anni – l’attuale immagine di Eluana, non certo più quella che conosciamo tutti di splendida ragazza nel fiore dei suoi ventuno anni; un uomo che per principio si impone di non fare una cosa che non ritiene giusta anche se probabilmente è conveniente, spendibile: un homo non meramente economicus, insomma, un personaggio inconcepibile per il Silvio.

In merito poi al decreto legge non controfirmato da Napolitano per tornare ad alimentare Eluana, decreto che avrebbe inibito varie decisioni della ancora libera magistratura, Berlusconi sabato ha anche sostenuto che una modifica della Costituzione (nel senso di un maggiore potere al presidente del consiglio) “è necessaria perché è una legge fatta molti anni fa sotto l’influsso di una fine di una dittatura e con la presenza al tavolo di forze ideologizzate che hanno guardato alla Costituzione russa come un modello”. Certo, e le componenti cristiana e liberale facevano numero.

Non bastasse, sempre sfruttando il caso Eluana Englaro, ancora in Sardegna afferma: “Sono due culture che si confrontano, da un lato la cultura della libertà e della vita, dall’altro quello dello statalismo e della morte. [...] Noi siamo per la cultura della vita”. Gli altri sono dei vetero comunisti tipo DDR che uccidono i loro vecchi e i loro malati quando questi danno loro fastidio, sembra dire.

Credo che la ragione di queste scandalose invettive fosse che, visto che oggi o nei prossimi giorni Eluana sarebbe morta, il moto di emozione e retorica del cinismo avrebbe catturato i consensi dell’elettorato cattolico meno consapevole.
Ora, sposterà consensi in Sardegna in vista della prossima tornata elettorale? Sarà stato per munirsi di una scusa per mettere mano a certe prerogative del Colle? A proposito, prima si pone al di fuori della legge in molti modi nei vari anni del suo potentato, ora si vuole (auto)conferire maggiori poteri. Un bel percorso.

Allora, dicevo, quale che sia la vera ragione di questa blitzkrieg, quel che è certo è che anche solo guardando con occhio vergine ai fatti che vengono fuori dalla tv, osservandoli solo per quanto riguarda il primo livello delle cose, come se non esistessero ragioni nascoste, il suo comportamento ha dell’incredibile. La cosa grave non è che abbia ceduto alle pressioni del Vaticano o che B creda che sia, politicamente parlando, una bella mossa.
L’assurdo è che abbia perseguito certi scopi usando degli insulti a un padre, alla carta costituzionale e alla maggioranza degli italiani, che secondo lui apparterrebbe alla cultura della morte.
Frasi che se non le avesse pronunciate proprio lui, così in grado di muovere i fili dell’informazione per placare, sviare, minimizzare, sarebbero frasi da suicidio politico.

Sabato siamo tornati al Berlusconi da battaglia, da campagna elettorale, quello senza scrupoli, quello che ha imparato a solleticare le paure più intime dell’ignoranza umana, quello che passa sopra il dolore di un padre che vede violentare il corpo della figlia da diciassette anni, sopra il giudizio infimo e scontato che gli riserverà la storia umana, sopra l’odio che una metà di paese non può altro che provare per lui.

A Berlusconi dico che c’è un limite all’ignoranza degli italiani.
E poi stavolta B ha toccato un tasto che non c’entra con la consapevolezza. Ha a che fare con l’empatia.
E empaticamente gli italiani stanno con Beppino Englaro.
Un padre.

E anche se siete fra quelli che – al contrario della giustizia italiana – non credono che lei gli abbia espresso chiaramente il suo punto di vista in situazioni limite come quella, un padre in certi casi sa cosa è meglio per la figlia. Questo gli italiani lo sanno.

Finalmente lo spirito di Eluana è libero.
Se solo sapesse quali e quanti avvoltoi si sono avventati sul suo corpo, certo non riposerebbe in pace.

A noi che non crediamo all’anima spiace un’altra cosa.
Io desidererei che da morto il mio pensiero venisse rispettato fino in fondo.
A me non cambierà nulla se mi faranno un funerale triste o cattolico, ma io vorrei una bella festa molto laica.
Se arriverò a punti simili a quello di Eluana, senza possibilità di risveglio fra i vivi di mente, io non vorrei altro che la mia libertà di morire. Per me e per la mia famiglia.
Se me lo impedissero, pur da incosciente il mio spirito sarebbe imprigionato.
Vivevo il dramma della famiglia Englaro come un mio dramma. Ora che Eluana è morta devo ammettere che mi sento più libero.

Chiudo con una curiosità sullo spirito dei tempi che corrono.
Stamane mi sveglio con Bruno (in cerca di “credibilità” politica) Mobrici, che a Uno Mattina chiede al rabbino capo di Roma se dopo la morte di Eluana l’Italia sarà un paese migliore.
Noi non sapremmo cosa rispondere. Di sicuro lo sarebbe se non esistessero giornalisti che fanno domande tendenziose e non molto congruenti come Mobrici.

di marco dewey

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Il cittadino Tabucchi ad Annozero ci regala un po’ di libertà e verità sulla necessità delle intercettazioni (ovvero Genchi uno di noi)

6 Febbraio 2009, Venerdì


Un grazie a Santoro per la sua trasmissione. Ultimo spazio in cui viene fuori esattamente la vera natura degli ospiti.

Si parla di intercettazioni. Quanto cambierà dalla legge che sta per essere approvata in Parlamento: l’avvocato e consigliere giuridico di Berlusconi, il parlamentare Niccolò Ghedini, e Marco Travaglio a difendere idee opposte. Secondo il primo: cambierà poco ma in senso garantista. Secondo Travaglio verrà trionfalmente scolvolto il più grande strumento che ha la magistratura per indagare e quindi reprimere i reati e inoltre verrà vessato il mondo dell’informazione oltre il consentibile.

A Gioacchino Genchi, un consulente della Procura che Berlusconi temeva tanto, per tutta la puntata Ghedini e Martelli contestano in pratica nient’altro che il fare il suo lavoro: il senso delle accuse di Ghedini si potrebbero sostanziare in un ipotetico “figuriamoci se non ha conservato nessun tabulato per poter ricattare il potente di turno!”. Quante battutine odiose e vergognose ha fatto Ghedini stasera. Ma tutto quel viscido non passa dallo schermo? Mah. E poi Martelli, ex ministro della Giustizia: “lo capisce che è questo che è grave? Che lei che è un privato cittadino venga chiamato a fare quel lavoro “sensibile”!”
Peccato che in tutto il mondo i consulenti tecnici vengano chiamati a fare lo stesso.

Ma torniamo alla ragione dell’articolo.
Durante la trasmissione il vicedirettore de Il Corriere Pierluigi Battista giudica fuori controllo la quantità delle intercettazioni che si ha in Italia. Un numero tale da porci in contrasto per enormità coi numeri delle più importanti nazioni al mondo. Vogliamo che l’Italia sia un paese a statuto speciale?

In collegamento da Parigi lo scrittore Antonio Tabucchi, che dovrebbe parlare della stranezza di cui è stato protagonista – citato in giudizio civile per diffamazione per 1,3 milioni di euro dalla seconda carica dello stato Presidente del Senato, dal lodo Alfano in poi ormai “intoccabile Schifani“, oppure per giudizio lesivo della propria immagine, non ho ben capito -, ci parla invece per qualche minuto con la voce dei nostri pensieri, tira fuori l’anima ferita dell’Italia più informata, della parte ancora non rosa dall’ignavia, di tutti quelli che ancora resistono e che soffrono per la degradazione etica e l’umiliazione nel mondo a cui stanno sottoponendo il nostro paese.
Lo ha detto con una retorica asciutta e un vigore calmo.

Dice al vicedirettore de Il Corriere che “l’Italia è un paese a statuto speciale!”
Quando abbiamo così tanti parlamentari indagati, – da studio gli si ricorda, abbiamo tanti condannati in via definitiva, se è per questo – questo ci rende un paese a statuto speciale.
Un presidente del consiglio padrone di un po’ tutta l’informazione non è un argomento passato di moda nei paesi di piena democrazia e non lo è né in Francia, né in Inghilterra, né in Portogallo, né in tutti i paesi in cui abbiamo la possibilità di muoverci liberamente: noi che possiamo (lasciando intendere che gli ultimi provvedimenti esatti dalla Lega sui clandestini lo hanno già raggiunto).

Quando si pongono quattro italiani al di fuori della legge, questo ci rende un paese a statuto speciale (si riferisce al lodo Alfano, altrimenti conosciuto “salva Berlusconi+3″).

E che l’Italia, che ha una Costituzione perfetta, debba tollerare dei cambiamenti che la portano fuori dall’Europa è un fatto molto grave.

Un bel respiro, non c’è che dire. Fa sempre piacere quando un grande intellettuale grida di dolore così serenamente, non replicando certi toni scomposti che sembrano andare per la maggiore ultimamente.
Ne avevo proprio bisogno stasera.

Alle 23:25 viene chiamato a chiudere e ci parla della storia. Un’immagine che mi è molto cara perché la uso spesso. Il fiume della storia porterà via questi governanti.

Mi permetto di aggiungere molto umilmente: molto prima di quanto questi signori possano immaginare.
Il sonno della “parola che esplode” durerà fino a quando ci sarà regime mediatico oppure vera convenienza. Ora ci sono entrambe. Ma la morte di una persona spazzerà le remore dei giornalisti. Che apriranno la via alla loro coscienza.
La coscienza di Paolo Guzzanti ad esempio è esplosa all’improvviso, voglio immaginare adiuvata dal silenzio e dallo sdegno dei suoi tre figli.

di marco dewey

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Monica Setta a Domenica In Politica ha sempre la marchetta pronta.

1 Febbraio 2009, Domenica


Sarebbe la prima volta che vedo Monica Setta a Domenica In Politica (parte di Domenica Insieme) e non la trovo sfacciatamente di parte.
Sarebbe.

Insomma, sì, ogni tanto invece di fare una domanda lineare ci dona uno dei suoi preamboli che non c’entrano niente e che attribuiscono i problemi dell’Italia solo alla crisi internazionale o al passato, oppure mette in luce ammirandoli i grandi sforzi del governo.
Oggi, domenica 1 febbraio, l’ha fatto solo una volta, però.
Si è contenuta, no?

Tuttavia c’era qualcosa che mi disturbava.
Alle prime non capivo.
Poi mi accorgo che il Silvio era in tv.

Cioè, non lui: una sua dichiarazione di non so quando e il suo nome.
Avete presente i titoli scorrevoli modello CNN, Al Jazeera e Tg2? Ecco. Oggi c’era una dichiarazione che Monica Setta non poteva celare agli italiani. E allora ha pensato di farla scorrere in loop semicontinuo per circa il 30% della trasmissione.

In pratica sono stato costretto a leggere per una quindicina di minuti questa frase:

60 giorni per superare la crisi? Il premier Silvio Berlusconi: “Tutti insieme ce la faremo”.

Forse non avete presente quanto possa essere assurda questa cosa. Ho buttato lì un 30% di loop, ma potrebbe essere benissimo di più. Era davvero ossessiva.
Mi chiedo se ciò sia normale.

Insomma, non era necessario, non apparteneva alla categoria breaking news e non la si stava commentando.

Milioni di italiani si sono involontariamente e immotivatamente letti – per molti minuti, una domenica pomeriggio su Raiuno – l’invito del premier Silvio Berlusconi (epiteto, nome e cognome) a non rompere le uova nel paniere, magari a non seguire l’invito allo sciopero generale della Cgil, e a non mettere i bastoni fra le ruote.
A starsene buoni e calmi. Ad avere pazienza.
A seguire la linea Cisl-Uil. A piegarsi a come viene gestita per loro la crisi.
Certamente a non criticare il Governo, ché bisogna stare “tutti insieme” perlomeno per i prossimi due mesi.

Allora, fiducia a te, reo Silvio.
La prenderemo in quel posto, sì, però silenziosamente.
Poi si vedrà.

di marco dewey

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Chi immagina il “Punto di vista” del TG2 se va in scena un Craxi vs. Berlinguer?

24 Gennaio 2009, Sabato


Finisco di vedere credo l’ultima puntata di questa serie di Desperate Housewives, compiango la fine del personaggio della splendida attrice Justine Bateman che interpretava fino a venti anni fa Mallory Keaton in Casa Keaton, esclamo fra me e me un “Oh porc…” per un ultimo colpo di scena e per pigrizia me ne rimango a vedere la pubblicità prima di D’Alema a Malpensa, Italia.
E invece c’era lo spesso disturbante Tg2 Punto di vista.
Stasera davvero insopportabile.

In apertura una scheda ci presenta un Berlinguer filo sovietico, come se lo strappo del 1976 non fosse avvenuto, e si insiste sull’intervista concessa a Scalfari in risposta a un articolo di Craxi, intervista in cui si dice rivendichi la matrice marxista-leninista et voilà, il vetero-comunista è servito.
La stessa scheda ci racconta un Craxi sostenitore del socialismo liberale – praticamente l’inventore italiano -, e grande statista.
Nient’altro.

Si ritorna in studio e la conduttrice Daniela Vergara pone un quesito ai due politici ospiti, l’onorevole Cicchitto (ex socialista) e l’attuale segretario del PSI, di cui non ricordo il nome (mi scuserà).
Una domanda che suona come un: “Per la storia, chi ha vinto dei due?”.
Beh, la loro faccia diceva tutto ancor prima di rispondere. Quasi un “A’ Daniè, ma stai a scherzà?”. Semplice, le loro parole poi ci chiariranno, il vincitore per la storia è Bettino Craxi, portatore di un socialismo in cui l’individuo non è sacrificato, eppure un socialismo solidale e portatore di istanze libertarie. Un genio. Un giusto.
Berlinguer era comunista, leninista, il comunismo ha perso, quindi anche lui ha perso rispetto a Bettino.
Sillogismo illogico. Non c’è che dire.

La contesa è bella che finita qua. In due minuti un massacro.
L’ultima domanda è un pro forma.
Serve a dimostrare al pubblico che è stata garantita l’imparzialità degli ospiti. Uno, infatti, crede che l’eredità delle idee di Craxi sia più presente nel centro-sinistra e l’altro nel centro-destra.

Voi penserete: cosa ti aspetti? La degna prosecuzione della puntata-santuario di Porta a porta su Craxi.
Puntata-monstre praticamente senza contraddittorio.
Eh sì, ho capito, ma io a queste schifezze ancora non mi ci sono abituato.

Qui tutto è dimenticato. La devastazione senza precedenti dei conti dello Stato che ha causato quell’uomo è quasi indicibile, irripetibile.
Dal 1983 al 1987, anni in cui è stato Presidente del Consiglio, siamo passati dal 73% al 92% come rapporto fra debito pubblico e Pil.
Come non bastasse, lo squallore etico diffuso nel Partito Socialista Italiano di quegli anni lo conosciamo tutti, e sebbene stiano cercando in ogni modo di insabbiarne il ricordo, rimane lì, nella storia.
Non si aspettino che la loro cronaca imposta riuscirà a sopravvivere alla morte di alcuni di loro. Di uno di loro.

Enrico Berlinguer non ha macchie sotto questo e mille altri lati, invece. Si è distinto in senso diametralmente opposto, piuttosto. Una personalità specchiata che ha un nome e aveva un progetto politico credibile e maturo, a cui avrei messo e metterei la firma pure ora, da liberale democratico molto di sinistra e assolutamente non comunista.
Dell’Eurocomunismo, della Terza via, della rottura col PCUS non si parla. Dimenticato.

Il grande vincitore Craxi, l’uomo di Stato Craxi – al contrario, quali che siano state le sue responsabilità -, è morto da latitante, ché in sfregio a tutto il Popolo Italiano ha deciso di non consegnarsi a un giudizio in Suo nome.
Dal “punto di vista” del Tg2, evidentemente, nemmeno questa cosa sono riusciti a vedere.
Boh! Saranno stati impallati.

Un abbraccio, Enrico.

di marco dewey

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Altro incidente sulla Castiglionese

19 Gennaio 2009, Lunedì

Questa volta è un pullman di studenti ad andarsene di sotto da qualche parte lungo la Castiglionese.

Oggi, attorno alle 14:30, una corriera che veniva giù da Fermo verso Porto San Giorgio si è ribaltata lateralmente, probabilmente fermata dalle numerose canne che sulla destra – per fortuna - salvano da scollinamenti ben più pericolosi (e credetemi, lo dico per esperienza: nello stesso tratto, diciassette anni fa, in una notte velata da una pioggerellina, un mio carissimo e neopatentato amico, ha pensato bene di immunizzarmi dalle future tentazioni di guida sportiva su strada provinciale. Risultato: ribaltamento con imprecazioni).

Ci sarebbero una quindicina di feriti lievi e un paio di codici gialli.

Queste cose succedono quando chi guida mezzi di quella grandezza e più in generale chi trasporta passeggeri o comunque guida un’auto, non è conscio dell’estrema pericolosità di quella discesa e più genericamente del trasporto su gomma.
A causa dei recenti lavori di manutenzione e “messa in sicurezza” della Castiglionese, la gente ha notevolmente velocizzato i tempi di percorrenza, ampliando così le occasioni di pericolo in una discesa molto stretta, tutta flessi e curve cieche, che ha già mostrato di nuovo quei segni di cedimento poco dopo Fermo, che ne avevano appunto imposto la miglioria del fondo stradale di cui sopra.

Mi arrivano notizie ufficiose proprio ora, 17:30, che al Torrette di Ancona sia andato solo un ferito, e che il Pronto Soccorso di Fermo sia ancora pieno di contusi, un trauma cranico, una frattura al braccio o alla spalla, un sospetto spappolamento della milza che sembra rientrato, una total body TAC da fare e, insomma, ancora tanto lavoro per i medici di Fermo, che sono ancora sotto allarme.
Allarme rientrato invece per gli infermieri fuori servizio, inizialmente fatti accorrere in ospedale a sostegno dei loro colleghi.

Sono ipersensibile al problema incidenti stradali, ché ho perso un amico e quasi perso la giovinezza sulla strada.
Ho provato per ben tre volte, da passeggero trasportato, la terribile emozione di un cappottamento. La vita davanti. Il dolore.
Vorrei che chiunque andasse per strada, con o senza passeggeri, fosse conscio di quanto potere ha. Potere di vita e di morte.
E di infelicità.

di marco dewey

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Lucia Annunziata ad Annozero si alza e se ne va. Meglio così.

16 Gennaio 2009, Venerdì


Capita su Raidue che Lucia Annunziata fa due pistolotti “live” – con una certa supponenza! – contro il modo di gestire la conduzione della trasmissione in cui era ospitata – Annozero -; il conduttore – Michele Santoro – la seconda volta non glielo concede senza colpo ferire e le ribatte piccato che non si aspettava da lei le stesse accuse di cui è fatto oggetto da molti fronti.

A questo punto lei si alza e se ne va.

Io posso capire che un giornalista scada nel brutto passo falso di criticare il lavoro di un conduttore in una trasmissione dal vivo, di farlo non in maniera ironica, ma diretta e pesante, fastidiosa e con ragioni dubbie.
Posso davvero capirlo. Per franchezza, perché crede fortemente a quel che dice o per amore della ribalta.

Ma farlo due volte è provocazione e maleducazione pura, anche per le esili ragioni che difendeva. Per il merito della questione.

La prima volta Santoro è stato accusato dalla Annunziata – e uso una perifrasi molto light – di non fornire un buon servizio (al buon esito della causa? agli italiani?) a lasciar dialogare le due ragazze, una israeliana e una palestinese, animatamente e su posizioni molto polarizzate. Lo afferma con decisione, con tono alterato e senza possibilità apparente di dialogo. Rivendica piuttosto lei la parola, un’intellettuale come lei, un’intellettuale italiana che conosce i fatti, che ha vissuto quei posti: come le due ragazze, ma con uno sguardo più finalizzato all’elaborazione di un’uscita dalla melma del conflitto, più ecumenico, più consapevole. E sostiene anche che l’Italia debba ascoltare le conclusioni di giornalisti italiani, non quelle di ragazzi che non sanno quel che dicono, con la ragione obnubilata da un odio atavico.

La seconda volta irrompe come farei io da casa quando critico Porta a Porta o Matrix parlandomi addosso incazzato. Molto in breve, protesta veramente accalorata frasi che possiamo riassumere così: “Michele, noi siamo amici, ma la trasmissione è fortemente squilibrata a favore delle ragioni dei palestinesi!”. Ci poteva stare, se non avesse già criticato aspramente l’impianto stesso dell’idea di Santoro. Se non avesse usato quella forza. E se per atteggiamento non si fosse già distinta come l’elemento indisciplinato dello studio, ponendo in atto un comportamento quantomeno irragionevole se consideriamo la natura stessa di Annozero, che è quella di controinformare. E lo è da sempre. E lei lo sapeva.

La situazione italiana è chiara.
Siamo forse l’ultimo sistema informativo nazionale che non critica profondamente le azioni di Israele (Rula Jebreal a riguardo cita – e non a caso – persino la posizione dell’ultraconservatrice Fox).
L’unico sistema informativo che in maggioranza difende “in qualche modo” le ragioni dell’attacco di Israele. Che le rende comprensibili sotto qualche punto di vista. E allora, se questo è vero, perché agitarsi in quel modo nell’unica occasione in cui si cerca il modo di far entrare lo sdegno, l’empatia umana profonda nel cuore degli italiani.
Mah, non sarà vero, o non vedrà quello che vedo io.

Questa è comunque una guerra schifosa. E allora, che prima di tutto la gente capisca quanto sia vigliacca, quanto sia più da considerare una strage velata di intenti preventivi, più da considerare una rappresaglia.
Avete presente le decimazioni? Quelle che i tedeschi ponevano in essere in Italia dopo il ‘43  e gli italiani in Jugoslavia (deportazioni e stragi politiche mirate a parte) nel periodo immediatamente precedente?
Ecco, nella striscia di Gaza è in atto una centesimazione.
Un crimine compiuto per scopi politici infimi interni a Israele.

Una porcheria contro il genere umano, una porcheria contro i bambini palestinesi.

di marco dewey

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R.E.M. – Up (1998)

7 Gennaio 2009, Mercoledì


Che belle atmosfere in questo lavoro dei R.E.M.!
Up è un album molto particolare se confrontato al resto della loro produzione.
Ne ho letto una recensione pessima tempo fa, in un sito molto quotato, la cui accusa principale era che non avesse tante canzoni a cui affezionarsi profondamente: evidentemente tre pezzi “indiscutibili” [alla faccia del nome del mio blog] come i singoli Suspicion, At My Most Beautiful e Daysleeper non sono bastati. E non solo. Ce ne sono molti altri assolutamente unici.

Forse quel giornalista non era del mood giusto.
Questo è un album che aiuta a riflettere, a guardarsi dentro, stimola i bilanci personali. E non si può apprezzare se non se ne comprende la poetica.
E’ un album che un non musicista avrebbe potuto suonare tutto da solo.
E’ suonato facile, ma è ricco di invenzioni non convenzionali. Up è concettuale, non rock, non elettronico, non pop. A me sembra molto moderno.
Il basso, quando c’è, si sente pochissimo, viene praticamente sempre coperto dalle tastiere di vario tipo, che creano la base ritmica vera assieme alla batteria spesso elettronica.

Lo storico batterista Bill Berry, dopo i suoi problemi di salute non se la sente più di far parte del gruppo. I R.E.M. emotivamente accusano il colpo, ma alla fine decidono di andare avanti.
Il suono della batteria ora è cupo, predominano i muti. Le tastiere la fanno da padrone. L’arrangiamento è curato come piace a me. Attenzione al tono generale della canzone, all’idea.
Come dicevo prima, troverete poco niente di scontato, di pop, di rock, a parte qualche ballata pop sentimentale del genere Automatic For The People.
Alcune facili melodie si combinano con costruzioni rischiose e scelte coraggiose, come la lunghezza dei pezzi e in generale la lunghezza dell’album (più di 64 minuti!).

Ci sono solo tre canzoni “alla R.E.M.” in questo disco.

La splendida e serena Daysleeper, che sembra tratta veramente da Automatic For The People (chissà come l’avrebbe venata di amaro il sempre ottimo Michael Stipe se gli fosse capitato di scriverla quest’anno).
Quando ti sembra di aver avuto bisogno da sempre di una melodia, quando proprio non riesci a stabilire quale parte sia la più bella fra le varie che compongono una canzone, e non ti annoia mai, ecco, deve esserci qualcosa di magico. E non fa niente se l’arpeggio di ogni strofa ti sembra di averlo ascoltato da tutta la vita.

Un altro singolo è la ritmata Lotus, che non sarà Jangle pop, ma è l’unica canzone con chitarra appena un po’ rock.
Il ritornello a dirla tutta non mi è andato mai troppo giù.

E infine la molto romantica At My Most Beautiful. Sin dal primo ascolto mi ha ricordato Nightswimming per la parte preponderante del piano e la dolcezza sentita del cantato. La splendida intro semiorchestrale ci porta al ritornello dopo 35 secondi. E poi la strofa col cuore in mano. La chiusura in pratica richiama la intro/prechorus e dura – guarda caso – lo stesso numero di secondi, nonostante potesse essere interrotta molti secondi prima. Questione di poetica.

L’album apre con la meravigliosa Airport Man; entriamo subito in un mantra che getta uno sguardo sull’intero album. La voce sospirata di Stipe è accogliente nonostante la freddezza dell’ambientazione scelta e della batteria elettronica più o meno usata per tutto l’album (ma non vedo il problema), qui è un ritmo fisso da sintetizzatore (sembra il ritmo bossa della mia pianola Bontempi, se ricordo bene).

Poi Lotus come #2, e quindi Suspicion. Quando si parla di una canzone eterna, per temi, delicatezza, semplicità, bellezza, una di quelle a cui penso io è Suspicion, e poi termina con il minuto di chiusa che non ti aspetti, coi violini e coi dubbi che quello che hai ascoltato fino a quel momento non sia l’unica verità. Che quelle lunghe note quasi fisse di sintetizzatore al gusto di violino, quel ritmo bloccato, quello splendido mantra dondolante di batteria quattro quarti e tastiere e (probabilmente) basso e chissà cos’altro che caratterizzano le strofe e lo special non fosse il solo orizzonte della canzone. Che non avevamo capito niente, che era necessario sviluppare la parte terminale del ritornello.
La dolcezza con cui ti affascina, con cui sembra quasi volerti far apprezzare un momento tragico come la gelosia, come le paranoie dei sospetti, farti apprezzare tutto l’amore che provi o che hai provato o comunque la nostalgia di sentimenti così forti, cede invece il passo a un finale stridente con il testo. Dream, dream.

Hope è una bella chicca. Il pezzo più elettronico e più strutturato dell’album.
E’ un lungo testo, senza strofa né ritornello, quasi senza interruzioni, sempre il solito ritmo e procede per aggiunte di strumenti, una gran confusione ordinatissima che diventa suono quasi indistinto a trenta secondi dalla fine per poi bloccarsi all’improvviso, come se il rumore cadesse.

Adoro The Apologist istintivamente.
Prima di tutto per il refrain che ti resta in testa tutta la vita.
Il primo attacco dalla strofa recita:
I wanted to apologize for everything I was,
so I’m sorry, so sorry…
Ma tutto il testo è incredibile, sembra un personaggio dei fratelli Cohen, ti ci immergi e chiedi a scusa al mondo ancor più di quanto facessi già.
E’ una canzone di odio e di amore. Uno spettacolo.

Altra sorpresa Sad Professor, strofa mai sentita, modo di cantare mai sentito, assolutamente innaturale; sembra gli manchi il fiato. E’ fantastico Michael Stipe qui. Uno può pensare che da un momento all’altro vada in iperventilazione o in apnea. Chitarra ritmica morbida fino al chorus, quando arriva un mini accompagnamento molto leggero di chitarra elettrica, ma a gran volume. Strano effetto in una canzone sostanzialmente lenta.

You’re In The Air. Un altro di quei pezzi che ti fanno capire quanto la presenza forte delle tastiere stravolga il modo di comporre di una band pop-rock. Nonostante qui le chitarre si sentano molto rispetto al resto del disco, i rumori di fondo di questa come di tante nel disco sono voluti caratteristici, come se per ogni pezzo si volesse inquadrare un ambiente, spesso con suoni lunghi, anche per le chitarre, fiati e archi simulati e via discorrendo. Tutto molto artificioso concettualmente. Tutto pensato, tutto nuovo, e non importa se non tutti possano apprezzarlo.
Questo è davvero un disco coraggioso.

Walk Unafraid non è il pezzo migliore. Si salva per il bel ritmo del ritornello, per delle percussioni interessanti e sulla bella uscita.

Why Not Smile fa paura! Sembra iniziare con un clavicembalo, e ricorda e procede come Hope con aggiunte di strumenti sempre diversi. La adoro. La chitarra elettrica suona velocemente la stessa nota, riprendendo così ancora una volta uno degli stilemi dell’album.

Passata Daysleeper, approdiamo a una nuova fase dell’album, decisamente la meno riuscita, la meno ricca di spunti. Il tono generalmente introverso da qui in poi tocca i suoi vertici. Diminished ancora riesco a capirla, ma non è che la apprezzi troppo: la strofa sì.

Parakeet suona come un inno funebre, non di quelli lirici, di quelli patetici, e Stipe non fa nulla per cantarla in maniera diversa da come farebbe in chiesa.
E purtroppo continua così per tutto il tempo.
Non mi va giù. Ce la potevano risparmiare. O no?

Melodia a parte, decisamente meno anonima, Falls To Climb sembra riprendere il testimone dal pezzo precedente, gettando un’ombra sulla chiusa di quest’album.
Per caso – cerco di non leggere recensioni prima di scriverle io – ho letto anche di gente entusiasta di questo pezzo, ma sinceramente fatico a capirne le ragioni.

Siamo arrivati alla fine. Vi assicuro, è difficile scrivere di Up, difficile da ricordare canzone per canzone tante sono le evasioni, tante le anomalie, tanto è poco convenzionale per essere una produzione di una band incredibilmente famosa e che non ha mai brillato per innovazione, per gli azzardi.
Però anche quando il risultato non è dei migliori, questo abum conserva una dote rara: quella di stupire.
Uno pensa per tutto il tempo che da una lagna come Parakeet non potrà mai trovare un momento degno di nota, poi ti dimentichi che la stai ascoltando e d’improvviso ti rendi conto che è interessante, se non vai lì ad analizzarla è originale e oserei dire – a tratti – piacevole.

Buon viaggio comunque la pensiate.

di marco dewey

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Non ci credo! Marx fatto passare per cattivo dallo spot Rai.

3 Gennaio 2009, Sabato


Buona la tv, buono anche tu.

Prima c’è Napoleone che ritarda la battaglia di Austerlitz, poi il sanguinario Robespierre che si fa blandire dalla buona Tv di Simona Ventura – complimenti per il coraggio che stavolta vira verso la sfacciataggine – e non fa decapitare Maria Antonietta.

Ora mi è capitato di vedere lo spot in cui “buono anche tu” è riferito a Karl Marx.

Potevo aspettarmi qualcosa di tanto diverso dal molto cattolico Alessandro D’Alatri. Uhm… no.
Che bello, eh? Il potere di far passare per rabbonibile uno che teorizzava la negatività delle religioni era troppo irresistibile per un irrazionale come lui.
Il grottesco non gli sarebbe ricapitato più.
Quale migliore occasione?

E qualcosa d’altro dal questuante direttore generale della Rai, Cappon? Sono giorni che va in giro dicendo che la sua azienda non può andare avanti senza un aiuto dello Stato.
Claudio, vai tranquillo, Mediaset val ben più dell’anticomunismo e del clericalismo.
Non vi daranno mezzo euro in più.

Buone feste buone a tutti.

di marco dewey

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Raccolta varia delle critiche al PD

31 Dicembre 2008, Mercoledì


Avevo bisogno di buttar giù in maniera non troppo analitica le maggiori critiche che personalmente credo siano rivolte al PD di questi tempi, evidenziandone le aree principali di provenienza.
Vi anticipo subito che nonostante la “questione morale” sia argomento tanto attuale quanto scontato in questi giorni, in questo articolo se ne farà appena un accenno.
Preferisco dedicargli un articolo a sé molto a breve: una “modest proposal” diretta al caro Walter.

Comincio con quelle critiche che sono meramente strumentali e provengono prevalentemente da destra: la propaganda pro PdL di Mediaset e dei giornalisti a libro paga di Berlusconi e di quelli che sperano di diventarlo facendo scempio della propria integrità ne è l’esempio più lampante.
A quest’ultima categoria possiamo accostare quei giornalisti che “tengo famiglia”, quelli che temono di vedere la propria carriera complicarsi improvvisamente, quelli che l’avevano già vista franare e si sono ripresi al volo grazie alla propria lingua (non esattamente usata per parlare).
Il recente sfogo addirittura contro i più che moderati direttori di Corriere e Stampa sono costruiti a tavolino col preciso scopo di intimidire l’intera categoria.
E a proposito di libertà d’espressione e quella vicenda: se voi foste giornalisti Mediaset molto molto ingenui – di quelli che non hanno capito bene la situazione – e aveste visto la reazione di Berlusconi contro due direttori, che non sono suoi dipendenti, solo perché una volta ogni troppo avanzano delle critiche nei suoi confronti, vi azzardereste mai a muovergli una pagliuzza contro da quel momento in poi?
Come potete davvero credere alle baggianate sulla libertà d’espressione dei suoi dipendenti?

Poi, sempre da destra, certuni nella società civile che criticano il PD a prescindere, per mantenere le proprie posizioni di privilegio, i loro piccoli, grandi feudi non soggetti alle regole dello Stato, le ingiustizie più o meno legali che loro credono diritti acquisiti e di cui si ergono spesso e sfacciatamente a fieri difensori. Illegalità varie a cui a destra non si sono mai sognati persino di annunciare di voler mettere mano. Vien quasi da capirli: quelli che le tasse le pagano solo loro, quelli che “guarda che gli faccio un favore a questi negretti a farli lavorare”, quelli che “ma che problema c’era a costruire lì?”, quelli che “per fortuna che Silvio c’è” che non serve più nemmeno il condono, quelli che “inutile che vi agitiate, perché il mondo è cambiato”, “Finalmente l’Italia riparte! Fuori i fannulloni di sinistra!”.
Eh, le unghie sui vetri…

Altri appunti provengono principalmente da sinistra o forse sarebbe meglio dire da varie aree spesso critiche con la stessa idea di partito di massa e che a seconda dei casi – e qui non intendo “di volta in volta”, sia chiaro – si autodefiniscono comuniste, antagoniste, massimaliste, critiche, e in vari altri modi ancora.
Vedono spesso come fumo negli occhi la sola possibilità che un partito di centro-sinistra vinca senza la sinistra, oppure di quelli che “Ma che sei del PD?” e poi ci parli e purtroppo troppo spesso evidenziano la povertà che c’è dietro la loro affermazione, totalmente incapaci di giustificare le proprie idee all’interno di una prospettiva di governo, di immaginarne un contesto possibile che non abbia dentro il PD.
E’ inutile. Non riescono a vederci come una risorsa. Ci devono affossare. Come durante la campagna 2008.
E allora ti rendi conto che spesso è solo l’ultima moda. Dare contro al PD – “visto in TV!” – e non importa se da destra o da sinistra o da quale parte, o difendendo quale visione politica, o pensando poi a quali alleanze riusciranno a portarli al governo.

Il senso autolegittimante di fondo di queste critiche da sinistra è quello di non aver rispetto per un partito grande perché esso: 1)conterrà inevitabilmente sacche di ambiguità etica, per cui basta spararla nel mucchio e probabilmente ci si prende (e poi per molti implica quel sapore anticonformista del non tirare solo su Berlusconi); 2)conterrà una varietà di culture tali da non farlo aderire esattamente al proprio punto di vista.
Quest’ultima idea a mio avviso è un po’ debole, perché non conveniente.
E la politica non può prescindere dalla convenienza, dalla resa.
In altre parole, non apparterrò mai con gioia al partito perfetto che ha il tre o il cinque o il dieci per cento e nessuna possibilità di apparentamenti vincenti.
E poi, se io, che sono ateo, avessi comunque dovuto governare con i cattolici della Margherita da alleati, non è meglio stare nello stesso partito all’interno di orizzonti valoriali condivisi? Il PD è un partito che crede nella laicità dello Stato.
Ci crede con forza perché la democrazia è il trionfo del relativo, e questo mal si concilia con l’idea di religione di stato e i diktat dei vertici della Chiesa.
A me questo basta.
Lo stesso discorso lo potrei fare per le politiche più o meno socialmente rilevanti.

Non dovremmo aspettarci un’identificazione con un partito.
Figuriamoci in un partito di massa che non è ideologizzato.
Non è ideologizzato come il PCI, e nemmeno come la DC. E nemmeno come Forza Italia, che in un certo senso evoca l’adesione acritica propria delle ideologie, per cui il suo leader potrebbe commettere qualsiasi nefandezza e non vedrebbe scalfire di una virgola lo zoccolo duro del 25% degli elettori, di cui una metà – ipotizzo, perché non mi va di guardare nel sito di Mannheimer – saranno teledipendenti conformisti e socialmente apatici, l’altra metà di aficionados conosceranno invece la lunga storia di malefatte di quell’uomo e su questo contano.
Bella gente, non c’è che dire. E quelli finiti nel partito di Berlusconi in due mesi, senza poter dire né ah, né bah?
Ricordo la frase liberatutti “Il voto è segreto!” di certi conoscenti di AN alle ultime elezioni.
Forse sono rimasto il solo che si illude abbiano ancora lo stomaco debole.

Un’altra critica, che rispetto molto perché ne condivido in qualche modo la visione politica, è quella che viene, oltre che dalla sinistra tutta, dagli ambienti di Sinistra Democratica, dai loro possibili elettori, o dal milieu di redazioni come quelle di Micromega, che del PD non sopportano l’idea che sia la casa anche di componenti dichiaratamente cattoliche – e quindi necessariamente ideologizzate se dovessero applicare alla lettera i dettami di alcuni dogmi di quella religione, e pertanto anche eventualmente limitatrici di riforme per libertà individuali, diritti civili et similia -  e di componenti che guardano al centro, benché riformiste.

E sopra tutto, che non venga ancora avviato un severo processo di revisione di certe particolari norme che dovrebbe assolutamente seguire qualsiasi esponente del PD.
Più comprensibilmente: che noi – e parlo da democratico – non si abbia ancora introdotto seriamente la questione morale come fattore precipuo del partito, oppure addirittura non ci siamo fatti  promotori in prima persona di quell’eccesso di garantismo che sfocia in spirito di conservazione della casta (il confronto Flores d’ArcaisViolante a In Mezzora di domenica scorsa è paradigmatico).

Nemmeno io mi accontento più che sia considerata solo una questione scontata, comunque; ma questo è argomento di cui – come detto – mi occuperò a breve e approfonditamente nel prossimo articolo di politica.

Le ultime critiche che mi vengono in mente sono quelle propriamente interne al PD.
Un esempio può essere la “difficoltà” di molte sezioni, della periferia tutta, ad esprimere quel ricambio immediato promesso, a lasciar spazio a modi di ragionare nuovi, alla pratica nuova dello spazio reale ai nuovi arrivati.

E’ vero, spesso la volontà di percorsi inediti rivela qualche ingenuità riguardo l’efficacia o meglio la percorribilità degli stessi, ma sarebbe il caso di non bollare sul nascere certe velleità come capricci, proprio perché la novità del partito democratico dovrebbe essere quella dell’accoglienza all’interno di orizzonti e valori condivisi, lontano dalle vecchie logiche di difesa delle posizioni raggiunte.

Un secondo esempio di critica dall’interno, sicuramente il più difficile di cui occuparsi in linea di principio, è la richiesta di una maggiore autonomia che proviene dal territorio, quantomeno un differente rapporto di forza centro-periferia nella composizione delle liste, visto che ancora permane questa assurda legge elettorale che non prevede preferenze.
E poi anche la richiesta – ben più cogente – della possibilità di elaborare delle politiche e delle alleanze autonomamente, senza avallo centrale, mi pare di aver capito.

E’ chiaro che un elenco come questo è criticabile sotto ogni punto di vista, perché personale. Tuttavia le omissioni che troverete sono figlie di dimenticanze e di nient’altro.
Accetterò consigli e critiche.
Non ho citato l’Idv perché sotto il punto di vista della giustizia è vicina alle posizioni di Micromega, Travaglio, Santoro, oggi.

di marco dewey